HOME Articoli

Lo sai che? Il fornitore può vendere online a prezzi più bassi dei negozi?

Lo sai che? Pubblicato il 6 dicembre 2017

Articolo di




> Lo sai che? Pubblicato il 6 dicembre 2017

Ho un negozio di abbigliamento. Ogni 6 mesi acquisto prodotti di abbigliamento da una società che distribuisce un famoso brand italiano della moda. L’ordine viene effettuato 5-6 mesi prima della effettiva consegna. Mi sono accorto che il fornitore offre gli stessi prodotti che fornisce al mio negozio direttamente al consumatore finale anche nel mio paese (clienti del mio negozio), inviando comunicazioni mail in cui invita ad acquistare tramite il loro sito internet a sconti particolari. Il fornitore ha violato gli obblighi di “correttezza e buona fede” previsti dalla legge giacché ha impedito o limitato le mie vendite? Ha commesso atti di concorrenza sleale? Posso citarlo in giudizio?

Quella stipulata tra il lettore e il fornitore è una tipologia contrattuale che si pone tra il tipico contratto di compravendita e l’atipico contratto di distribuzione dove il lettore, in qualità di venditore finale, acquisisce dei prodotti dal fornitore per rivenderli al consumatore finale.

In questi casi, stante l’autonomia contrattuale prevista dal codice civile, la possibilità delle parti di vendere i prodotti a terzi (in questo caso tramite e-commerce) è disciplinata dalle clausole contrattuali che le stesse parti stabiliscono durante la fase delle trattative.

È proprio qui che, ad esempio, viene trattata e poi inserita la cosiddetta clausola di esclusiva con la quale si riduce l’indipendenza organizzativa ed economica delle parti.

La previsione di questa clausola può essere bilaterale, ma più spesso (come nel caso specifico) è unilaterale a favore del fornitore: l’esclusiva impone al distributore/venditore finale di non vendere nella zona questi prodotti, né a produrre in proprio per la vendita, né a vendere gli stessi a distanza (internet).

Nel caso in esame, la clausola è stata prevista solo a favore del fornitore, nulla il contratto disponendo a favore del lettore, in merito al divieto del primo di poter vendere tramite e-commerce ma, viceversa, statuendo che “il cliente non potrà pertanto né trasferire la merce in un punto vendita diverso, né cedere la merce ad altre ditte, né effettuare vendite a distanza in qualsiasi forma, ivi compreso internet (e-commerce)”. Va da sé che questa clausola stabilita solo contro il lettore non potrà estendere i suoi effetti al fornitore.

Ci si trova dinanzi a quelle clausole definite vessatorie che, producendo uno squilibrio nel diritto di una delle parti contrattuali, necessita di una specifica firma del soggetto contro cui è posta.

Tuttavia, a fine del contratto è stato inserito apposito spazio per la conferma scritta ed espressa di queste clausole, tra le quali rientra per l’appunto anche quella di cui all’art. 12, sopra trascritta.

Pertanto, laddove il lettore avesse firmato anche quella casella, poco potrà dirsi o recriminarsi in merito. Per il legislatore, lo stesso ha la possibilità o meno di scegliere se contrattare o meno con questo venditore.

Così, laddove il lettore non dovesse ritenere eque le condizioni poste dal venditore, in forza dell’autonomia contrattuale che vige tra le parti, ha la possibilità di rifiutarsi di stipulare un contratto, potendo concludere affari con altri venditori. Né il venditore può essere paragonato ad una società avente il monopolio nazionale (esempio tipico si faceva con Enel, prima della nascita delle altre società concorrenti) dove lo Stato per evitare l’abuso della posizione dominante, regolava le condotte e le regole che la società doveva eseguire.

Nella fattispecie in esame, il giudice potrebbe dire che i prodotti in questione potevano essere acquistati dal lettore da altra azienda o, comunque, questi poteva acquistare un altro brand, non essendoci un vincolo sulla marca del prodotto ma, semmai, sul prodotto stesso.

Ritornando al discorso delle clausole da inserire, analoga questione riguarda la clausola di non concorrenza che, se inserita, può avere durata massima di cinque anni, così come previsto dall’art. 2596 c.c.: “Il patto che limita la concorrenza deve essere provato per iscritto. Esso è valido se circoscritto ad una determinata zona o ad una determinata attività, e non può eccedere la durata di cinque anni.

Anche qui, come per la clausola di esclusiva, il legislatore ha pensato di disciplinare un articolo del genere per permettere alle parti di valutare la possibilità o meno di ricorrere a questa limitazione nei confronti di una delle due parti, al fine di permettere all’altra di poter svolgere la propria attività senza essere danneggiata dalla concorrenza dell’altra. Tuttavia, come chiaramente espletato dall’articolo in commento, il patto che limita la concorrenza deve essere provato per iscritto.

In mancanza, nessuna delle parti contrattuali potrà recriminare qualcosa in merito.

