HOME Articoli

Lo sai che? Alzheimer: a chi spettano i costi del ricovero in RSA?

Lo sai che? Pubblicato il 29 novembre 2017

Articolo di




> Lo sai che? Pubblicato il 29 novembre 2017

Mio marito soffre di Alzheimer ed è ricoverato in ospedale in quanto non può più muoversi dal letto. La sua capacità cognitiva è molto peggiorata, per cui necessita di ricovero in una struttura per anziani non autosufficienti dove mi si chiede di pagare una metà della retta “alberghiera” o “assistenziale” (l’altra metà rimarrebbe a carico del sistema sanitario).  So però che il ricovero in queste strutture per questo genere di malati dovrebbe essere completamente a carico della sanità pubblica. L’articolo 30 della Legge n. 730 del 1983 assegna “preminente rilievo alla natura sanitaria delle prestazioni erogate, tale da assorbire anche le prestazioni meramente di assistenza e di supporto”, definite invece dagli assistenti sociali “alberghiere”. Inoltre mio marito non ha pensione e forse adesso gli daranno una indennità di invalidità civile. Io non ho pensione ma un piccolo reddito da una piccola attività da me avviata e fortunatamente la casa è di proprietà. La legge succitata è ancora in vigore? Se si come si può farla rispettare agli assistenti sociali, alla sanità pubblica e alle strutture per anziani ecc.?

La situazione descritta nel quesito non è isolata, ma comune a molte famiglie italiane.

Ed infatti, sono circa 600.000 in Italia i malati di Alzheimer e sono in costante aumento le difficoltà economiche di chi – a causa dell’aggravarsi delle condizioni dei propri cari – non può più prendersi cura direttamente di loro.

A tale ultimo proposito è bene sottolineare che – nell’interesse del paziente – talvolta possono ritenersi preferibili le c.d. cure domiciliari, che (come ci è dato evincere dal quesito) la lettrice ha sempre posto in essere nei confronti di suo marito.

Spesso, però, le attenzioni dei familiari non bastano e l’assistenza di cui necessitano questi malati è tale da rendere impossibile o comunque estremamente pericolosa la loro permanenza a casa.

Molte volte, infatti, la natura “tecnica” (sia medica che infermieristica) delle cure necessarie per questi pazienti va al di là dell’affetto familiare e domestico, sicché la continua assistenza e sorveglianza impongono – come nel caso di specie – il loro ricovero e la loro permanenza presso strutture, i cui costi sono considerevoli e tali da ripercuotersi gravemente sul budget familiare, con buona pace del diritto alla salute.

Quest’ultimo, come noto, è garantito dalla Costituzione, come diritto inviolabile della dignità umana. Proprio in tale prospettiva, la legge di riforma sanitaria [1] ha stabilito l’erogazione gratuita delle prestazioni di carattere sanitario in favore di tutti i cittadini, ponendo a carico del Sevizio Sanitario Nazionale i relativi costi. Ciò detto, i malati di Alzheimer ed i loro parenti non devono versare alcuna retta alle RSA o alle case di cura convenzionate.

Ed infatti – come la lettrice stessa ha rilevato – il malato di Alzheimer, ricoverato in una struttura pubblica, riceve cure aventi natura prevalentemente sanitaria. Dette cure, in quanto tali, non devono essere sostenute né dal paziente né dai suoi congiunti.

E allora, chi deve farsi carico dei costi?

Sul punto si è espressa limpidamente la Corte di Cassazione [2], la quale ha affermato che le rette di ricovero presso enti pubblici o case di cura convenzionate non devono essere sostenute dal paziente o dai suoi parenti, trattandosi di spese che devono essere poste a carico esclusivo del Servizio Sanitario Nazionale.

Quanto statuito dalla Corte di Cassazione è stato recentemente ribadito anche dal tribunale di Verona [3].

Questo il caso di specie.

Il figlio di una paziente malata di Alzheimer, a causa di problemi economici, non riusciva più a far fronte alle spese che avrebbero consentito alla madre di ricevere la necessaria assistenza presso la struttura ove la stessa era ricoverata.

Ebbene, la casa di cura, non ricevendo più i pagamenti relativi alla retta di degenza della paziente si è rivolta al giudice, affinché quest’ultimo obbligasse il figlio della signora a provvedervi.

Schierandosi totalmente dalla parte delle famiglie con problemi simili al figlio dell’anziana donna, il giudice ha chiarito nuovamente che per i malati di Alzheimer ricoverati presso strutture sanitarie pubbliche, le spese di ricovero e delle cure sanitarie sono gratuite.

Tali costi, infatti, devono considerarsi totalmente a carico del Servizio Sanitario Nazionale, con la conseguenza che, nei casi come quello di specie, nulla è dovuto dal paziente o dai parenti di quest’ultimo.

Ma non è tutto.

Con la decisione in commento, il tribunale di Verona non solo ha dato torto alla struttura sanitaria, ma ha altresì condannato la medesima a restituire al figlio dell’anziana donna le somme che questi aveva già pagato in passato.

Orbene (come la lettrice ha potuto rilevare) nonostante le pronunce della Cassazione e dei tribunali nazionali, i Comuni e le Rsa continuano a chiedere – illegittimamente- ai pazienti e ai loro familiari il pagamento di una quota della retta di ricovero in relazione al reddito Isee.

A tal proposito è noto e pacifico che la retta della Rsa sia composta da una quota sanitaria e da una quota alberghiera. Sicché, nel caso di riconoscimento del diritto d’ingresso dell’assistito in Rsa, la quota sanitaria viene posta a carico del Ssn, mentre la quota alberghiera è sottoposta ad una partecipazione economica dell’assistito e della sua famiglia in base al reddito Isee.

