Professionisti Sospensione all’avvocato condannato in primo grado

Professionisti Pubblicato il 5 novembre 2017

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Se la sanzione penale è la pena detentiva sopra i tre anni e la vicenda ha suscitato clamore scatta la sospensione dall’esercizio della professione anche se la sentenza non è passata in giudicato.

Che succede all’avvocato condannato in primo grado con sentenza penale non definitiva? Può continuare ad esercitare la professione o scatta per lui, in automatico, la sanzione della sospensione? Tutto dipende da quale è stata la condanna e da quanto riverbero sulla collettività ha avuto la vicenda, tanto da incidere sulla decoro e la dignità della professione. Secondo infatti una sentenza della Cassazione di venerdì scorso [1], basta la condanna in primo grado all’avvocato per sospenderlo in via cautelare dalla professione quando la pena detentiva supera i tre anni e la vicenda ha avuto clamore. Non c’è quindi bisogno di attendere il passaggio in giudicato per applicare la sanzione disciplinare.

Il Cnf ha escluso che l’applicazione della misura cautelare debba conseguire con automatismo al verificarsi della sentenza penale di condanna, in quanto è necessario verificare l’ulteriore requisito del cosiddetto strepitus fori, ossia il clamore della vicenda. Lo dimostra l’uso del verbo «può» che compare nell’articolo 60 della legge n. 247 del 2012. Ne deriva che l’organo disciplinare ha il potere-dovere di valutare nel concreto la sussistenza di quella dimensione oggettiva di rilevante esteriorizzazione che costituisce il presupposto necessariamente concorrente ai fini dell’adozione della misura cautelare. Tale aspetto deve essere valutato dal Consiglio distrettuale che è in grado di valutare la concretezza, la rilevanza e l’attualità della lesione.

La Corte premette che la sospensione cautelare ai sensi dell’articolo 60 L. n. 247/2012 non è una sanzione disciplinare e la sua applicazione nei casi previsti (e cioè quando vi sia: l’applicazione di misure cautelari detentive o interdittive non impugnate o confermate in sede di riesame o di appello; la pena accessoria della sospensione dall’esercizio della professione di cui all’articolo 35 codice penale, anche se è stata disposta la sospensione condizionale della pena; l’applicazione di misure di sicurezza detentive; la condanna in primo grado per particolari reati; la condanna a pena detentiva non inferiore a tre anni) prescinde dalla formale apertura del procedimento disciplinare (così Cassazione a Sezioni Unite [2]).

L’interpretazione sistematica e la ratio dell’articolo 60, comma 1, della legge 247/12 inducono a ritenere che la «condanna a pena detentiva non inferiore a tre anni» che giustifica l’applicazione della sospensione cautelare all’avvocato è la condanna in primo grado, non essendo richiesta l’irrevocabilità della sentenza.

Per un verso, infatti, il citato articolo 60 indica tra i casi nei quali la misura può essere deliberata dal Consiglio distrettuale di disciplina competente per il procedimento la «condanna in primo grado per i reati previsti negli articoli 372, 374, 377, 378, 381, 640 e 646 del codice penale, se commessi nell’abito dell’esercizio della professione, 244, 648-bis e 648-ter del medesimo codice» e l’irrogazione, con la sentenza penale di primo grado, della pena accessoria di cui all’articolo 35 del codice penale, ance se è stata disposta la sospensione condizionale della pena.

Da tale disposizione si ricava quindi che il legislatore mostra di considerare la pronuncia di una sentenza di condanna in primo grado in tutti i casi condizione necessaria e sufficiente per l’applicazione della misura: per taluni reati a prescindere dall’entità della pena, e per tutti gli altri solo quanto è stata irrogata la pena accessoria della sospensione dall’esercizio della professione (art. 35 cod. pen), anche se vi sia la sospensione condizionale della pena, ovvero in presenza di una condanna non inferiore a tre anni.

Questa interpretazione è l’unica coerente con la ratio della norma, che è quella di prevedere l’applicazione di una misura cautelare con un provvedimento amministrativo non giurisdizionale a carattere provvisorio ed urgente in ipotesi tipiche di accertata rilevante gravità, mentre se fosse applicata solo in esito ad un accertamento definitivo e irretrattabile della responsabilità penale, la sospensione cautelare sarebbe priva di qualsiasi effetto concreto, divenendo un’inutile duplicazione della sanzione disciplinare, e non assolverebbe alla funzione di tutela dell’immagine della categoria professionale degli avvocati proprio nel momento dello strepitus fori, e quindi all’atto del verificarsi della lesione.

Risultato: è sufficiente una condanna penale in primo grado a far scattare la sospensione cautelare dell’avvocato. Almeno quando la pena inflitta supera i tre anni di detenzione e la vicenda ha messo a rumore gli ambienti locali. E ciò perché questa è l’unica interpretazione coerente della norma contenuta nello statuto dell’avvocatura: aspettare la condanna definitiva, infatti, priverebbe lo stop cautelare di ogni effetto concreto, trasformandolo in un inutile doppione della sanzione disciplinare che non tutela l’immagine della classe forense.

note

[1] Cass. sent. n. 26148/17.

[2] Cass. S.U. sent. n. 18984/2017.


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