Professionisti Polizia giudiziaria

Professionisti Pubblicato il 4 novembre 2017

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Il ruolo della polizia giudiziaria nel processo penale; i rapporti con il Pm e la raccolta delle prove.

La P.G  è soggetto del procedimento, ma non parte del processo penale, non essendo portatrice di una situazione giuridica sostanziale innanzi al giudice dell’udienza preliminare o dibattimentale.

Vero è che l’art. 22 D.P.R. n. 449/1988 ha previsto che nella udienza dibattimentale innanzi al tribunale monocratico l’ufficiale di P.G. che non abbia preso parte alle indagini preliminari possa impersonare l’accusa, ma l’ufficiale in tal caso svolge le funzioni di pubblico ministero, sicché opera in nome altrui e non della propria istituzione, anche se con piena autonomia (art. 53).

Riservata al dibattimento prevalentemente la fase di formazione della prova, in ossequio ai principi di immediatezza, oralità e concentrazione, alla P.G. è, invece, affidato il compimento degli atti necessari per assicurare le fonti di prova, avvalendosi di mezzi di ricerca espressamente disciplinati (artt. 244-271) e di altri atipici, innominati (art. 189). La P.G., nella sua attività di ricerca della prova, opera in via autonoma, di propria iniziativa, finché la direzione delle indagini non è assunta dal P.M., che deve intervenire immediatamente, impartendo direttive (temi di indagine) ovvero delegando il compimento di specifici atti (art. 348), qualora non ritenga di svolgere direttamente le indagini (art. 326).

A tal fine è previsto che, prima dell’intervento del P.M., e comunque fino a quando questi non abbia impartito le direttive, la P.G. raccoglie ogni elemento utile alla ricostruzione del fatto e alla individuazione del colpevole (art. 348).

Inoltre il cd. «pacchetto sicurezza», nell’intento di ampliare il potere di investigazione della P.G., ha modificato gli artt. 327, 348 e 354 c.p.p. Le nuove disposizioni consentono alla polizia giudiziaria, anche dopo aver riferito la notizia di reato al P.M., di continuare attività investigativa di propria iniziativa, anche al di fuori delle direttive del P.M.

All’obbligo di informativa al P.M., da effettuarsi senza ritardo rispetto alla ricezione della notitia criminis, corrisponde per il magistrato un dovere di direzione delle indagini.

Peraltro, la P.G., anche di propria iniziativa, deve impedire che i reati siano portati a conseguenze ulteriori, ricercare le cose e le tracce pertinenti al reato, conservare le stesse e lo stato dei luogi, individuare le «persone informate» in grado di riferire su circostanze rilevanti per la ricostruzione dei fatti, attivarsi per la ricerca dei mezzi di prova e per gli accertamenti urgenti (artt. 348, 354). Più in particolare, la P.G., di propria iniziativa, ovvero su specifica delega del P.M. o nell’ambito delle direttive da costui impartite, è legittimata a compiere una serie di attività espressamente previste.

Le attività della P.G.

Una esigenza di inquadramento sistematico dell’attività della P.G. impone di seguire i parametri fondamentali dettati dagli artt. 55 e 326 in tema di natura delle sue funzioni e di finalità delle sue indagini, nel contesto della rilevanza solo endoprocessuale di queste e del ruolo di direzione e di preminenza attribuito al P.M.

Si comprende allora come la prima disposizione (art. 347), dettata nel titolo IV che disciplina l’attività di iniziativa, prescrive alla P.G. l’obbligo di comunicazione senza ritardo della notizia di reato al P.M., in ossequio al rapporto di subordinazione di cui all’art. 59. La comunicazione deve avvenire immediatamente se trattasi di reati concernenti la criminalità organizzata (art. 347, c. 3). Se sono compiuti atti che prevedono l’assistenza del difensore, la comunicazione deve essere trasmessa entro 48 ore dal compimento dell’atto.

Cronologicamente antecedente alla predetta comunicazione è l’assicurazione delle fonti di prova (art. 348), in via autonoma, nella immediatezza; assicurazione che prosegue a cura della P.G., come attività delegata, dopo l’intervento del P.M. (art. 348, c. 3) oppure ancora di propria iniziativa (art. 348, c. 1).