I Comuni, quindi, stabiliscono gli importi a proprio carico e quelli dovuti dall’assistito sulla base dell’Isee dell’assistito e dei parenti in linea retta di primo grado, sommando la pensione di invalidità, l’indennità di accompagnamento e persino la prima casa (in base alla rendita catastale).

Molti malati, dunque, sulla base del proprio Isee, si sono trovati costretti a dover pagare la quota intera o comunque parte della retta alberghiera.

Tuttavia, la situazione anzidetta – valevole per numerose categorie di degenti in Rsa – non è legittima per i malati di Alzheimer, atteso che per gli stessi vi è una stretta correlazione tra le prestazioni sanitarie e quelle assistenziali, tanto che anche le seconde devono ritenersi a carico del Ssn.

Tale principio è stabilito dalla legge. Ci si riferisce, in particolare, all’30 della Legge n. 730 del 1983 che la stessa lettrice ha citato.

Detto principio – per rispondere al quesito sul punto – è ancora in vigore, tant’ è che lo stesso è stato confermato anche dal Dpcm del 14.2.2001 che pone a carico del Ssn le prestazioni socio-assistenziali ad alta integrazione sanitaria, come quelle necessarie ai malati di Alzheimer [4].

Ed infatti, come di recente ribadito dalla Cassazione [5] i costi per le prestazioni connesse ai «trattamenti farmacologici somministrati con continuità a soggetti con grave psicopatologia cronica ospitati presso strutture che siano dotate di strumentazione e personale specializzato idonei ad effettuare terapie riabilitative, nonché a contenere la possibile degenerazione della malattia, sono a carico delle sole Asl».

Nei casi analoghi a quello del marito della lettrice, pertanto, non si potrà parlare di quota sociale/alberghiera e di quota sanitaria, ma di copertura esclusivamente sanitaria, pertanto, totalmente a carico del Servizio Sanitario Nazionale.

Nonostante i principi espressi, nella realtà accade troppo spesso che Rsa e Comuni facciano sottoscrivere ai familiari dell’assistito un impegno di pagamento, col ricatto che altrimenti non sarebbe possibile il ricovero dell’anziano. E i parenti firmano e pagano.

Ma quando l’anziano è disabile grave, ha un’invalidità al 100% e non ha mezzi sufficienti, la retta è a carico del Ssn e del Comune.

In simili circostanze, dunque, nulla può richiedere la Rsa per il ricovero al paziente né ai suoi familiari, né tantomeno può minacciarne le dimissioni senza esporsi al rischio di commettere un reato.

Eventuali atti di impegno da sottoscrivere sono (secondo la giurisprudenza) nulli e, se già sottoscritti, revocabili.

Nel caso specifico, pertanto, il consiglio pratico è di formalizzare la non debenza di ogni e qualsivoglia pretesa, facendo valere, al contempo, il diritto del degente a ricevere cure e ricovero a spese esclusivamente a carico del Ssn e del Comune.

Considerando, inoltre, che il marito della lettrice è attualmente ricoverato in ospedale, un’altra soluzione percorribile sarebbe quella di opporsi alle sue dimissioni, sostenendo la continua necessità di cure aventi carattere prettamente sanitario o chiedendo, in subordine, che venga trasferito in un altro reparto della stessa struttura o in altra Rsa (Residenza sanitaria assistenziale) a condizione che:

1) detto ricovero sia definitivo;

2) la struttura sia situata preferibilmente in una zona vicina alla moglie;

3) il trasferimento venga effettuato a cura e spese dell’Asl;

4) la quota della retta sia interamente a carico della Asl e/o in ogni caso del SSN e sia comprensiva di tutte le prestazioni alberghiere e socio-assistenziali, in considerazione del carattere accessorio e marginale che queste assumono a fronte delle prestazioni sanitarie.

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avv. Annamaria Zarrelli

note

[1] Legge n. 833 del 23 dicembre 1978, relativa alla “Istituzione del Servizio Sanitario Nazionale”.

[2] Cass., sent. n. 4558 del 22.03.2012; Cass., sent. n. 2276 del 9.11.2016.

[3] Trib. Verona, sent. n. 689 del 21.3.2016.

[4] Inoltre, come noto le prestazioni di degenza in RSA per soggetti non autosufficienti rientrano tra i Livelli Essenziali di Assistenza (c.d. LEA) come da combinato disposto degli articoli 54 della L. 289/2002, 1 e 3- septies del D. Lgs. 502/92, dell’All. 1, lett. H del D.P.C.M. 29.11.2001 e degli articoli 2 D.P.C.M. 5.3.2007 e 29,30,31 e 32 D.P.C.M. 23.4.2008.

[5] Cass., sent. n. 2276 del 9.11.2016


Per avere il pdf inserisci qui la tua email. Se non sei già iscritto, riceverai la nostra newsletter:
Informativa sulla privacy

ARTICOLI CORRELATI

1 Commento

  1. Le famiglie sono lasciate a se stesse , per la mia esperienza. Un malato di Alzheimer e’ una persona che ha bisogno di tutto 24 ore al giorno e tutto ciò per tanti lunghi anni dove tu non vedi uno spiraglio di luce perché sei lasciato solo con il tuo dolore. Le istituzioni dove sono? Che cosa fanno? Quale apporto ti danno? Per la mia esperienza nessuna e nel 2018 tutto ciò cozza con i diritti dell’uomo, con il diritto alla salute .

Lascia un commento

Usa il form per discutere sul tema. Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

 


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI