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Usucapione su un immobile intestato a una società

30 novembre 2017


Usucapione su un immobile intestato a una società

> Diritto e Fisco Pubblicato il 30 novembre 2017



È possibile l’usucapione di un immobile intestato ad una società da parte di un parente dell’amministratore tenendo conto che anche il parente è socio di codesta società?

Il parere in oggetto richiede la risoluzione della problematica relativa all’acquisto per usucapione di un immobile intestato ad una società da parte di uno dei suoi stessi soci che, tra l’altro, risulta essere anche parente dell’amministratore.

Occorre preliminarmente sottolineare che i beni, una volta conferiti in società, diventano patrimonio di quest’ultima. Ciò trova fondamento nel principio della soggettività giuridica e nell’autonomia patrimoniale delle società. L’usucapione, invece, è quell’istituto previsto dagli artt. 1158 ss. del codice civile mediante cui è possibile acquistare a titolo originario la proprietà o altro diritto reale di godimento di un bene. Elementi essenziali dell’usucapione sono il possesso (che non deve essere violento o clandestino), il decorso del tempo e il disinteresse del titolare del diritto.

Pertanto, al fine di stabilire se sia possibile o meno l’acquisto per usucapione di un bene sociale da parte di uno dei suoi stessi soci, occorre procedere alla disamina della situazione di fatto e/o di diritto che il socio vanta nei confronti dell’immobile in questione.

Innanzitutto occorre valutare se il socio possa o meno utilizzare il bene in oggetto. A tal proposito, l’art. 2256 codice civile prevede che il socio non può servirsi, senza il consenso degli altri soci, delle cose appartenenti al patrimonio sociale per fini estranei alla società. Dall’analisi di tale articolo emerge, innanzitutto, il chiaro divieto per i soci di utilizzo di un bene sociale senza il consenso degli altri soci per fini diversi tra quelli previsti dall’atto costitutivo della società stessa.

Ovviamente, se il bene è utilizzato per fini rientranti tra quelli previsti dall’oggetto sociale, il socio non ha necessità di ottenere il previo consenso degli altri soci, in quanto è evidente che tale utilizzo viene fatto a favore della stessa società e quindi anche, in via indiretta, degli altri soci. Semmai, in tale ipotesi, si può presumere che sia stato lo stesso amministratore ad autorizzare l’utilizzo del bene in questione.

Pertanto, in questo caso, è evidente che il socio non può possedere il bene in oggetto, poiché manca proprio il cosiddetto animus possidendi previsto dall’art. 1140 cod. civ. ovvero il potere sulla cosa che si manifesta in un’attività corrispondente all’esercizio della proprietà o di altro diritto reale.

Diversamente, invece, se il socio è stato autorizzato all’utilizzo del bene sociale da parte degli altri soci, semmai anche per fini personali, comunque non ne consegue il possesso, bensì solo la semplice detenzione. L’eventuale trasformazione del titolo d’uso del bene immobile da semplice detenzione in possesso a favore del socio può avvenire solo in seguito ad un atto di interversione del possesso (così Cass. 2487/2000).

L’interversione del possesso consiste nella conversione della detenzione in possesso per causa proveniente da un terzo o per atto di opposizione nei confronti del possessore, ovvero per atto di attribuzione del possesso da parte dell’attuale possessore o per atto unilaterale del detentore mediante cui questi afferma il proprio possesso sulla cosa.

Pertanto, in conclusione, se il bene immobile della società viene utilizzato dal socio per fini sociali sicuramente non è usucapibile, poiché manca lo stesso animus possidendi. Del pari, si può affermare che se il bene è utilizzato dal socio per fini personali in forza di consenso degli altri soci anche in questo caso non è possibile l’acquisto per usucapione, a meno che non vi sia stata interversione del possesso tale che venga a mutare il titolo stesso di utilizzo del bene da detenzione a possesso.

Articolo tratto da una consulenza di Avv. Domenico Sannella


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