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Cartella esattoriale: quando non si deve pagare?

6 novembre 2017


Cartella esattoriale: quando non si deve pagare?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 6 novembre 2017



Quando vare ricorso contro la cartella di pagamento: tra i vizi propri vi è l’assenza di trasparenza sugli interessi e la decadenza.

Il mancato pagamento della cartella esattoriale dell’Agenzia Entrate Riscossione porta, in gran parte dei casi, al pignoramento e/o all’adozione di una misura cautelare (ipoteca o fermo amministrativo). Tuttavia, se il contribuente esperisce tempestivamente il ricorso al giudice (ricorso da depositare entro 60, 40 o 30 giorni a seconda che si tratti di imposte, contributi Inps e Inail o multe stradali), c’è la possibilità di ottenere, nelle more del procedimento, la sospensione dell’esecutività della cartella e, all’esito del giudizio, l’annullamento. Questo significa che si può evitare di pagare. Ma attenzione: ciò che spesso si dimentica è che, una volta arrivata la cartella esattoriale sono ormai scaduti i termini per fare ricorso contro il merito del tributo o della sanzione (ad esempio sui criteri di calcolo o sull’obbligo di pagamento); il ricorso doveva essere infatti esperito non appena giunto l’avviso di pagamento della pubblica amministrazione (ad esempio un accertamento dell’Agenzia delle entrate, un’intimazione di pagamento dell’Inps, la multa del Comune, la richiesta di versamento del bollo auto della Regione). Ma allora come fare ricorso contro la cartella esattoriale? Semplice: l’unico modo per contestare la cartella notificata da Agenzia Entrate Riscossione è impugnare i cosiddetti «vizi propri», ossia gli errori commessi con la cartella stessa che, in gran parte dei casi, sono errori formali. Il più delle volte si tratta della indicazione non corretta dei criteri di calcolo degli interessi. Su questa scia, già calcata dalla Cassazione, si inserisce una interessantissima sentenza della Commissione Tributaria Provinciale di Isernia [1] secondo cui la cartella di pagamento deve riportare la data finale in base a cui è stato operato il calcolo degli interessi addebitati. Ma procediamo con ordine e vediamo quando non si deve pagare la cartella esattoriale.

Come contestare la cartella di pagamento: il difetto di motivazione

La cartella di pagamento deve essere, innanzitutto, motivata. «Motivata» significa che deve indicare al contribuente le ragioni della pretesa tributaria, non fosse altro con il semplice richiamo dell’atto presupposto, a lui già notificato, con cui gli viene richiesto il pagamento del tributo o della sanzione.

L’obbligo di motivazione della cartella viene sancito dallo Statuto del Contribuente. In esso si stabilisce che [2] «Sul titolo esecutivo [ossia, sulla la cartella di pagamento, n.d.R.] va riportato il riferimento all’eventuale precedente atto di accertamento, oppure in mancanza, la motivazione della pretesa tributaria». Anche la legge sul procedimento amministrativo [3] impone a tutti gli atti della pubblica amministrazione la motivazione (lo devono essere anche le stesse sentenze) onde garantire trasparenza nei confronti del cittadino. A questa regola non fa eccezione neanche la cartella di pagamento che, pertanto, va motivata: lo deve essere sia nel caso in cui essa costituisca solo l’ultimo degli atti di un procedimento di accertamento e irrogazione della sanzione nei confronti del contribuente (in tal caso, la motivazione della cartella potrà limitarsi a richiamare i precedenti atti notificati), sia quando si tratti di ruolo non preceduto da un preventivo accertamento (in tale ipotesi l’obbligo di motivare in modo rigoroso la pretesa richiede la precisa e analitica indicazione dei presupposti di fatto e le ragioni giuridiche che hanno determinato l’iscrizione a ruolo).

La Cassazione ha detto [4] che l’ente impositore ha sempre l’obbligo di chiarire nella cartella esattoriale, sia pure in modo succinto, le ragioni – intese come indicazione sia della mera causale che della motivazione vera e propria – dell’iscrizione a ruolo dell’importo preteso, in modo da consentire al contribuente l’esercizio del diritto di difesa.

