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Obbligare al test del Dna

26 ottobre 2017 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 26 ottobre 2017



In caso di presunta paternità si può realizzare un prelievo forzoso? E chi è indagato per un reato può rifiutarsi di essere sottoposto all’esame del Dna?

Tre cose sono certe nella vita: le tasse, la morte e la madre. Il padre no. O c’è una somiglianza con il figlio tale da escludere un eventuale tradimento oppure, per accertare la paternità, c’è un solo modo: effettuare il test del Dna.

Un esame determinante anche quando un genitore non ha voluto riconoscere un figlio, forse perché frutto di una scappatella fatta non dalla moglie ma dal marito. Lo è pure in un caso di cronaca nera, quando il test del Dna può servire a decidere se una persona ha commesso un reato oppure deve essere assolto perché innocente.

La domanda è: si può obbligare al test del Dna o è possibile rifiutarlo?

Obbligare al test del Dna per una paternità

È bene precisare, innanzitutto, che se un padre rifiuta il riconoscimento del proprio figlio, la madre o lo stesso ragazzo possono rivolgersi al Tribunale e chiedere una sentenza di accertamento, in quanto il riconoscimento è un atto dovuto. Se un genitore si rifiuta di ammettere che quel figlio è suo, il ragazzo può addirittura chiedere un risarcimento del danno anche dopo molti anni, quando ormai sarà diventato maggiorenne.

Se il presunto padre è già morto, la procedura può essere avviata anche nei confronti degli eredi entro due anni dal decesso di chi si ritiene sia il genitore. Lo scopo? Appare ovvio: avere diritto ad una fetta del patrimonio del caro estinto, nel caso venisse dimostrato che, davvero, era il padre naturale.

Ed eccoci al punto: come dimostrarlo? Si può obbligare al test del Dna il padre o uno dei suoi eredi? Basta andare da un giudice. Se il magistrato avverte che ci sono i presupposti, può ordinare questo esame. È vero che l’uomo non può essere obbligato a farsi prelevare del sangue, un campione di saliva o un paio di capelli. Ma è altrettanto vero che, secondo la Cassazione [1] il rifiuto non giustificato porta a dedurre il tacito riconoscimento della paternità. In altre parole: se sei sicuro di non avere nulla da temere dal risultato del test, perché opporti? Se lo rifiuti è perché, in fondo in fondo, sai che risulterà positivo.

Con il riconoscimento della paternità da parte del giudice scatta in automatico l’obbligo di mantenere, assistere e crescere i figli, partecipando alle spese a ciò necessarie, insieme alla madre e in relazione alle rispettive capacità economiche.

Quando si può obbligare al test del Dna per paternità

Vediamo in estrema sintesi i presupposti per obbligare al test del Dna un presunto padre.

Il figlio, nato da una coppia di fatto non sposata, che non è stato riconosciuto dal padre può ricorrere all’azione di accertamento giudiziale della paternità affinché il tribunale stabilisca con sentenza chi è il genitore e, di conseguenza, dichiari la paternità e la maternità e quindi il suo status di figlio.

L’azione è imprescrittibile riguardo al figlio e può essere esercitata se ricorrono tutte le seguenti condizioni:

  • il figlio è nato fuori dal matrimonio;
  • il figlio non è stato riconosciuto da uno o da entrambi i genitori;
  • il riconoscimento è ammesso.

Nei casi di figlio incestuoso l’azione può essere promossa soltanto dopo aver ottenuto l’autorizzazione del giudice.

L’azione può essere esercitata dal figlio nato fuori del matrimonio che non è stato riconosciuto. Se il figlio è:

  • minore, l’azione è proposta, nel suo interesse, dal genitore che esercita la responsabilità genitoriale; in mancanza del genitore o in caso di sua impossibilità, è esercitata dal tutore, previa autorizzazione del giudice;
  • interdetto: l’azione può essere promossa dal tutore previa autorizzazione del giudice.

Che succede se il figlio muore?

  • dopo aver intrapreso l’azione, questa può essere proseguita dai discendenti;
  • prima di aver iniziato l’azione, questa può essere promossa dai suoi discendenti entro 2 anni dalla sua morte.

Se il Tribunale accerta la fondatezza della domanda, emette una sentenza che produce gli effetti del riconoscimento: in pratica, si verifica ciò che si sarebbe verificato se il padre spontaneamente avesse riconosciuto il figlio.

Obbligare al test del Dna per un reato

Siamo abituati a sentire o a leggere sui media di casi di cronaca nera che si risolvono grazie ai test del Dna (vedi la vicenda dell’omicidio di Yara Gambirasio, nella Bergamasca, con la condanna in appello di Michele Bossetti all’ergastolo). Ma si può obbligare al test del Dna una persona indagata o arrestata? Ed il risultato di quella prova vale davvero una condanna?

La sentenza che si basa sulle tracce biologiche è legittima purché l’esame sia stato fatto «con adeguate garanzie, senza escamotage irrituali o atteggiamenti ingannevoli» [2].La Cassazione ha anche stabilito che il risultato del test del Dna «è una prova e non un elemento indiziario» [3].

La legge [4] prevede il prelievo obbligatorio del Dna di qualsiasi detenuto o persona arrestata per un delitto non colposo (un omicidio volontario, una rapina, ecc.) allo scopo di creare una banca dati nazionale. Il prelievo deve essere effettuato dalla Polizia penitenziaria o da un altro agente delle forze dell’ordine. L’obbligo del test del Dna riguarda chiunque stia scontando pene definitive, ma anche i semplici indagati ai quali è stata applicata una misura cautelare (arresti domiciliari, ad esempio), oppure il cui arresto sia stato convalidato, anche se poi viene scarcerato in attesa di processo.

Non si può obbligare al test del Dna una persona colpevole di un delitto colposo (il tipico caso di chi provoca in modo non intenzionale un incidente in cui muore una persona), oppure nei reati tributari o fiscali.

I profili genetici vengono cancellati dalla banca dati nazionale in caso di assoluzione, e comunque trascorsi 30 anni, o 40 anni nel caso in cui il condannato sia recidivo.

note

[1] Il rifiuto ingiustificato di sottoporsi agli esami ematologici costituisce un comportamento valutabile da parte del giudice ai sensi dell’art. 116 cod. proc. civ., anche in assenza di prove di rapporti sessuali tra le parti, in quanto è proprio la mancanza di riscontri oggettivi assolutamente certi e difficilmente acquisibili circa la natura dei rapporti intercorsi e circa l’effettivo concepimento a determinare l’esigenza di desumere argomenti di prova dal comportamento processuale dei soggetti coinvolti (Cass. sent. n. 3470/2016, n. 25675/2105, n. 13885/2015. Inoltre non vi è alcuna gerarchia tra i mezzi di prova della filiazione, pertanto, non è necessario dar corso preliminarmente all’istruttoria orale, potendosi esperire subito la prova ematologica (Cass. sent. n. 24361/2013).

[2] Cass. sent. n. 11912/2014.

[3] Cass. sent. n. 8434/2013.

[4] Legge n. 85/2009.

Autore immagine: 123rf.com


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1 Commento

  1. Avete scritto: “Se il presunto padre è già morto, la procedura può essere avviata anche nei confronti degli eredi entro due anni dal decesso di chi si ritiene sia il genitore.”
    Non è così.
    L’azione per ottenere che sia dichiarata giudizialmente la paternità o la maternità è imprescrittibile riguardo al figlio.
    Se il figlio muore prima di avere iniziato l’azione, questa può essere promossa dai discendenti (del figlio), entro due anni dalla morte (del figlio).

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