Diritto e Fisco | Articoli

Come obbligare il datore di lavoro a pagare lo stipendio

10 novembre 2017 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 10 novembre 2017



La crisi economica non è una giustificazione, il salario resta un diritto sacrosanto di ogni lavoratore. Ecco diversi modi per rivendicarlo

Il lavoro è dignità e lavorare significa prestare la propria opera, il proprio tempo, le proprie competenze a fronte di un corrispettivo economico. Sembra un concetto scontato per quanto banale, eppure di questi tempi non lo è per niente. Un brutto momento di crisi per l’azienda, la disonestà, un problema nella gestione dei conti, un’impresa nata da poco e quindi con budget ristretti o con clienti che non pagano (al ché sorge spontanea la domanda: ma perché deve assumersi il dipendente il vostro rischio d’impresa?). Sono tanti i motivi che portano intere fasce di dipendenti a tornare a casa a fine mese senza stipendio o con stipendi fittizi, anche dietro minaccia di licenziamento. Allora sappiate (semmai ci fosse bisogno di ribadirlo) che il salario è un diritto sacrosanto di ogni lavoratore. E non riceverlo è una grave violazione commessa dal datore di lavoro. Chi si ritrovi quindi, per un periodo più o meno prolungato, a lavorare per la gloria, sappia che ha tutto il diritto di esortare e obbligare il proprio datore di lavoro a darsi una mossa e pagare lo stipendio. Vediamo come.

Contratto di lavoro subordinato e diritto al salario

Non c’è lavoro senza corrispettivo economico e non c’è dignità senza lavoro retribuito. Ognuno di noi gode di un diritto sancito dalla nostra Costituzione: quello di poter ricevere un compenso proporzionato al lavoro che svolge, che gli permetta di garantire a se stesso e alla propria famiglia una vita libera e dignitosa [1].

E di norma i rapporti di lavoro datore-dipendente poggiano sulle fondamenta del contratto di lavoro, che ne regola mansioni, orari, retribuzioni e clausole. Alla base c’è il principio intoccabile sancito dalla legge [2] che il contratto di lavoro subordinato è un accordo mediante il quale un lavoratore obbliga se stesso a lavorare alle dipendenze di un datore di lavoro, e quest’ultimo si impegna a corrispondere un salario per quell’opera di lavoro prestata.

Principio ribadito dai contratti collettivi, che hanno stabilito per legge le retribuzioni minime di ogni mansione, sotto le quali nessun datore di lavoro può scendere. Ma sappiamo tutti che si scende spesso e che il diritto al salario viene ancor più spesso violato. Sta a noi, lavoratori in difficoltà, avere forza e coraggio per chiedere ciò che ci spetta di diritto. Come?

Come obbligare il datore a pagare lo stipendio

Ci sono diversi modi e forme di tutela che il lavoratore dipendente, alle prese con continui ritardi o mancati accrediti di stipendio, può utilizzare. Dalle più delicate e concilianti, fino alle maniere forti:

Non firmare la busta paga

Accredito stipendio e busta paga vanno di pari passo. Al dipendente ogni mese viene consegnato il prospetto paga, che richiede di essere firmato in fondo dal dipendente stesso. La firma può essere apposta per ricevuta (cioè siglandola il lavoratore attesta solo di aver ricevuto il cedolino e nulla di più) o per quietanza (in questo caso la firma vale come attestazione di ricezione dello stipendio). Ecco, qualora il pagamento non arrivi, potete iniziare la vostra battaglia rifiutandovi di firmare la busta paga per quietanza. Addirittura la legge adesso ha deciso di dichiarare guerra ai finti stipendi e ai ricatti dei datori, dicendo apertamente che la firma della busta paga non sarà più una prova sufficiente dell’avvenuto pagamento. Quindi non vi preoccupate in ogni caso. In linea generale però, niente accredito? Niente firma!

Messa in mora

Un altro passo che potete fare è una bella lettera di messa in mora [3] indirizzata al vostro datore, in cui lo intimate con cautela a corrispondervi la somma dovuta. È formale ma non estremamente minacciosa e può essere scritta dal dipendente stesso senza l’aiuto di un avvocato. Nel testo vanno inseriti l’oggetto della vostra lettera, la descrizione della vostra richiesta e un limite di tempo entro cui il capo dovrebbe adempiere al suo dovere, risolvendo il problema. Se ha buon senso recepirà il messaggio e smetterà di essere moroso nei vostri confronti, accreditandovi finalmente lo stipendio dovuto.