Come contestare la cartella di pagamento: gli interessi

Secondo la giurisprudenza, l’obbligo di motivazione della cartella si estende anche all’indicazione dei criteri di calcolo degli interessi. Più volte la Cassazione [5] ha detto che se l’Agente della Riscossione non specifica come è avvenuto il conteggio degli interessi, indicando l’aliquota applicata per ciascun anno, non sono quantomeno dovuti gli interessi stessi (più rare sono le sentenze che annullano l’intera cartella). Al contrario, le cartelle indicano spesso, nel dettaglio, un unico importo comprensivo di capitale (il tributo o la sanzione) e gli interessi (quelli conteggiati dal giorno in cui il pagamento doveva essere eseguito a quando è stata notificata la cartella stessa). Questo sistema però impedisce al contribuente di verificare se il calcolo è avvenuto in modo corretto (cosa che ben potrebbe avvenire atteso che ogni anno cambia la percentuale). Ecco che allora la giurisprudenza impone la massima trasparenza nella cartella anche in merito agli interessi e consente di fare ricorso.

In questa scia, la Commissione Tributaria di Isernia dice qualcosa in più e chiarisce che la mancanza della data finale del cavolo degli interessi rende illegittima la pretesa di pagamento limitatamente però agli interessi medesimi (in altri termini il capitale resta dovuto).

La legge dispone che gli interessi siano applicati al tasso legale dal giorno successivo alla scadenza del pagamento, sino alla data di consegna al concessionario. Se però la cartella di pagamento non indica la data finale in base al quale è avvenuto il calcolo degli interessi – in modo da consentire al contribuente la verifica della correttezza del conteggio – si viola il diritto di difesa del cittadino. Non è quindi sufficiente l’esposizione dell’anno d’imposta a cui la pretesa si riferisce o le norme in base alle quali gli stessi interessi sono stati calcolati, poiché non compete al contribuente eseguire ricostruzioni particolari e attingere a nozioni giuridiche per conoscere le motivazioni della cartella. In mancanza di una congrua e adeguata motivazione sugli interessi, la cartella di pagamento è nulla (per la parte che concerne i medesimi) [6].

Cartella senza interessi: cosa fare?

Veniamo ai suggerimenti pratici. In caso di cartella senza interessi cosa fare? Innanzitutto, se la cartella ha un valore inferiore a 20mila euro bisogna presentare il reclamo mediazione: si tratta di una notifica preliminare del ricorso all’Agenzia Entrate Riscossione dando termine di 90 giorni per annullare o modificare la pretesa. In caso contrario si può depositare l’atto al giudice competente (giudice di pace per le multe; tribunale ordinario sezione lavoro per le pretese Inps e Inail; commissione tributaria in tutti gli altri casi). Il contribuente dovrà contestare la mancata indicazione dei criteri di calcolo degli interessi e chiedere che il giudice annulli la cartella o, in subordine, i soli interessi. Sarà più probabile quest’ultima soluzione, stando alle sentenze uscite sino ad oggi sul punto. Il ricorso ovviamente può essere arricchito di ulteriori contestazioni, ma sempre limitatamente ai cosiddetti «vizi propri» di cui abbiamo parlato in apertura.

Quando non pagare la cartella: altri vizi propri

Altri vizi propri potrebbero essere:

  • la mancata notifica dell’atto prodromico ossia l’avviso di pagamento da parte dell’ente creditore;
  • la prescrizione del credito prima della notifica della cartella. Il termine varia da tributo a tributo e va da un minimo di 3 anni per il bollo auto, passando per 5 anni per tributi locali (Ici, Imu, Tari, Tasi), contributi previdenziali e contravvenzioni, a 10 anni per Irpef, Iva, canone Rai, Irap (leggi La prescrizione della cartella esattoriale);
  • la decadenza dell’Esattore nella notifica della cartella stessa (di solito tre anni dalla data di iscrizione a ruolo degli importi dovuti).

note

[1] Ctp Isernia, sent. n. 167/01/17.

[2] Art. 7 co. 3 Statuto del contribuente.

[3] Art. 3 L. 7 agosto 1990 n. 241.

