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Critica, cronaca e diffamazione: quando c’è reato?

29 ottobre 2017


Critica, cronaca e diffamazione: quando c’è reato?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 29 ottobre 2017



Differenza tra critica, cronaca, satira, diffamazione: quando è possibile sporgere querela e quando c’è invece libertà di espressione e di manifestazione del pensiero.

Esprimere le proprie opinioni comporta sempre dei rischi, in parte perché la gente non accetta critiche e in parte perché, spesso, l’opinione è motivo per etichettare le persone. Basta riferire di essere a favore di un partito politico piuttosto che di un altro per subire una marchiatura a vita. Il progresso non ci ha abituato ad accettare le opinioni diverse dalle nostre. Ma una cosa è ciò che pensa la gente, un’altra ciò che prevede la legge. E, anche in questo caso, bisogna stare attenti: se si sconfina dalla critica alla diffamazione è facile incappare in una querela. Vediamo dunque quali sono i confini tra il diritto di critica, la cronaca e la diffamazione.

Confine tra critica e diffamazione

La nostra costituzione tutela la libertà di espressione. In particolare l’articolo 21 stabilisce il diritto  di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione.

La diffamazione scatta quando c’è la volontà di usare espressioni dispregiative con la consapevolezza di offendere l’altrui reputazione. Il confine tra la critica e la diffamazione è dunque lo scopo: nel primo caso le dichiarazioni hanno ad oggetto i fatti la cui narrazione, per essere lecita, deve essere anche vera; nel secondo caso si trascende dai fatti per colpire una persona e la sua reputazione. Dire di un amministratore di condominio che ha sbagliato completamente i bilanci è cosa ben diversa dal dire che l’amministratore è un truffatore: nel primo caso si tratta di espressione del diritto di critica (anche se l’opinione è il frutto di una soggettiva interpretazione tecnica), nel secondo caso si trascende dal fatto per aggredire la moralità della persona.

Diffamazione

La diffamazione consiste nell’offendere l’altrui reputazione comunicando con più persone fuori dai casi di ingiuria, cioè in assenza del soggetto passivo.

La sfera morale altrui può essere lesa sia con modalità direttamente e oggettivamente aggressive del diritto all’opinione altrui, sia con modalità che, sebbene non oggettivamente lesive, diventino tali per le forme con le quali vengono estrinsecate.

L’offesa a una persona la cui reputazione è già compromessa è illecita solo se le espressioni usate diminuiscano ulteriormente la considerazione di cui gode la persona offesa nel gruppo sociale.

Un espressione che si limita a insinuare il semplice dubbio può costituire reato. Secondo la cassazione, anche le espressioni dubitative, specie nella forma dell’insinuazione, possono integrare il reato di diffamazione.

La notizia falsa è sempre diffamazione. Utilizzare una formula dubitativa non salva dal reato. Difatti, secondo la giurisprudenza, anche la pubblicazione di una notizia falsa, benché espressa in forma dubitativa, può ledere l’altrui reputazione «allorché le espressioni utilizzate nel contesto dell’articolo siano ambigue, allusive, insinuanti ovvero suggestionanti, e perciò idonee ad ingenerare nella mente del lettore il convincimento della effettiva rispondenza a verità dei fatti narrati, con la conseguenza che tale indagine è rimessa al giudice di merito e se giustificata da adeguata motivazione è incensurabile in sede di legittimità».

E se la notizia viene in parte censurata e tagliata? Secondo la Corte Suprema,  la diffusione di una notizia incompleta può avere effetto diffamatorio quando la parte omessa appare meramente giustificativa o espositiva di quella riferita.

Nel caso di rettifica di una notizia falsa o diffamatoria il reato non viene meno in quanto ciò non elimina gli effetti negativi dell’azione criminosa, ma può solo essere valutata ai fini della sanzione da applicare.

La diffamazione scatta anche se non si fa il nome della vittima a condizione che questa sia identificabile dal contesto dell’espressione o dallo scritto.

Diritto di critica

La critica consiste nell’espressione di un giudizio o, più genericamente, di un’opinione che, come tale, non può pretendersi rigorosamente obiettiva.

Affinché una notizia in teoria diffamatoria possa rientrare nel diritto di critica è necessario il rispetto delle seguenti condizioni:

  • il fatto deve essere vero: fermo restando che la realtà può essere percepita in modo differente e che due narrazioni dello stesso fatto possono perciò rivelare divergenze anche marcate, non può essere consentito attribuire a un soggetto specifici comportamenti dallo stesso non tenuti o espressioni mai pronunciate, per poi esporlo a critica come se quei fatti o quelle espressioni fossero effettivamente a lui riferibili;
  • l’interesse che i fatti narrati rivestano per l’opinione pubblica. È pertanto necessario che i fatti siano anche attuali; non si può pubblicare un fatto che ha ormai perso ogni interesse ed attualità;
  • la correttezza dell’esposizione di tali fatti, in modo che siano evitate gratuite aggressione all’altrui reputazione, secondo il principio della continenza.

Critica politica

Secondo la Cassazione [1], in tema di diffamazione a mezzo stampa, quando si verta in tema di critica politica, il limite entro cui questa può essere legittimamente esercitata è più ampio del consueto per la necessità di una più ampia base di informazione di cui ha bisogno la collettività per poter valutare criticamente l’azione delle forze politiche, la gestione dell’apparato politico-amministrativo e ogni altro fatto o evento rilevante di natura politica. Pertanto, in materia di critica politica, l’interesse all’informazione, per la maggior rilevanza del suo oggetto, comprime la tutela della reputazione e legittima la critica di un fatto anche ancora da verificare, ma probabile in base alla ragionevole valutazione di altri fatti invece certi; a condizione peraltro:

  • che il fatto in questione sia attinente alla vita politica nazionale e locale e rivesta un sufficiente grado di interesse per la collettività (requisito della pertinenza);
  • che la rappresentazione di quel fatto come probabile o possibile sia ragionevole e derivi dalla concatenazione logica di fatti già accertati e correttamente riferiti (requisito della continenza).

Diritto di satira

Lo scopo della satira è suscitare ilarità. Per non sconfinare nella diffamazione deve essere palese il carattere dell’inverosimiglianza e dell’esagerazione.

La satira non può travalicare il limite del rispetto dei valori fondamentali della persona, risolvendosi in allusioni, gratuitamente offensive, a fatti inesistenti o ad attribuzioni di condotte illecite o moralmente disonorevoli, gli accostamenti volgari o ripugnanti, la deformazione dell’immagine in modo da suscitare disprezzo e dileggio.

Diritto di cronaca

Il diritto di cronaca consiste nella narrazione obiettiva di fatti.

Gli elementi essenziali del diritto di cronaca sono:

  • la verità della notizia;
  • l’interesse pubblico alla conoscenza dei fatto;
  • la massima obiettività nell’esposizione dell’informazione.

A differenza di quello di cronaca, la critica non si concretizza nella semplice narrazione veritiera dei fatti, ma esprime un giudizio che, come tale, è meramente soggettivo rispetto ai fatti stessi fermo restando che il fatto presupposto deve corrispondere a verità sia pure non assoluta ma ragionevolmente putativa. Nel caso in esame il fatto presupposto non corrispondeva a verità, neppure putativa, e pertanto non può trovare applicazione la scriminante del diritto di critica [2].

note

[1] Cass. sent. n. 31037/2001.

[2] Cass. sent. n. 25420/17 del 26.10.2017.


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