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Lo sai che? Pubblici dipendenti: vietati troppi contratti a tempo determinato

Lo sai che? Pubblicato il 31 ottobre 2017

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> Lo sai che? Pubblicato il 31 ottobre 2017

Nella pubblica amministrazione è vietato reiterare i contratti a tempo determinato per più di 36 mesi in cinque anni: diversamente scatta il risarcimento del danno.

C’è chi canta «Una vita da mediano» e chi invece piange «una vita da precario». La beffa è ancora più forte quando il datore di lavoro è una pubblica amministrazione che, invece, dovrebbe garantire a tutti i cittadini la parità di trattamento e il rispetto delle regole che lo stesso Stato ha deciso. Ma tant’è: ad oggi sono numerosissimi i pubblici dipendenti che subiscono la reiterazione dei contratti a termine, quelli cioè a tempo determinato che vengono rinnovati all’infinito, in spregio anche dei principi sanciti dalla giurisprudenza della Cassazione e della Corte di Giustizia Europea. Di recente, sul tema, è intervenuta la Suprema Corte [1] a ribadire i soliti precetti.

La pubblica amministrazione non può “risparmiare” ai danni dei lavoratori utilizzando uno strumento contrattuale per scopi diversi da quelli previsti dalla legge. Pertanto, tutti coloro che, negli ultimi cinque anni, sono stati assunti dalla Pubblica Amministrazione con contratto a tempo determinato e hanno lavorato per almeno 36 mesi da precari possono avere un risarcimento dallo Stato. Si tratta di una indennità forfettaria che va da un minimo di 2,5 mensilità percepite fino a un massimo di 12 mensilità. In questo modo, si può arrivare a ottenere fino a un intero anno di retribuzione come risarcimento per il danno subito dell’essere stati vittima di un uso prolungato – e perciò illegittimo – del contratto di lavoro a termine (per maggiori informazioni leggi Lotta al precariato, risarcimento e stabilizzazione).

A differenza del lavoratore nel comporto privato, al pubblico lavoratore che ha subito la reiterazione illegittima dei contratti a termine non spetta la trasformazione del contratto in uno a tempo indeterminato. Secondo la Cassazione, infatti, tale diritto non può essere concesso nel pubblico impiego perché si risolverebbe in una elusione della regola costituzionale secondo cui ai posti nella pubblica amministrazione si accede solo tramite concorso. Si immagini ad esempio un lavoratore che, non riuscendo a superare le selezioni, si accordi con il dirigente dell’azienda pubblica per ottenere da questi la reiterazione negli anni di vari rapporti di lavoro a tempo determinato; se fosse possibile chiedere al tribunale la conversione dopo 36 mesi, al lavoratore basterebbe poi recarsi dal giudice per essere stabilizzato senza aver superato il concorso. È per questo che la giurisprudenza riconosce ai precari impiegati nella pubblica amministrazione solo una indennità. Tale indennità viene riconosciuta al dipendente in via automatica e senza che quest’ultimo debba dimostrare alcunché per sostenere di aver subito un danno. A tal fine, sarà sufficiente provare al giudice di aver accumulato più di 36 mesi, anche non continuativi, alle dipendenze della pubblica amministrazione con contratti a tempo determinato.

È proprio questo il concetto ribadito dalla Cassazione con la sentenza del 24 ottobre scorso: il lavoratore a termine nel pubblico impiego, se il termine è apposto illegittimamente, non può ottenere la conversione del rapporto a tempo indeterminato, perdendo la chance di un’occupazione alternativa migliore. Il dipendente pubblico, quindi, può provare che proprio le chances di lavoro che ha perso – perché impiegato in reiterati contratti a termine stipulati in violazione di legge – si traducono in un danno patrimoniale più elevato.

note

[1] Cass. sent. n. 25117/17, del 24.10.2017.

Corte di Cassazione, sez. VI Civile – L, sentenza 21 settembre – 24 ottobre 2017, n. 25117
Presidente Curzio – Relatore Ghinoy