L’attività della P.G. si indirizza, per le finalità più varie, verso persone, cose, luoghi ed accadimenti, ossia verso i multiformi aspetti della realtà, naturale prima, e giuridica poi.

Le persone rilevanti per le indagini preliminari sono innanzitutto l’indagato (o investigato) nei cui confronti si procede; l’indagato in procedimenti connessi o collegati; le «persone informate» in grado di riferire su circostanze rilevanti per la ricostruzione dei fatti oggetto dell’investigazione; le persone idonee, dotate di specifiche competenze tecniche per il compimento di particolari atti o operazioni. Le cose rilevanti per le indagini sono il corpo del reato e in genere le tracce e le cose pertinenti al reato, per le quali la P.G. può effettuare atti di individuazione, ispezione, sequestri, perquisizione personale, domiciliare, locale, acquisizione di plichi o di corrispondenza, accertamenti urgenti, ispezioni non personali, rilievi.

I luoghi rilevanti per le indagini possono essere assoggettati a perquisizione, ispezione, accertamenti urgenti e rilievi per ricercare, a seconda dei casi, cose o tracce pertinenti al reato, persone sottoposte ad indagini, evasi, ovvero assicurare lo stato dei luoghi o rilevarne o individuarne il modo d’essere.

Gli accadimenti rilevanti per le indagini sono quelli utili alla ricostruzione del fatto e alla individuazione del colpevole sicché la loro assicurazione al procedimento può avvenire attraverso la intercettazione di conversazioni o comunicazioni, la acquisizione di plichi o di corrispondenza, atti o operazioni di ausiliari tecnici, oltre che, più in generale, attraverso gli altri strumenti di indagine innanzi considerati.

Le attività relative all’indagato

Passando alla analitica disamina dell’attività di P.G., un ruolo centrale assume in essa la figura dell’indagato, cui in questa fase del procedimento, non ancora processo, l’art. 61 estende i diritti e le garanzie dell’imputato.

All’esigenza primaria della sua identificazione è preordinata la possibilità di procedere, ove occorra, a rilievi dattiloscopici, fotografici, antropometrici, a prelievi di capelli o saliva (onde risalire al DNA) [1]. È pure previsto il potere per la P.G. di accompagnare l’investigato nei propri uffici ed ivi trattenerlo per non oltre 12 ore (senza alcun avviso alla autorità giudiziaria) ovvero non oltre le 24 ore (previo avviso orale al P.M.) (art. 349 c. 4), sempre per finalità di identificazione, qualora l’identità sia ignota o dubbia. In ogni caso, trattandosi pur sempre di limitazione della libertà personale, è stata contemplata in funzione di tutela della stessa, l’immediata informativa dell’accompagnamento in caserma e del successivo rilascio al P.M., inteso quale organo di giustizia e garante della legalità (art. 349 c. 5 e 6).

In caso di flagranza, gli ufficiali e anche gli agenti di P.G. hanno obbligo di arrestare l’indagato se trattasi di delitto non colposo, punibile con la pena della reclusione non inferiore nel minimo ad anni cinque, purché il massimo edittale sia pari o superiore ad anni 20, ovvero se trattasi di reati tassativamente elencati (art. 380).

L’indagato è, inoltre, assoggettabile ad arresto facoltativo se colto in flagranza di delitto non colposo punibile con pena superiore nel massimo ad anni tre ovvero di delitto colposo punibile con pena non inferiore nel massimo ad anni cinque, ma la facoltà di arresto deve essere rapportata alla gravità del fatto ovvero alla pericolosità del soggetto desunta dalla sua personalità o dalle circostanze del fatto (art. 381).

Infine, anche fuori dei casi di flagranza, la P.G., sempre che il P.M. non abbia ancora assunto la direzione delle indagini, quando ricorra pericolo di fuga, fondato su specifici elementi, procede al fermo dell’indagato che sia raggiunto da gravi indizi di reità in ordine a delitto punibile con pena superiore nel massimo ad anni sei, ma non inferiore nel minimo ad anni due, ovvero a delitto per armi da guerra (non per quelle comuni) e sempre che sussista pericolo di fuga (art. 384).

L’attività investigativa diretta ad acquisire informazioni sul fatto-reato e sul suo autore si vale della stessa persona sottoposta ad indagini (cd. indagato) per conseguire elementi informativi se questa è disposta a collaborare (art. 64).

