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Lo sai che? Come calcolare correttamente il quinto dello stipendio?

Lo sai che? Pubblicato il 28 novembre 2017

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> Lo sai che? Pubblicato il 28 novembre 2017

Mi hanno pignorato il quinto dello stipendio. Il datore di lavoro calcola la quota pignorabile sullo stipendio solo al netto delle imposte dovute senza effettuare l’ulteriore detrazione per l’assegno di mantenimento. È corretto?

Il calcolo della cosiddetta base pignorabile è propedeutico alla risposta alla domanda. Essa è, in sostanza, la parte dello stipendio sulla quale calcolare la quota di un quinto, suscettibile di essere pignorata.

Va innanzitutto data risposta al quesito se il quinto pignorabile debba essere calcolato sul lordo o sul netto degli emolumenti percepiti: la risposta è senz’altro nel senso che il legislatore consente il pignoramento soltanto delle somme effettivamente percepite dal lavoratore, al netto di imposte e contributi a suo carico. Criterio correttamente seguito dal datore di lavoro. Questa conclusione può essere assunta facendo applicazione analogica della norma di cui all’articolo 2 numero 1, d.P.R. 5 gennaio 1950 n. 180 riguardante la cessione dello stipendio. Trattasi di una disciplina inizialmente riguardante l’impiego pubblico, ma oramai estesa anche a quello privato [1]. Premesso, dunque, che la retribuzione va presa in considerazione al netto, possiamo ulteriormente affermare che la regolamentazione della questione che ci interessa è contenuta (“esclusivamente”, per i motivi che vedremo in appresso) nell’articolo 545 del codice di procedura civile. Esso distingue innanzitutto la natura del credito, stabilendo che le somme dovute dai privati a titolo di stipendio, di salario o di altre indennità relative al rapporto di lavoro o di impiego comprese quelle dovute a causa di licenziamento, possono essere pignorate per crediti alimentari nella misura autorizzata dal presidente del tribunale o da un giudice da lui delegato. I crediti alimentari hanno, pertanto, una regolamentazione peculiare che lascia al giudice la possibilità di determinare la quota pignorabile. Negli altri casi la misura della retribuzione pignorabile è quella del quinto: tali somme possono essere pignorate nella misura di un quinto per i tributi dovuti allo Stato, alle province e ai comuni, ed in eguale misura per ogni altro credito. Nel caso di concorso di più cause tra quelle indicate (alimenti, tributi e crediti di terzi), l’esecuzione non può estendersi oltre la metà dell’ammontare delle somme percepite, al netto di imposte e contributi a carico del lavoratore. Il pignoramento eseguito oltre i limiti previsti è parzialmente inefficace, cioè rimane valido solo entro i limiti indicati dalle norme e l’inefficacia è rilevata dal giudice anche d’ufficio. Chiarito ciò, occorre ulteriormente approfondire l’altra domanda attinente alla situazione del lettore: come va calcolata la frazione pignorabile in favore del creditore successivo a quello per crediti alimentari? Partiamo dal presupposto che, complessivamente, può essere pignorata sola la metà degli emolumenti netti percepiti. Occorrerà pertanto, da un lato determinare la misura del quinto. Dopo, verificare se essa sia completamente pignorabile, o lo sia solo parzialmente per raggiungimento del massimo pignorabile, cioè la metà della retribuzione netta. Questo dipende, ovviamente, dall’entità dei crediti alimentari di cui il lettore parla. Determinato il quinto pignorabile della retribuzione netta, se esso viene aggiunto al credito alimentare, non deve superare la quota della metà; in caso contrario dovrà essere ridotto di quanto è necessario per rispettare tale limite. Il credito alimentare, invece permarrà nel suo intero. Retribuzione e pensione hanno un regime differenziato, secondo gli ultimi orientamenti della Corte Costituzionale, per quanto riguarda il cosiddetto minimo vitale. Per quanto riguarda gli emolumenti da pensione, l’orientamento del Giudice delle leggi è nel senso che, pur mantenendosi il limite del quinto del percepito, debba essere sottratta al regime generale di pignorabilità la parte necessaria a soddisfare le esigenze minime di vita del pensionato. Limite che, invece, alla luce dell’ultima sentenza della Consulta, non si applica al pignoramento degli stipendi. La regola