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Lo sai che? Rapporti sessuali con la badante: cosa rischio?

Lo sai che? Pubblicato il 5 novembre 2017

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> Lo sai che? Pubblicato il 5 novembre 2017

Avere rapporti sessuali con la propria badante è lecito, a meno che non si abusi della propria posizione di superiorità.

I rapporti sessuali in ambito lavorativo sono assolutamente leciti, sia dal punto di vista civile che penale; pertanto, sono legali anche quelli che intercorrono tra l’assistito e la propria badante. Ciò è vero se il dipendente non è costretto al rapporto dietro minaccia o abuso della propria autorità. Molti si pongono il seguente quesito: cosa rischio se intrattengo rapporti sessuali con la badante? Approfondiamo meglio quanto detto.

Rapporti sessuali con la propria badante: nessun illecito

Il lavoro di badante è, oggi, sempre più richiesto: le persone anziane o ammalate difficilmente vivono in casa dei figli o di chi possa costantemente prendersi cura di loro. Per questo le colf vengono assunte con grande frequenza. Il rapporto che si crea tra la badante e l’assistito diviene ben presto molto stretto, intimo, personale. Ciò è dovuto al fatto che entrambi (assistente e assistito) vivono a stretto contatto praticamente ventiquattro ore su ventiquattro. Questo legame a volte diviene così stabile e duraturo da trasformarsi in qualcos’altro.

Orbene, se tra la badante e l’assistito vi sono rapporti sessuali consenzienti, chiaramente non vi sarà nulla di illecito: due persone liberamente decidono di unirsi, a prescindere dal rapporto lavorativo. Ben diversa, invece, è la situazione di chi molesta oppure costringe la badante a subire rapporti.

Rapporti sessuali con la propria badante: la violenza sessuale

Il codice penale punisce con la reclusione da cinque a dieci anni chi, mediante violenza, minaccia o abuso di autorità, costringe taluno a compiere o subire atti sessuali [1]. Si parla in questi casi di violenza per costrizione. Secondo il codice, alla stessa pena soggiace anche chi induce taluno a compiere o subire atti sessuali abusando delle condizioni di inferiorità fisica o psichica della vittima, ovvero traendo in inganno la stessa sostituendosi ad altra persona. In queste circostanze, non essendovi nessuna coercizione, si parla di violenza per induzione. La violenza sessuale è un reato comune, cioè un reato che può essere commesso da chiunque, senza la necessità di rivestire qualche particolare qualità (ad esempio, non sono reati comuni l’abuso d’ufficio e il peculato perché possono essere commessi soltanto da un pubblico ufficiale, quindi da un soggetto qualificato). L’elemento soggettivo del delitto è il dolo generico, ovvero la consapevolezza di compiere atti sessuali costringendo o inducendo la vittima a subirli contro il proprio volere. È indifferente il fine specifico dell’aggressore: l’atto sessuale può essere compiuto per dare mero sfogo alla propria libidine, per vendetta, per un malato innamoramento.

Rapporti sessuali con la propria badante: quando è reato

Fatte queste doverose premesse, possiamo rispondere alla domanda di fondo: cosa rischia chi intrattiene rapporti sessuali con la propria badante? Nulla, se il rapporto è consensuale; se non lo è, il rischio è di incorrere nel grave reato di violenza sessuale di cui sopra.

Un recente sondaggio ha rivelato che le assistenti familiari, a causa del lavoro che svolgono, possono essere vittime di diverse forme di violenza, sia fisica (dalle molestie sessuali alle percosse di vario tipo) che psichica (insulti e ricatti), commesse sia dagli assistiti che dai familiari. Circa il 14% delle lavoratrici afferma di aver subito molestie sessuali, mentre il 10% viene insultata sistematicamente.

Un fondamentale sentenza della Corte di Cassazione ha stabilito che l’abuso di autorità rilevante ai sensi del reato di violenza sessuale non è ravvisabile solo allorquando sussista in capo all’agente una posizione autoritativa di tipo formale e pubblicistico, ma va inteso in senso ampio, essendo ravvisabile anche in presenza di ogni potere di supremazia di natura privata, di cui l’agente abusi per costringere il soggetto passivo a compiere o a subire atti sessuali [2]. Questo significa che la qualità di datore di lavoro strumentalizzata per costringere una lavoratrice a subire atti sessuali costituisce senz’altro violenza sessuale.

note

[1] Art. 609-bis cod. pen.

[2] Cass., sent. n. 33049/2016.

Autore immagine: Pixabay.com


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