Tentativo di conciliazione

Se invece continua a fare orecchie da mercante potete procedere ad un primo tentativo di conciliazione. Potete cioè rivolgervi in modo gratuito alla Direzione territoriale del lavoro (Dtl) chiedendo, mediante lettera scritta (ogni Dtl di solito ha dei modelli prestampati), di costituire un’apposita Commissione che avrà il compito di fissare un’udienza per risolvere il problema e cercare un accordo tra le parti in causa (voi e il capo), ognuna assistita da un proprio rappresentante.

Conciliazione monocratica

Qualora anche questo si rivelasse un tentativo vano, proseguite la vostra battaglia andando spediti sempre alla Direzione territoriale del lavoro e chiedendo una conciliazione monocratica. Qui entrano in gioco gli ispettori del lavoro che si mettono in moto e avviano una serie di verifiche sul posto di lavoro per accertare se il capo abbia violato le norme sul diritto del lavoro e sul versamento dei dovuti contributi. Qualora così fosse, andrà incontro a pesanti sanzioni.

Decreto ingiuntivo

Sanzioni delle quali potrà benissimo infischiarsene, addirittura apportando la giustificazione che le multe pagate a causa vostra non lo mettono in condizione di saldarvi lo stipendio. In quel caso potete iniziare ad andarci giù pesante: munitevi di un avvocato e di una prova del mancato pagamento di stipendio (esempio una busta paga non firmata per quietanza) e chiedete al vostro legale di presentare ricorso per decreto ingiuntivo. In questo caso non ci sarà bisogno di indire un’udienza chiamando le parti in causa davanti al giudice. Sarà il tribunale ad obbligare il vostro datore di lavoro a corrispondervi il debito dovuto emettendo un ordine di pagamento nei suoi confronti.

A questo punto il vostro capo moroso ha 40 giorni di tempo per accreditarvi lo stipendio (se non lo fa va incontro ad una esecuzione forzata). Ma può anche presentare opposizione. E qui preparatevi ad affrontare un giudizio ordinario.

Causa ordinaria

Se anche questo tentativo cade nel vuoto o se avete perso le prove del credito che vantate, allora potete procedere a una vera e propria causa ordinaria. Si andrà cioè a finire in tribunale e dovrete munirvi di tutte le prove che riuscite a trovare (testimoni compresi). Un procedimento sicuramente più lungo del decreto ingiuntivo. Ma a mali estremi…

Esecuzione forzata

Se il datore di lavoro risponde picche al decreto ingiuntivo del tribunale che lo intima a pagare gli stipendi arretrati, scatta l’esecuzione forzata. Si va cioè a mettere mano mediante un titolo esecutivo ai beni di questa persona: conti correnti, immobili, beni mobili e qualunque cosa possa essere soggetta a pignoramento.

Fallimento

È davvero un caso estremo e capita quando l’azienda naviga davvero in pessime acque. Al Fallimento si può ricorrere di norma per un credito vantato di non meno di 30 mila euro e per aziende piuttosto grandi. È una procedura non immediata, che permette al lavoratore di accedere al Fondo di garanzia Inps per quanto riguarda la riscossione degli ultimi tre stipendi e del Tfr. Per le restanti somme che deve ricevere e che non sono coperte dal fondo Inps invece il dipendente deve fare richiesta al Tribunale in cui il fallimento è stato aperto, chiedendo di essere inserito nella lista dei creditori che si spartiranno i ricavi derivanti dal fallimento stesso (insinuazione al passivo). Anche in questo caso si devono portare le prove dell’effettivo credito vantato e si deve avere molta pazienza perché non sarà affatto un procedura breve e indolore.

Dimissioni senza preavviso

Una tutela molto importante per qualunque lavoratore si trovi senza stipendio è quella che gli consente di dare le dimissioni senza il preavviso che i normali contratti prevedono. È sufficiente comunicare che si lascerà il lavoro indicando la propria giusta causa. In questo caso, nonostante le dimissioni volontarie, avrà comunque diritto a percepire l’indennità di disoccupazione [4].

