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Lo sai che? Il figlio ha diritto a quota eredità se non è citato nel testamento?

Lo sai che? Pubblicato il 1 dicembre 2017

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> Lo sai che? Pubblicato il 1 dicembre 2017

Pochi giorni fa ho scoperto che mio padre da poco deceduto, nel suo testamento, ha lasciato tutti i suoi beni ai miei nipoti. In breve, senza citarmi, mi ha completamente disereditato. Sono suo figlio unico ancora vivente e ho sempre pensato che un giorno sarei diventato legittimamente co-proprietario con mio fratello (deceduto) e la sua famiglia di quella che ho sempre considerato come “casa mia”.  Non voglio creare conflitti con i miei nipoti. Posso contestare legalmente il testamento? Aggiungo che mia madre era deceduta già prima della morte di mio padre.

Dopo aver analizzato il testamento redatto dal padre del lettore e sulla base degli ulteriori elementi da quest’ultimo forniti, si può affermare quanto segue.

La legge (in particolare l’articolo 536 del codice civile) attribuisce ad alcuni determinati soggetti il diritto intangibile ad una quota del patrimonio del parente defunto indipendentemente dalla volontà che questi abbia espresso nel testamento.

Le norme che stabiliscono le cosiddette quote di legittima sono norme inderogabili (il testatore, cioè, non può violarle nel momento in cui redige il proprio testamento).

I soggetti (definiti eredi legittimari) a cui la legge attribuisce una quota (la cosiddetta quota di legittima) sono:

– il coniuge superstite;

– i figli legittimi, legittimati e adottivi (ed i loro discendenti che succedono per rappresentazione);

– i figli naturali (o i loro discendenti);

– gli ascendenti legittimi (solo se mancano figli e discendenti).

Dunque, applicando queste norme al caso specifico, se, come pare di capire, la madre del lettore era già defunta al momento della morte del marito, gli eredi legittimari erano e sono il lettore ed i suoi nipoti (i quali, per legge, subentrano nel luogo e nel grado del loro ascendente, cioè del fratello del lettore morto prima della morte del padre).

In sostanza, le quote intangibili di legittima nel caso in cui il defunto lasci due figli (senza coniuge) sono di un terzo per ciascun figlio (l’ulteriore terzo è la cosiddetta quota disponibile che il testatore, il padre del lettore, era libero di destinare a chiunque avesse voluto).

Leggendo il testamento del padre, è chiaro che la quota disponibile di un terzo è stata assegnata ai suoi nipoti, ai quali però poteva essere aggiunta solo la quota legittima che sarebbe spettata al loro genitore (cioè il fratello del lettore) pari ad un altro terzo.

In definitiva ai suoi nipoti per legge può spettare il terzo dell’eredità che sarebbe spettato al loro genitore (cioè al fratello del lettore) più il terzo disponibile, ma non oltre perché anche al lettore spetta, come quota legittima, un terzo dell’eredità di suo padre. In casi come questo in esame, quindi, cioè di lesione della quota di legittima, all’erede legittimario pretermesso (definizione giuridica per indicare l’erede legittimario a cui per legge spetta una quota di eredità che, invece, il testatore gli ha negato in testamento escludendolo del tutto) la legge riconosce il diritto di agire con la cosiddetta azione di riduzione con la quale si reintegra la quota di legittima spettante riducendo le disposizioni testamentarie (e le eventuali donazioni) che eccedono la quota di cui il testatore era libero di disporre.

Il lettore, in sostanza, ha la possibilità, entro dieci anni dalla data in cui i suoi nipoti avranno accettato l’eredità, di intentare contro di loro l’azione di riduzione per ottenere la reintegra della quota che gli spetta (pari ad un terzo) che è stata lesa dalle disposizioni testamentarie di suo padre (si precisa che per agire con azione di riduzione occorre imputare alla propria quota di legittima le eventuali donazioni che in vita si sono ricevute dalla persona della cui eredità si tratta).

Si aggiunge infine un’annotazione conclusiva. La legge non consente la diseredazione (cioè l’esclusione, senza alcun motivo, di un erede legittimario dalla quota di eredità che gli spetta); la legge ammette solo che un erede possa essere considerato indegno di succedere (articolo 463 del codice civile), ma soltanto nel caso in cui abbia attentato alla vita o alla integrità morale del testatore o alla libertà di testare del testatore (cioè nei casi in cui l’erede abbia ucciso o tentato di uccidere volontariamente il testatore o il coniuge o un ascendente o discendente del testatore o nei casi in cui l’erede abbia calunniosamente denunziato le persone appena citate o abbia falsamente testimoniato contro di loro per reati punti con l’ergastolo o con la reclusione non inferiore, nel minimo, a tre anni, o , infine, nei casi in cui l’erede abbia indotto il testatore, con dolo o violenza, a fare, mutare o revocare i testamento o l’abbia impedito, oppure abbia soppresso, alterato o celato il testamento o abbia formato un testamento falso o ne abbia fatto coscientemente uso).

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avv. Angelo Forte


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