Età pensionabile: aumenterà di 5 mesi?

26 ottobre 2017 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 26 ottobre 2017



L’aumento di 5 mesi dei requisiti per la pensione ci sarà davvero o è ancora possibile sperare in un blocco dell’età pensionabile?

In pensione a 67 anni, anzi no, blocco dell’età pensionabile, anzi no, l’aumento di 5 mesi dei requisiti per la pensione ci sarà: ormai, in merito alle pensioni soggette agli adeguamenti alla speranza di vita, è un continuo susseguirsi di conferme e smentite.

In gioco non c’è, peraltro, solo l’età pensionabile, ma ci sono tutti i requisiti utili alla pensione che possono essere incrementati a causa dell’aumento della vita media. A salire, dunque, non sarebbe solo la pensione di vecchiaia, che dagli attuali 66 anni e 7 mesi passerebbe a 67 anni, ma anche la pensione anticipata, per la quale sarebbero richiesti 43 anni e 3 mesi di contributi anziché 42 anni e 10 mesi (un anno in meno per le donne). Salirebbe anche la pensione di anzianità in totalizzazione, raggiungibile con 41 anni di contributi, l’Ape, che potrebbe essere richiesta non prima del compimento di 63 anni e 5 mesi di età, la pensione anticipata contributiva, con un nuovo requisito di età pari a 64 anni, sino ad arrivare, addirittura, a 71 anni per la pensione di vecchiaia contributiva.

Andare in pensione più tardi, poi, non comporterebbe un significativo incremento della prestazione: nel momento in cui vengono aumentati i requisiti per il collocamento a riposo, difatti, vengono contemporaneamente diminuiti i coefficienti di trasformazione, cioè le cifre, espresse in percentuale e basate sull’età pensionabile, che trasformano i contributi accantonati in assegno. Insomma, in pensione più tardi e con meno soldi, con l’aumento dell’età pensionabile il lavoratore perde su tutta la linea.

Ecco perché i sindacati stanno dando battaglia per scongiurare questo nuovo incremento dei requisiti: l’ultimo è stato nel 2016. Purtroppo, però, i conti pubblici sono perennemente in rosso, e questo non permetterebbe di bloccare gli adeguamenti.

Per di più, pochi giorni fa è arrivata dall’Istat la conferma che , in base ai dati raccolti nel 2016, la speranza di vita è aumentata di 5 mesi: il che, secondo le previsioni della legge Fornero di riforma delle pensioni, obbliga ad incrementare i requisiti di tutte le prestazioni soggette ad adeguamento.

Quando aumenterà l’età pensionabile?

In base a quanto disposto dalla legge Fornero, il prossimo adeguamento dei requisiti per la pensione alla speranza di vita dovrebbe scattare dal 1° gennaio 2019. Perché l’adeguamento ci sia, però, deve essere pubblicato un apposito decreto; la pubblicazione, considerato l’infuriare della battaglia sull’argomento, sarà rinviata alla prossima legislatura. Ma non si escludono (brute) sorprese, perché, se da un lato i sindacati premono notevolmente per il blocco dei requisiti, dall’altra parte il Mef (ministero dell’Economia e delle Finanze) sottolinea l’urgenza di un intervento in tal senso, accompagnato dal presidente dell’Inps, che quantifica in 141 miliardi di euro i danni per il mancato adeguamento dell’età pensionabile.

La speranza di vita media è aumentata davvero?

Sono sorte diverse perplessità anche in merito al reale aumento della speranza di vita media. In effetti, nel 2015 era stato registrato un decremento della vita media. L’Istat, tuttavia, sulla base dei dati raccolti nel 2016, afferma che, rispetto all’aspettativa di vita a 65 anni, che nel 2013 era pari a 20 anni, c’è stato un incremento pari esattamente a 5 mesi.

In pratica, secondo quanto affermato, chi si pensiona a 65 anni ha 20 anni e 5 mesi di vita davanti.

Troppo pochi per recuperare il capitale versato in contributi?

Con l’aumento dei requisiti per la pensione il lavoratore regala i soldi all’Inps?

Facciamo due conti, dati alla mano: Tizio, lavoratore dipendente, ha accantonato contributi per un totale di circa 285mila euro. Pensionandosi a 67 anni, con i nuovi coefficienti di trasformazione percepisce una pensione di circa 1200 euro mensili. Considerando l’aspettativa di vita media, Tizio muore a 85 anni e 5 mesi, il che vuol dire che ha percepito una pensione di 1200 euro mensili, per 13 mensilità, per 18 anni e 5 mesi, quindi ha percepito 286.800 euro. In pratica, si è ripreso quello che ha messo da parte, come se gli interessi non esistessero (tolte le esigue rivalutazioni di base del montante contributivo). Dobbiamo considerare, è vero, l’inflazione, ma per questo esiste la perequazione della pensione, che viene incrementata di conseguenza.

In definitiva, non possiamo dire che il pensionato farebbe meglio a mettersi i soldi sotto il materasso, ma osserviamo che le rivalutazioni applicate sono piuttosto basse e che, certamente, sarebbe consigliabile investire i soldi in modo diverso. Ma questo nessuno di noi può farlo perché, qualsiasi lavoro si svolga, il versamento dei contributi è obbligatorio. E, d’altro canto, lo Stato non gioca con i soldi che stiamo “regalando”, ma questi vanno a chi ha la pensione integrata al minimo, maggiorazioni, e ancora a chi ha la pensione calcolata col sistema integralmente retributivo, soprattutto coloro la cui prestazione, per via di vecchie regole, è quasi uguale all’ultimo stipendio: ci sono tante persone che, per farla breve, a fronte di pochi anni di contribuzione ricevono un trattamento pari a quello che oggi riceverebbe un lavoratore dopo 50 anni di contributi (e forse nemmeno).

Poi non dimentichiamo che le pensioni sono reversibili ai superstiti: se Tizio, il lavoratore preso ad esempio, è sposato, il 60% della sua pensione va al coniuge superstite, quindi i contributi accantonati continuano a dare una rendita anche oltre l’aspettativa di vita. Lo stesso discorso vale nel caso in cui Tizio superi i 90 anni: la pensione, con le rivalutazioni periodiche, continua a essere pagata anche se Tizio diventa ultracentenario.

È vero, nel sistema c’è chi perde: ci sono, ad esempio, tanti lavoratori che muoiono, senza superstiti, alla soglia della pensione, regalando quindi una vita di contributi all’Inps; a questo proposito, però, non dobbiamo dimenticare che il rapporto con l’Inps altro non è che un’assicurazione sociale, e l’assicurazione è un contratto aleatorio, che quindi comporta il rischio di dare più di ciò che si riceve sia per l’assicurazione che per l’assicurato. Il tutto, senza dimenticare il principio di solidarietà che è alla base dell’ordinamento previdenziale.

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