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Cartella esattoriale per mancato pagamento Iva

25 ottobre 2017 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 25 ottobre 2017



Come verificare se la cartella Iva è legittima.

In caso di mancato pagamento dell’Iva, il contribuente, professionista o azienda, può vedersi recapitare un avviso di accertamento dell’imposta e successivamente la cartella esattoriale oppure direttamente la cartella esattoriale non preceduta neppure da avviso bonario. Quest’ultima ipotesi si verifica quando, a seguito di controllo formale della dichiarazione dei redditi, il Fisco invia direttamente la cartella di pagamento (poiché ha riscontrato errori o inesattezze della dichiarazione).

Cartella Iva senza avviso bonario

In realtà, non sempre la mancanza di avviso bonario è legittima, essendo quest’ultimo indispensabile qualora sussistano incertezze rilevanti sulla dichiarazione ed è opportuno, prima di agire coattivamente, informare il contribuente, sentire le sue ragioni, anche supportate da documenti mancanti, consentendogli il diritto di difesa e di contraddittorio.

Di recente la Cassazione [1] ha dichiarato la nullità della cartella senza il previo avviso bonario, sostenendo che esso diventa necessario tutte le volte in cui vi siano incertezze su aspetti rilevanti della dichiarazione, nel qual caso è necessario invitare il contribuente a fornire chiarimenti e a difendersi in anticipo. Al contrario, in caso di vizi macroscopici, si può procedere immediatamente all’iscrizione a ruolo delle somme e alla notifica della cartella senza il previo avviso bonario.

Oltre alla questione relativa alla necessità o meno della notifica dell’avviso bonario, per verificare la validità della cartella avente ad oggetto l’Iva, è opportuno conoscere anche i termini di prescrizione (periodo entro il quale il Fisco può pretendere il pagamento dell’imposta) e di decadenza (periodo entro il quale il Fisco può notificare l’avviso/cartella).

Prescrizione cartella Iva

Non esiste una norma che fissi il termine di prescrizione dell’Iva (norma prevista invece, per esempio, per i contributi Inps o per il bollo auto). La risposta deve allora essere ricercata nell’interpretazione giurisprudenziale.

Secondo l’indirizzo maggioritario [2], proprio l’assenza di una norma che stabilisca i termini di prescrizione dei tributi erariali, renderebbe applicabile il termine ordinario decennale. La regola generale prevista dal codice civile è, infatti, la seguente: «Salvi i casi in cui la legge dispone diversamente, i diritti si estinguono per prescrizione con il decorso di dieci anni» [3].

Si sta tuttavia sviluppando l’indirizzo opposto [4], secondo il quale deve ritenersi applicabile anche ai tributi erariali (Irpef e Iva), così come a quelli locali (Imu, Ici, Tari ecc.), il termine di prescrizione quinquennale, in ragione del fatto che si tratta di somme che devono essere pagate annualmente.

Difatti, il codice civile [5] prevede, in via eccezionale, il termine di prescrizione breve di cinque anni per tutto ciò che deve pagarsi periodicamente ad anno o in termini più brevi. Potrebbe essere sicuramente il caso dell’Iva e dell’Irpef, per le quali il contribuente presenta annualmente la dichiarazione fiscale.

Il problema interpretativo si pone per i soli tributi erariali, dal momento che per tutti gli altri crediti, potenzialmente oggetto di riscossione esattoriale, singole norme speciali prevedono i relativi termini di prescrizione.

Deve ritenersi in ogni caso esclusa, come definitivamente sancito dalle Sezioni Unite della Cassazione [5], l’applicazione acritica del termine di prescrizione decennale proprio dei soli provvedimenti giudiziari divenuti definitivi [6].

Ciò vuol dire che, la cartella esattoriale, anche se notificata e non impugnata, non può mai essere paragonata ad un provvedimento giudiziale (per esempio sentenza o decreto ingiuntivo) e non acquista quindi, al pari di quest’ultimo, la cosiddetta efficacia di giudicato (definitività).

Di conseguenza, per il calcolo del termine di prescrizione di una cartella esattoriale, occorre sempre fare riferimento al tributo/credito che ne è oggetto, non potendosi automaticamente trasformare in termine lungo di prescrizione (decennale) un termine più breve.

Proprio nel calcolo del termine di prescrizione del tributo, quando esso consiste in un’imposta diretta, rileva l’interpretazione del giudice il quale deve decidere se applicare:

  • il termine ordinario di prescrizione decennale, in virtù della mancanza di una norma speciale che preveda un diverso termine per le imposte dirette;
  • il termine breve di prescrizione quinquennale, in virtù del fatto che si tratta di imposte da pagare annualmente.

Si precisa che, per ora, la giurisprudenza di legittimità opta per la prima ipotesi, ma sono degne di considerazione anche le motivazioni a sostegno della seconda ipotesi, alla quale molti giudici di merito stanno aderendo.

Decadenza cartella Iva

L’agente della riscossione deve notificare la cartella di pagamento Iva, a pena di decadenza, entro il 31 dicembre [7]:

  • del terzo anno successivo a quello di presentazione della dichiarazione, ovvero a quello di scadenza del versamento dell’unica o ultima rata se il termine per il versamento delle somme risultanti dalla dichiarazione scade oltre il 31 dicembre dell’anno in cui la dichiarazione è presentata, per le somme che risultano dovute a seguito dell’attività di liquidazione prevista dall’articolo 36 bis del D.P.R. 29 settembre 1973, n. 600;
  • del quarto anno successivo a quello di presentazione della dichiarazione del sostituto d’imposta per le somme che risultano dovute ai sensi degli articoli 19 e 20 del testo unico di cui al decreto del Presidente della Repubblica 22 dicembre 1986, n. 917;
  • del quarto anno successivo a quello di presentazione della dichiarazione, per le somme che risultano dovute a seguito dell’attività di controllo formale prevista dall’articolo 36 ter del citato D.P.R. n. 600 del 1973;
  • del secondo anno successivo a quello in cui l’accertamento è divenuto definitivo, per le somme dovute in base agli accertamenti dell’ufficio.

note

[1] Cass. sent. n. 5394/16 del 18.03.2016.

[2] Cass. sent. n. 4283/2010. Da ultimo CTP  Caltanissetta, sent. 1007/01/2017.

[3] Art. 2946 cod. civ.

[4] CTP Avellino, sent. n. 267/2017 (si veda anche CTR Catanzaro sent. n. 173/16 e CTP Reggio Calabria, sent. del 16.04.2014).

[5] Art. 2948 n. 4) cod. civ.

[6] Cass. Sez. Unite sent. n. 23397 del 18.11.16.

[7] Art. 2953 cod. civ.

[8] Art. 25 DPR 602/1973.

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