Le sommarie informazioni provenienti dall’indagato possono assumere una delle seguenti forme:

  1. Assunzioni di sommarie informazioni (art. 350, c. 1-4)

L’assunzione implica che la P.G. sollecita l’indagato a rendere dichiarazioni, mentre la ricezione significa che la P.G. si limita passivamente a recepire quanto l’indagato spontaneamente e di sua iniziativa dichiara. In ogni caso le dichiarazioni hanno valenza per fini informativi e cioè investigativi, nonché possono essere utilizzate ai fini delle contestazioni in dibattimento (art. 500, c. 3).

L’assunzione di informazioni, che non può trasformarsi in un mezzo per contestare il reato all’indagato e cioè in «interrogatorio», ha per la P.G. come suoi presupposti:

  • lo stato di libertà dell’indagato, sicché l’assunzione non è possibile quando l’indagato sia in stato di arresto, di fermo di P.G. o sottoposto alla misura di cui all’art. 384bis c.p.p.;
  • la necessaria assistenza del difensore di fiducia ovvero di ufficio designato dal P.M., che ha il potere-dovere di presenziare all’atto; ove necessario, la stessa P.G. avvisa direttamente il difensore, avendo costui diritto al tempestivo preavviso.

Nell’assunzione di informazioni debbono essere rispettate le seguenti modalità:

  • fisica libertà dell’indagato, anche se arrestato o fermato per altro titolo, in modo che egli non avverta alcuna compressione della sua libertà morale;
  • libertà psichica dell’indagato, non essendo utilizzabili metodi o tecniche idonee ad influire sulle capacità volitive, intellettive o mnemoniche;
  • libertà dichiarativa, dovendo l’indagato essere avvertito che ha facoltà di non rendere informazioni.

In ordine alla veste documentale, le informazioni così assunte sono trasfuse in un verbale scritto (art. 357 c. sub b), pienamente utilizzabile nella fase pre-processuale e limitatamente utilizzabile, per contestazione, in dibattimento.

 

  1. Assunzione di sommarie informazioni sul luogo ovvero nell’immediatezza del fatto (art. 350, c. 5-6).

Rispetto alle precedenti, queste si caratterizzano per le particolari circostanze (di tempo o di luogo) e per l’assenza del difensore. Infatti, esse possono essere assunte nell’immediatezza cronologica del fatto, anche in luogo diverso dalla sua commissione (ad es.: in caserma) ovvero sul luogo del fatto, anche se non nella sua immediatezza (il luogo del delitto suscita, anche a distanza di tempo, una particolare emozione nel colpevole). Le notizie e le indicazioni acquisite sono utili unicamente, ai fini dell’immediata prosecuzione delle indagini, (senza alcuna altra valenza ad es. per le ordinanze cautelari o il rinvio a giudizio).

Proprio questa urgenza rende l’atto esperibile anche in assenza del difensore e perfino nei confronti delle persone in vinculis.

L’assenza del difensore impedisce la verbalizzazione della dichiarazione e la loro utilizzabilità procedimentale;

  1. Ricezione di dichiarazioni spontanee

Queste differiscono dalle due precedenti forme di sommarie informazioni perché sono:

  • spontanee, e cioè autonomamente promananti dall’indagato, senza alcuna sollecitazione o domanda della P.G.;
  • meramente ricettive, e cioè semplicemente ricevute e non già assunte dalla P.G.

Anche nell’assunzione d’informazioni vi è volontà di renderle da parte dell’indagato, ma tale sua volontà o disponibilità non è spontanea, bensì provocata; inoltre ivi egli risponde a domande formulate dagli inquirenti.

La spontaneità delle dichiarazioni le fa configurare come mezzo, liberamente scelto, di autodifesa e di collaborazione spontanea nella ricerca della verità, sicché all’indagato è consentito renderle anche in assenza del proprio difensore di fiducia o di ufficio e anche se è in vinculis. Infatti, la spontaneità esclude la derivazione da violenza morale o la compromissione della libertà di autodeterminazione. Trattandosi di mera operazione passiva, la ricezione delle dichiarazioni spontanee può avvenire anche ad opera di un mero agente di P.G., mentre per l’assunzione di qualsiasi tipo di informazione dall’indagato è necessaria la più pregnante qualità di ufficiale di P.G.