L’unica possibilità che rimane per ottenere un risarcimento delle spese sostenute sinora, è quello di provare la violazione del principio di correttezza e buona fede contrattuale.

L’articolo 1375 cod. civ. impone alle parti di comportarsi secondo buona fede, nel senso che in fase di formazione del contratto non debbono essere suscitati intenzionalmente falsi affidamenti nella controparte ovvero, in fase di esecuzione, ciascuna delle parti deve agire in modo tale da preservare gli interessi dell’altra.

Questo significa che, se una parte dovesse tenere dei comportamenti che, da sé soli, possano provocare dei danni agli interessi dell’altra contraente, allora s’incapperebbe nella violazione di tale principio.

Detta così sembrerebbe facilmente percorribile la strada del risarcimento al fine di ottenere anche la declaratoria di risoluzione del contratto stipulato col fornitore.

Ma, il vero e proprio problema consiste nel provare l’intento dannoso del fornitore, il cui onere è posto ad esclusivo carico della parte danneggiata. Pertanto, toccherebbe al lettore dimostrare che, ad esempio, il volantinaggio fatto da questa azienda era finalizzato a compromettere gli interessi della sua attività, piuttosto che a perseguire le medesime finalità di vendita del prodotto in oggetto.

E questo come potrebbe essere dimostrato? Tramite testimoni, quali i clienti dello stesso che, in un ipotetico giudizio, dovrebbero confermare che i soggetti, dipendenti dell’azienda fornitrice, i quali pubblicizzavano con volantini le scontistiche applicate da quella azienda tramite vendita e-commerce, tenevano una condotta tale da denigrare l’attività del lettore (ad esempio, diffondendo voci sulla non convenienza a comprare i prodotti presso il suo negozio, sulla scarsa qualità dei suoi prodotti, e così via).

In questo modo, ci sarebbero buone chance di dimostrare il comportamento scorretto e anticoncorrenziale dell’azienda e, conseguentemente, di riuscire ad ottenere un risarcimento dei danni subiti.

Viceversa, difficilmente riuscirei a trovare dei bagli di luce, positivi per il lettore, su questa vicenda. Infatti, non essendo prevista alcuna clausola contrattuale di limitazione posta a carico del fornitore, nessuna legge pone un veto al medesimo di vendita dello stesso prodotto tramite il portale internet, anche perché si tratterebbe astrattamente di due attività commerciali differenti, una a distanza, tramite e-commerce, e una al dettaglio, direttamente al negozio.

Inoltre, l’azienda fornitrice potrebbe addurre, a giustificazione della maggiore scontistica effettuata nel proprio sito, il fatto di sostenere spese minori per la gestione delle vendite on-line, oltre al fatto di trovarsi, rispetto alla vendita diretta, in una posizione di svantaggio (i prodotti non possono essere provati, né toccati con mano, come succede presso il negozio) tale da spiegare la scontistica maggiore applicata ai medesimi prodotti.

Ad ogni modo, nel caso si riuscisse a dimostrare la responsabilità del fornitore, nella condotta slealmente tenuta, il lettore potrà ottenere il rimborso delle spese sostenute, oltre il risarcimento del mancato guadagno.

Difatti, in tema di responsabilità precontrattuale, il pregiudizio risarcibile è circoscritto al solo interesse negativo, costituito sia dalle spese inutilmente sopportate nel corso delle trattative ed in vista della conclusione del contratto, sia dalla perdita di altre occasioni di stipulazione contrattuale, pregiudizio liquidabile anche in via equitativa, sulla base di criteri logici e non arbitrari (Cassazione civile, sez. III, 03/12/2015, n. 24625).

Così, nel caso specifico, da un eventuale controversia giudiziale, laddove il lettore riuscisse a provare la violazione della buona fede di cui all’art. 1337 c.c., potrebbe successivamente chiedere indietro le somme spese per gli ordini effettuati in quel periodo, nonché l’eventuale mancato guadagno dovuto al comportamento del fornitore. Quest’ultima prova, usualmente, è data tramite raffronto con i guadagni dei precedenti anni e relativi ai medesimi periodi.

Concludendo, prima di intraprendere qualsiasi azione giudiziaria, si consiglia di valutare l’esistenza o meno di testimoni pronti a dimostrare la sussistenza di queste condotte anticoncorrenziali tenute dall’azienda fornitrice.

Solo così, si potrà valutare la fattibilità o meno di una citazione in giudizio.

In mancanza, non resta al lettore che interrompere i rapporti commerciali con l’azienda in oggetto, poiché è venuto meno quel rapporto di fiducia, necessario a sostenere un contratto del genere.

 

 

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avv. Salvatore Cirilla


Per avere il pdf inserisci qui la tua email. Se non sei già iscritto, riceverai la nostra newsletter:
Informativa sulla privacy

ARTICOLI CORRELATI

Lascia un commento

Usa il form per discutere sul tema. Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

 


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI