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Se la Gran Bretagna non paga muoriamo di fame?

8 dicembre 2017


Se la Gran Bretagna non paga muoriamo di fame?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 8 dicembre 2017



Supponiamo che la Gran Bretagna si rifiuti di pagare ai privati e agli Stati l’intero ammontare, 60/100 miliardi di euro. Sappiamo che i costi aumenteranno e pure i contenziosi. Supponiamo che non paghino ad oltranza. Gli Stati e i privati creditori della Gran Bretagna, quali strumenti esclusivamente giuridici o ritorsioni legali possono utilizzare per costringere questo popolo a pagare quanto dovuto?

Per rispondere alla domanda è necessario innanzitutto escludere la legittimità di ogni possibile ipotesi di ricorso alla forza per risolvere una controversia internazionale in materia di obblighi di tipo pecuniario (debiti da transazioni commerciali o da rimborsi di prestiti non onorati).

E questo perché:

a) il diritto internazionale, attraverso la Carta delle Nazioni Unite, affida esclusivamente al monopolio del Consiglio di Sicurezza la decisione, e quindi la legittimità, delle azioni militari che possono essere considerate giuridicamente lecite solo nei casi in cui con esse si reagisca ad atti di aggressione o di minaccia o di violazione della pace;

b) il diritto di legittima difesa del singolo Stato (fatto salvo dalla carte delle Nazioni Unite) è ovviamente del tutto escluso quando la controversia verta in materia di diritti di credito, cioè di debiti pecuniari (sarebbe cioè palesemente inesistente il limite essenziale della proporzionalità dell’azione di “difesa” rispetto all’offesa subìta).

Detto questo, gli strumenti giuridici che l’ordinamento appresta nel caso uno Stato non faccia fronte ai propri impegni (del tipo di quelli di cui al quesito in esame) sono i seguenti.

Nel caso in cui i creditori dello Stato (o, comunque, di una struttura facente parte dell’apparato riconducibile alla pubblica amministrazione) siano privati che vogliano ottenere ciò che spontaneamente lo Stato rifiuta di corrispondere, sarà per loro possibile azionare gli ordinari strumenti giuridici citando in giudizio l’amministrazione statale debitrice per ottenere un titolo esecutivo idoneo poi, nel caso di persistente inadempimento, per avviare le più opportune azioni esecutive per pignorare e poi ottenere la vendita forzata dei beni di proprietà del debitore (quelli sottratti ai regimi dei beni demaniali e del patrimonio indisponibile) e ciò all’evidente scopo di ottenere soddisfazione del proprio credito attraverso il ricavato monetario della vendita forzata.

Al riguardo costituisce principio di diritto internazionale quello per cui gli Stati sono soggetti alla giurisdizione di un altro Stato sovrano (possono, cioè, essere parti di un procedimento avviato nei loro confronti dinanzi ad un giudice straniero) con riferimento a quegli atti da essi posti in essere iure gestionis e non iure imperii.

In altri termini, uno Stato può essere citato in giudizio dinanzi all’autorità giudiziaria di un altro Stato per quegli atti e quelle attività che non siano espressione ed esercizio di funzioni sovrane statali, ma semplicemente espressione ed esercizio di attività di semplice gestione (del tipo di quelle che ogni soggetto giuridico privato pone in essere, come è nel caso della conclusione di contratti assoggettati al diritto privato da cui trae origine l’assunzione di debiti).

Nel caso in cui, invece, creditore di uno Stato sia un altro Stato o un soggetto pubblico sovrastatale, l’inadempimento agli obblighi liberamente assunti da uno Stato sul piano del diritto internazionale e, quindi, anche del diritto derivante dagli impegni fondati sull’adesione a trattati internazionali, può costituire un illecito internazionale.

Lo Stato, cioè, nel non onorare i propri impegni (ad esempio, i propri debiti assunti a livello di rapporti tra Stati o tra Stati e Unioni di Stati) può essere ritenuto responsabile di un inadempimento a norme di diritto internazionale (ad esempio quella fondamentale costituente norma di diritto internazionale consuetudinario secondo cui pacta sunt servanda) e/o a norme di singoli trattati cui abbia aderito.

A quel punto, se all’illecito internazionale (restando alla Sua domanda) non si porrà rimedio perché lo Stato non riterrà di dover pagare a chi di dovere (o restituire a chi di dovere) oppure perché le decisioni di eventuali arbitrati internazionali o di eventuali altri mezzi ordinari di soluzione pacifica delle controversie non venissero rispettate (arbitrati al cui avvio gli Stati devono comunque acconsentire per essere giuridicamente tenuti al rispetto delle relative decisioni), ebbene se il debito restasse comunque insoluto, la reazione lecita dal punto di vista del diritto internazionale sarebbe quella di possibili ritorsioni anche economiche (le cosiddette sanzioni o contromisure: per esse è opportuno fare riferimento al Progetto di Articoli sulla responsabilità dello Stato risalente al 2001 e redatto dalla Commissione del Diritto Internazionale).

In linea generale le ritorsioni (anche economiche) devono essere proporzionali all’offesa subìta e non possono produrre lesioni ai diritti umani fondamentali, né possono consistere in atti che ledano norme imperative di diritto internazionale generale.

Si può pertanto ipotizzare che sia lecito ricorrere, nel caso prospettato dal lettore, e nel rispetto dei suesposti principi di proporzionalità, a forme di pressione economica (ad esempio, sono state applicate in passato restrizioni sul commercio di determinati prodotti, restrizioni nel settore finanziario come congelamento dei beni delle banche centrali e delle più importanti banche del Paese punito e/o introduzione di meccanismi di autorizzazione per il trasferimento di fondi superiori a determinati importi verso gli istituti di credito del Paese punito, divieti nel settore trasporti come possono essere le restrizioni ai viaggi e il congelamento di beni di persone ed entità inserite in specifici elenchi).

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avv. Angelo Forte

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