Fatto e diritto

rilevato che:
1. il Tribunale di Trapani dichiarava l’illegittimità dei te mini apposti ai contratti di lavoro stipulati tra R.C. e l’Azienda sanitaria provinciale di Trapani, condannava l’Azienda al risarcimento del danno, quantificandone l’ammontare in 12 mensilità della retribuzione globale di fatto in applicazione dell’art. 32 della legge n. 183 del 2010, rigettava la domanda relativa alla conversione del contratto compensando in parte le spese di lite.
La Corte d’appello della stessa città riformava la sentenza del Tribunale rigettando la domanda risarcitoria, sul presupposto che difettasse la prova del danno subito, prova che riteneva posta a carico dell’asserito danneggiato dall’articolo 36 del T.U. n. 165 del 2001.
2. Per la cassazione della sentenza R.C. ha proposto ricorso, a fondamento del quale deduce come unico motivo la nullità della sentenza per erronea applicazione di norme di diritto e sostiene che la soluzione della Corte territoriale si porrebbe in contrasto con la giurisprudenza comunitaria ed in particolare con l’ordinanza Papalia del 12/12/2013 della Corte di giustizia, che assolve il lavoratore dall’obbligo di fornire la prova del danno quando detto obbligo abbia come effetto di “rendere praticamente impossibile o eccessivamente difficile l’esercizio da parte del lavoratore dei diritti conferiti dall’ordinamento dell’Unione”. Sostiene quindi che dev’esserle riconosciuto l’indennizzo di cui all’art. 32 della legge n. 183 del 2010 e richiama la sentenza di questa Corte n. 1260 del 2015, che lo qualifica come una sorta di sanzione ex lege a carico del datore di lavoro.
3. Ha resistito con controricorso l’Azienda sanitaria provinciale di Trapani.
4. Il Collegio ha autorizzato la redazione della motivazione in forma semplificata.
Considerato che:
1. il ricorso è fondato, alla stregua della sentenza delle Sezioni Unite n. 5072 del 15/03/2016, cui si è adeguata la giurisprudenza successiva (v. da ultimo Cass. ord., n. 7864 del 27/3/2017) che, componendo il contrasto che si era verificato sulla questione, ha chiarito che in materia di pubblico impiego privatizzato, nell’ipotesi di abusiva reiterazione di contratti a termine, la misura risarcitoria prevista dall’art. 36, comma 5, del d.lgs. n. 165 del 2001, va interpretata in conformità al canone di effettività della tutela affermato dalla Corte di Giustizia UE (ordinanza 12 dicembre 2013, in C-50/13), sicché, mentre va escluso – siccome incongruo – il ricorso ai criteri previsti per il licenziamento illegittimo, può farsi riferimento alla fattispecie omogenea di cui all’art. 32, comma 5, della l. n. 183 del 2010, quale danno presunto, con valenza sanzionatoria e qualificabile come “danno comunitario”, determinato tra un minimo ed un massimo, salva la prova del maggior pregiudizio sofferto, senza che ne derivi una posizione di favore del lavoratore privato rispetto al dipendente pubblico, atteso che, per il primo, l’indennità forfetizzata limita il danno risarcibile, per il secondo, invece, agevola l’onere probatorio del danno subito.
4. Il punto di partenza dell’analisi delle Sezioni Unite è stata la necessità di individuare un risarcimento per il caso di abusivo ricorso ai contratti a termine nel pubblico impiego – in cui è preclusa la costituzione del rapporto a tempo indeterminato – compatibile con le indicazioni della Corte di giustizia dell’Unione Europea (in particolare, con la sentenza del 7 settembre 2006, proc. C-53/04, Marrosu e Sardino e l’ordinanza 12 dicembre 2013, Papalia, C-50/13), che hanno ritenuto necessario che la misura individuata sia effettiva, proporzionata, dissuasiva ed equivalente a quelle previste nell’ordinamento interno per situazioni analoghe.
Le Sezioni Unite hanno così rilevato che il danno per il dipendente pubblico è diverso dal lavoratore privato: il lavoratore a termine nel pubblico impiego, se il termine è illegittimamente apposto, esclusa la possibilità di ottenere la conversione del rapporto a tempo indeterminato, perde la chance della occupazione alternativa migliore, e tale è anche la connotazione intrinseca del danno, seppur più intenso ove il termine sia illegittimo per abusiva reiterazione dei contratti.
La misura dissuasiva ed il rafforzamento della tutela del lavoratore pubblico, quale richiesta dalla giurisprudenza della Corte di giustizia, si individua quindi nell’agevolazione della prova offerta dall’applicazione dell’art. 32, da ritenersi in via di interpretazione sistematica orientata dalla necessità di conformità alla clausola 5 del più volte cit. accordo quadro. Il Supremo Collegio ha argomentato che la trasposizione di questo canone di danno presunto esprime anche una portata sanzionatoria della violazione della norma comunitaria, sì che il danno così determinato può qualificarsi come danno comunitario (così già Cass. 30 dicembre 2014, n. 27481 e 3 luglio 2015, n.13655) nel senso che vale a colmare quel deficit di tutela, ritenuto dalla giurisprudenza della Corte di giustizia, la cui mancanza esporrebbe la norma interna (art. 36, comma 5, cit.), ove applicabile nella sua sola portata testuale, a violare la clausola 5 della direttiva e quindi ad innescare un dubbio d’ illegittimità costituzionale. Ha aggiunto poi che non è comunque precluso al lavoratore di provare che le chances di lavoro che ha perso perché impiegato in reiterati contratti a termine in violazione di legge si traducano in un danno patrimoniale più elevato.
6. La sentenza gravata dev’essere quindi cassata con rinvio alla Corte d’appello di Catania, che dovrà riesaminare le conseguenze dell’illegittima apposizione del termine ai contratti nel caso in esame, in applicazione dei principi di diritto sopra individuati.
7. Al giudice designato competerà anche la regolamentazione delle spese del giudizio di legittimità.

P.Q.M.

accoglie il ricorso. Cassa la sentenza impugnata e rinvia, anche per la regolamentazione della spese del giudizio, alla Corte d’appello di Catania.


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