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Lo sai che? Denuncia conversazione WhatsApp: devo consegnare il cellulare?

Lo sai che? Pubblicato il 26 ottobre 2017

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> Lo sai che? Pubblicato il 26 ottobre 2017

Chi presenta una denuncia non può limitarsi a esportare la chat e a stamparla: il giudice può acquisire lo smartphone.

Hai subito delle molestie da uno stalker che, con una serie di messaggi su WhatsApp, ti ha torturato. Nonostante tu non abbia mai risposto, lui non si è dato per vinto e, anzi, infastidito dalla tua indifferenza, è arrivato a minacciarti. Il suo comportamento è diventato talmente oppressivo che ti sei deciso, all’ultimo, di denunciarlo. È tutto documentato: non hai cancellato la conversazione che, ora, è lì davanti ai carabinieri come prova del reato. Per lasciare una copia scritta dei messaggi WhatsApp ricevuti hai anche pensato bene di esportare la chat in un file che hai archiviato in una pennetta, anch’essa consegnata alle autorità e – per non lasciare nulla al caso – l’hai anche stampata su un foglio. A questo punto però uno dei carabinieri ti dice che, probabilmente, il giudice potrebbe chiederti di consegnare il cellulare nel corso del processo perché sia acquisito come prova. A te sembra una cosa assurda visto che la conversazione è ormai immagazzinata ed esportata, per cui non c’è ragione anche di lasciare il supporto hardware. Tanto più che si tratta di un cellulare di ultima generazione, acquistato da poco, che ti è costato un occhio della testa. Chi ha ragione? A chiarirlo se, in caso di denuncia di una conversazione WhatsApp bisogna consegnare il cellulare, è una recente sentenza della Cassazione [1].

Secondo la Suprema Corte, il giudice può non accontentarsi di acquisire la trascrizione delle conversazioni WhatsApp tra la parte lesa e l’imputato. L’utilizzabilità dei “dialoghi” è subordinata all’acquisizione del supporto fisico ossia del cellulare.

Infatti la registrazione di tali conversazioni, operata da uno degli interlocutori, costituisce una forma di memorizzazione di un fatto storico, della quale si può certamente disporre per fini probatori, trattandosi di una prova documentale. Il codice penale, del resto, prevede [2] espressamente la possibilità di acquisire documenti che rappresentano fatti, persone o cose mediante la fotografia, la cinematografia, la fonografia o qualsiasi altro mezzo. Tuttavia l’utilizzabilità di tali prove è subordinata all’acquisizione del supporto contenente la registrazione. La trascrizione che fa il tecnico nominato dal giudice (in questo caso, questi trascriverà le conversazioni su un documento scritto) svolge una semplice funzione di riproduzione del contenuto della principale prova documentale [3]: tanto perché occorre controllare l’affidabilità della prova stessa mediante l’esame diretto del cellulare onde verificare con certezza sia la paternità delle registrazioni, sia l’attendibilità di quanto da esse documentato.

Qual è il risultato? Che chi denuncia deve anche essere pronto a consegnare al giudice il proprio smartphone e a perderne il possesso finché il processo non termina. Un pregiudizio non certo minimo, di cui tenere considerazione.

note

[1] Cass. sent. n. 49016/17.

[2] Art. 234 co. 1 cod. proc. pen.

[3] Cass. sent. n. 50986/2016.

Autore immagine: 123rf com


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