secondo cui il quinto pignorabile si applica su tutto lo stipendio, vale anche nel caso in cui si tratti di un reddito basso, ai limiti della sopravvivenza (si pensi anche all’ipotesi del part time). Se anche, una volta tolto il 20% pignorato, al lavoratore spetta ben poco per vivere, il pignoramento resta ugualmente valido. La domanda formulata dal lettore, una domanda che ha una sua logica e, come vedremo, appare certamente giustificata alla luce della regolamentazione di altre fattispecie diverse dal pignoramento, è di stabilire se il calcolo del quinto debba essere fatto su tutti gli emolumenti netti percepiti, o solo sulla parte di essi che rimane dopo aver sottratto gli alimenti dovuti alla figlia. La risposta implica, come è evidente, una diminuzione dell’importo complessivamente da trattenere poiché la base pignorabile diminuisce adottando il criterio da lui suggerito. La risposta che si può dare è che il metodo utilizzato non trova riscontro in alcuna norma. Le regole sono due: pignorabilità del quinto; limite di un mezzo della retribuzione. A questo punto si può tentare di spiegare l’origine del ragionamento del lettore alla luce del quale la retribuzione netta sulla quale calcolare il quinto pignorabile dovrebbe essere data dalla differenza tra retribuzione e rata alimentare pagata alla figlia. La legge prevede i limiti nella coesistenza di sequestri o pignoramenti e cessioni, stabilendo che quando preesistono sequestri o pignoramenti, la cessione non può essere fatta se non limitatamente alla differenza tra i due quinti dello stipendio o salario valutati al netto delle ritenute e la quota colpita da sequestri o pignoramenti. Qualora i sequestri o i pignoramenti abbiano luogo dopo una cessione perfezionata e debitamente notificata, non si può sequestrare o pignorare se non la differenza fra la metà dello stipendio o salario valutati al netto di ritenute e la quota ceduta. Occorre tener presente che la normativa in esame riguarda la possibilità di cessioni dello stipendio per scopi di finanziamento. In questo contesto ha una sua logica stabilire che il finanziamento mediante cessione del quinto, nel caso in cui vi siano precedenti cessioni o pignoramenti, debba essere possibile prendendo in considerazione solo la quota di stipendio effettivamente disponibile da parte del dipendente; la parte indisponibile (nel caso del lettore per il debito mensile alimentare) non entra, infatti, a far parte di ciò che materialmente egli può utilizzare per i propri bisogni. La cessione, pertanto, può riguardare solo il quinto di ciò che materialmente entra, ogni mese, nelle casse del lavoratore. Solo questa è la garanzia per la restituzione, tenuto conto che il resto dei compensi è già destinato a soddisfare altri creditori. Il caso che riguarda il lettore, invece, è del tutto diverso ed esso è regolato esclusivamente dal codice di procedura civile che stabilisce sia la quota pignorabile (il 20% degli emolumenti) sia il limite massimo di pignorabilità (la metà di quanto spettante). Non pare che possano trovare applicazione, nel caso in esame, le norme previste per la cessione a fini di finanziamento. Purtuttavia si potrebbe tentare di sostenere in giudizio:

  • la tesi della completa parificazione tra impiegati pubblici e dipendenti privati;
  • l’equiparazione di fatto tra pignoramento ad opera del terzo creditore, e cessione del quinto: quando preesista delegazione o ritenuta, i sequestri e i pignoramenti non possono colpire se non l’eventuale differenza fra la metà dello stipendio, salario o pensione valutati al netto di ritenute e l’importo della delegazione o ritenuta.

Come ben si vede, però, il criterio suggerito dal lettore è previsto dalla legge solo per delegazioni o ritenute, a conferma dell’assunto secondo cui la norma riguarda esclusivamente le ipotesi di finanziamenti sullo stipendio e non già di procedure esecutive da parte di terzi.

In conclusione, se l’affermazione del lettore fosse fondata, la “base pignorabile”, cioè la metà della retribuzione sulla quale calcolare il quinto, sarebbe inferiore a quella prevista dalla legge. Essa, infatti, dovrebbe essere diminuita dell’ammontare del debito per alimenti. Il procedimento adottato dal datore di lavoro appare, in definitiva, corretto.

Articolo tratto da una sentenza dell’avv. Vincenzo Rizza


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