In ordine alla forma di documentazione, per le dichiarazioni spontanee, va sempre redatto verbale (art. 357, c. 1, sub e)), essendo prevista l’utilizzabilità dell’atto.

Le spontanee dichiarazioni sono pienamente utilizzabili nella fase procedimentale (delle indagini preliminari) ad esempio per l’emissione di misure cautelari, oppure anche per il convincimento del giudice nell’udienza preliminare e nei riti alternativi (rito abbreviato, patteggiamento etc.) [2] [3].

Le attività relative alle «persone informate sui fatti»

Nella fase dibattimentale, invece, sono utilizzabili per le contestazioni (art. 350, c. 7).

soggetti che possono riferire circostanze utili ai fini delle indagini (art. 351) per la ricostruzione del fatto o l’individuazione del colpevole (art. 348). Costoro possono essere sia potenziali testimoni (art. 351, c. 1) che imputati in processi connessi o collegati (art. 351, c. 1bis).

La legge 172 del 2012 ha introdotto un ulteriore comma nell’art. 351 prevedendo che nei procedimenti per i delitti previsti dagli articoli 600, 600bis, 600ter, 600quater, 600quater.1, 600quinquies, 601, 602, 609bis, 609quater, 609quinquies, 609octies e 609undecies del codice penale (delitti relativi alla prostituzione e la pornografia minorile), la polizia giudiziaria, quando deve assumere sommarie informazioni da persone minori, si deve avvalere dell’ausilio di un esperto in psicologia o in psichiatria infantile, nominato dal pubblico ministero. La disposizione mira alla tutela del minore al momento del compimento di atti potenzialmente traumatici e ad assicurare la genuinità dell’assunzione della fonte di prova.

Come già esposto, le norme del cd. «giusto processo» (L. 63/2001), che ha modificato gli artt. 351 e 362 c.p.p., consentono alla P.G. ed il P.M. di procedere all’escussione, come persone informate dei fatti, dei coimputati od imputati di reato in procedimento connesso o collegato che riferiscano fatti relativi alla responsabilità penale di altri.

In tal caso vanno rispettate le garanzie previste dall’art. 197bis c.p.p. Allo scopo di assicurare tali fonti di prova, la persona informata, alla pari dell’indagato, può essere accompagnata in ufficio dalla P.G.

Se la persona informata del fatto è un testimone, vanno applicate le norme relative alla testimonianza e cioè gli artt. 197-203 (v. art. 351, c. 1).

note

[1] Il prelievo della saliva o dei capelli può avvenire anche senza il consenso dell’interessato. La disposizione è stata introdotta dall’art. 10 del D.L. 144/2005 come ulteriore norma antiterrorismo, in considerazione del fatto che i terroristi internazionali utilizzano spesso documenti falsi cambiando identità.

[2] Alle dichiarazioni spontanee non si applica la disciplina di cui all’art. 63 c.p.p., la quale concerne l’esame di persone non imputate e non sottoposte ad indagini, mentre le dichiarazioni spontanee provengono precisamen- te dalla persona nei confronti della quale vengono svolte indagini e sono utilizzabili se il relativo verbale è stato acquisito al fascicolo per il dibattimento con il consenso delle parti; nemmeno è applicabile alle dichiarazioni spontanee la disciplina di cui all’art. 64 c.p.p. (Cass. V, 4-4-2005, n. 12445; conforme Cass. II, 40220/2006).

[3] Le Sezioni Unite della Cassazione, con la sentenza n. 5838 del 2014, hanno stabilito che le dichiarazioni rese in sede di presentazione spontanea all’autorità giudiziaria, equivalendo «ad ogni effetto» all’interroga- torio, sono idonee ad interrompere la prescrizione, purché l’indagato abbia ricevuto una contestazione chiara e precisa del fatto addebitato, in quanto gli atti interruttivi indicati nell’art. 160 cod. pen. si connotano per essere l’esplicitazione, da parte degli organi dello Stato, della volontà di esercitare il diritto punitivo in relazione ad un fatto-reato ben individuato e volto a consentirne la conoscenza all’incolpato. In motivazione è stato chia- rito che per valutare il coefficiente di specificità della contestazione deve essere considerato lo sviluppo delle indagini e l’attuale stato del procedimento.


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