Prima di arrivare a queste soluzioni estreme, ovviamente, è meglio cercare alternative un po’ più diplomatiche e concilianti, per non inasprire inutilmente i rapporti. Può succedere che non sia l’onestà del capo a essere messa in dubbio, ma solo una sua condizione di provvisoria difficoltà. In tal caso riflettete su tutte le possibili soluzioni prima di accanirvi. Se invece le cose proprio non vanno e continuate a non essere pagati, allora i modi per agire ci sono. E ci sono anche i tempi: il diritto ad esigere lo stipendio scade infatti dopo cinque anni dalla data della fine del rapporto di lavoro.

Istanza di fallimento

Se il datore di lavoro dovesse risultare insolvente si può chiedere il fallimento al tribunale. In tal caso il dipendente otterrà il pagamento delle ultime tre mensilità di stipendio e del TFR dal fondo di Garanzia dell’Inps. Per le altre mensilità verrà pagato non appena sarà liquidato l’attivo. Per fallire però l’azienda deve avere i seguenti requisiti:

1) aver avuto, nei tre esercizi antecedenti la data di deposito dell’istanza di fallimento (o dall’inizio dell’attività, se di durata inferiore), un attivo patrimoniale di ammontare complessivo annuo non superiore a 300.000 euro;

2) aver realizzato (in qualunque modo risulti) nei tre esercizi antecedenti la data di deposito dell’istanza di fallimento (o dall’inizio dell’attività, se di durata inferiore), ricavi lordi per un ammontare complessivo annuo non superiore a 200.000 euro (basta aver superato il limite per un solo anno e si diventa  assoggettabili al fallimento);

3) avere un ammontare di debiti anche non scaduti non superiore a 500.000 euro. Quest’ultimo requisito non è necessario che sia presente per i tre esercizi consecutivi, ma è limite previsto per i debiti esistenti all’atto dell’istanza di fallimento.

Come recuperare lo stipendio se l’azienda non può fallire

Se mancano questi requisiti il lavoratore che vede rigettarsi l’istanza di fallimento può ugualmente chiedere l’intervento del Fondo di Garanzia ma deve dimostrare di aver prima tentato un pignoramento contro l’azienda, pignoramento andato infruttuoso. Come infatti chiarito dalla Cassazione [5], l’azione nei confronti del Fondo di Garanzia è possibile pure se l’imprenditore, astrattamente fallibile, non è in concreto assoggettabile a fallimento, a patto che pure l’esecuzione forzata sia stata infruttuosa. La possibilità di coinvolgere INPS per il versamento del TFR e delle ultime tre mensilità è possibile se il datore di lavoro non è soggetto a procedure concorsuali, per ragioni ostative di carattere oggettivo o soggettivo.

note

[1] Art. 36 della Costituzione Italiana

[2] Art. 2094 Cod. proc. civ.

[3] Art. 1219 Cod. pro. civ.

[4] D. Leg. n. 22 del 4 marzo 2015

[5] Cass. ord. n. 21734/2018.

Autore immagine: Pixabay

Corte di Cassazione, sez. VI Civile – L, ordinanza 20 giugno – 6 settembre 2018, n. 21734

Presidente Doronzo – Relatore Spena

Fatto e diritto

Rilevato

che con sentenza del 24.10-23.11.2016 nr. 2299 la Corte di Appello di Lecce riformava la sentenza del Tribunale della stessa sede, che aveva respinto la domanda e, per l’effetto, accoglieva il ricorso proposto da C.A. nei confronti dell’INPS -Fondo di Garanzia per il pagamento del TFR e delle ultime tre mensilità maturati per il lavoro alle dipendenze della AUTOCARACCIOLO sas;

che a fondamento della decisione, per quanto in questa sede rileva, la Corte territoriale osservava che la società- benché fosse astrattamente suscettibile di fallimento- in concreto non avrebbe potuto essere dichiarata fallita per l’esiguo importo del credito del C. , che non gli consentiva di promuovere la relativa procedura. Pertanto la richiesta di intervento dell’INPS- Fondo di garanzia era legittimamente fondata sul decreto ingiuntivo emesso nei confronti del datore di lavoro e sull’esito infruttuoso tanto della esecuzione mobiliare che dell’intervento effettuato in una esecuzione immobiliare;

che avverso la sentenza ha proposto ricorso l’INPS, articolato in un unico motivo, cui ha opposto difese l’intimato con controricorso; che la proposta del relatore è stata comunicata alle parti, unitamente al decreto di fissazione dell’udienza, ai sensi dell’articolo 380 bis cod.proc.civ.; che il controricorrente ha depositato memoria.