[4] Cass. sent. n. 18385/2005: «Se esiste un obbligo generale di motivazione dei provvedimenti amministrativi, applicabile anche alle cartelle esattoriali costituenti il primo atto con il quale si porta a conoscenza del contribuente l’iscrizione a ruolo di un’imposta a suo carico, e giustificato dall’esigenza di consentire all’interessato l’esercizio del proprio diritto di difesa, attraverso l’immediata e piena percezione delle ragioni della pretesa tributaria, quest’ultima considerazione impone ragionevolmente di ritenere che il contenuto di un tale obbligo deve intendersi strettamente collegato alla realizzazione di quell’esigenza. Ne deriva, pertanto, che mentre è ampia la esigenza di motivazione di un avviso di accertamento con il quale l’amministrazione finanziaria accerti redditi non dichiarati, ben più limitata è detta esigenza nel caso di una cartella esattoriale emessa sulla base di una iscrizione a ruolo conseguente al meri controllo dei datti forniti dallo stesso contribuente. La circostanza è ancora più evidente se si considera la previsione dell’articolo 25 del Dpr 602/1973 che indica specificamente i contenuti obbligatori minimi della cartella esattoriale (tributo, periodo di imposta, imponibile, aliquota applicata e altro), intendendo con ciò dirsi che se i contenuti di cui alla citata norma non sempre, in concreto, possono risultare sufficienti a garantire il rispetto dell’obbligo di motivazione del provvedimento, quanto invece tale risultato possa dirsi assicurato con quelle indicazioni, non vi è motivo alcuno per caricare l’amministrazione di oneri ulteriori rispetto a quelli espressamente previsti dalla legge, bene potendo l’obbligo di motivazione esaurirsi nelle indicazioni medesime. Come nell’ipotesi in cui il semplice raffronto tra i dati della dichiarazione del contribuente e quelli riportati nella cartella consente al primo di comprendere le ragioni della pretesa tributaria».

[5] Cass. sent. n. 24933/16.

[6] Ex art. 20 dPR n. 600/1973.

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[omissis] Premessa: la pretesa tributaria deriva da un controllo ai sensi dell’art. 36-bis dpr 600/1973 e art. 54-bis dpr 633/1972 per l’anno d’imposta 2012.

Il collegio, in relazione all’eccepito vizio di notifica della cartella ritiene che la notifica deve ritenersi inesistente se eseguita in modo assoluto non previsto dalla legge, cioè, con eventuale consegna dell’atto a persona ed in luogo non riferibili ai destinatari passivamente legittimati, nonché quando la consegna non avviene a opera di un ufficiale giudiziario, di un postino o di un messo delegato, ma di un soggetto da un soggetto non abilitato. Può affermarsi che il principio che presiede tutte le notifiche è quello della effettività: se l’atto raggiunge lo scopo allora la notifica, pur essendo nulla è sanabile in guanto non inesistente, come nel caso di specie.

Sulla seconda eccezione (violazione dell’art. 3 legge 241/1990 e art. 7, si precisa che la cartella per la sua conformazione ministeriale consente solo la sintesi di riferimento al tributo dovuto, ovvero tutti gli elementi essenziali per individuare l’atto prodromico dal quale essa deriva. Nel caso di specie, ha consentito al contribuente di comprendere che attraverso gli allegati, di avere tutti gli elementi conoscitivi al fine di garantire un’adeguata difesa.

In ordine alla terza eccezione (calcolo degli interessi), il collegio, sulla sua fondatezza fa riferimento alla sentenza n. 277/1/2015, di questa Commissione: «… perché manca la data finale del calcolo come previsto dall’art. 20 del dpr 600/1973, il quale dispone che a partire del giorno successivo a quello di scadenza del pagamento fino alla data di consegna al concessionario dei ruoli nei quali tali imposte sono iscritte sono dovuti gli interessi al tasso legale. Tale mancanza non consente al contribuente la verifica della correttezza del conteggio dell’ufficio, violando il proprio diritto di difesa. Pertanto, sulla eccezione specifica la cartella di pagamento deve essere annullata limitatamente al pagamento degli interessi».

Sulla quarta eccezione (firma del ruolo) questa Commissione si è espressa più volte sulla legittimità dell’atto in quanto sulla cartella sono riportate le generalità della dott.ssa ( ), dirigente legittimità da concorso specifico da dirigente.

Infondata è anche la quinta eccezione. La dicitura riportata sulla cartella è più che sufficiente ad individuare la competenza territoriale della Commissione tributaria.

L’accoglimento parziale (calcolo interessi), giustifica la compensazione delle spese.

PQM La Commissione accoglie parzialmente il ricorso; compensa le spese.

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