Considerato

che con l’unico motivo l’INPS ha dedotto- ai sensi dell’art. 360 nr. 3 cod.proc.civ., violazione o falsa applicazione della L. 29 maggio 1982, n. 297, art. 2, commi due e cinque, del D.Lgs. 27 gennaio 1992 nr. 80, articoli 1, commi uno e due, e 2, del R.D. 16 marzo 1942, n. 267, articolo 15 (nel testo modificato dall’articolo 1 del D.Igs. 9.1.2006 nr 5 e dall’articolo 1 del D.Lgs. 12.9.2007 nr. 169).

Ha assunto che, dalla interpretazione letterale della L. n. 297 del 1982, art. 2, comma 5 (per il pagamento del T.F.R.) e del D.Lgs. 27 gennaio 1992, n. 80, art. 1, comma 2 (per il pagamento delle ultime tre mensilità) risulta che la prova da parte del lavoratore che il proprio datore di lavoro non sia assoggettabile a procedura concorsuale per esiguità della esposizione debitoria deve essere fornita attraverso il provvedimento reso dal competente Tribunale Fallimentare, all’esito della relativa istruttoria per l’accertamento dell’ammontare complessivo dei debiti sicché erroneamente il giudice dell’appello aveva considerato il limite di fallibilità alla stregua del solo credito del lavoratore istante.

che reputa il Collegio si debba accogliere il ricorso.

Giova ricordare che la L. n. 297 del 1982, all’art. 2, ha previsto il pagamento del T.F.R. da parte dell’INPS quando l’impresa sia assoggettata a fallimento, ovvero quando (comma 5) il datore di lavoro, non soggetto alla legge fallimentare, venga sottoposto infruttuosamente ad esecuzione forzata. Analoghe previsioni regolano l’intervento dell’INPS per il pagamento dei crediti di lavoro diversi dal TFR, a tenore dell’articolo 1,commi 1 e 2, D.Lgs. 27 gennaio 1992 nr. 80.

Questa Corte ha ritenuto (cfr. Cass. 7585 del 2011; Cass. 15662 del 2010; Cass. 1178 del 2008; Cass. 7466 del 2007) che una lettura della legge nazionale orientata nel senso voluto dalla direttiva CE n. 987 del 1980 consente, secondo una ragionevole interpretazione, l’ingresso ad un’azione nei confronti del Fondo di garanzia anche quando l’imprenditore, pur astrattamente fallibile, non sia in concreto assoggettabile al fallimento (sempre che, comunque, l’esecuzione forzata si riveli infruttuosa). L’espressione “non soggetto alle disposizioni del R.D. n. 267 del 1942” va quindi interpretata nel senso che l’azione della citata L. n. 297 del 1982, ex art. 2, comma 5, trova ingresso quante volte il datore di lavoro non sia assoggettato a fallimento, vuoi per le sue condizioni soggettive vuoi per ragioni ostative di carattere oggettivo.

In applicazione di tale principio ha ripetutamente affermato (Cass., sez. lav., 28 gennaio 2015 nr. 1607; 4 luglio 2014 nr. 15369; 1 aprile 2011 nr. 7585) che il rigetto della istanza di fallimento da parte del Tribunale fallimentare per esiguità del credito, a tenore dell’articolo 15, ultimo comma, RD 267/1942 (secondo cui “Non si fa luogo alla dichiarazione di fallimento se l’ammontare dei debiti scaduti e non pagati risultanti dagli atti dell’istruttoria prefallimentare è complessivamente inferiore a Euro trentamila…”) assolve alla condizione della non-assoggettabilità del datore di lavoro a fallimento.

Nel caso in esame, tuttavia, la non assoggettabilità al fallimento della AUTOCARACCIOLO sas è stata ritenuta dalla Corte territoriale sulla base del solo rilievo che non sussistevano i presupposti per presentare l’istanza di fallimento per l’esiguo importo del credito del lavoratore; la assoggettabilità o meno della società alla procedura concorsuale doveva essere invece accertata dal competente Tribunale fallimentare, sulla base di quanto risultante dalla relativa istruttoria, secondo le testuali previsioni del citato articolo 15.

La ratio della predetta disposizione è evidente e consiste nella esclusione della procedura di liquidazione concorsuale in ragione di una soglia di rilevanza dell’insolvenza riferita all’indebitamento complessivo della impresa e non alla posizione del creditore istante per il fallimento.

Il ragionamento seguito dal giudice del gravame porterebbe, invece, ad affermare ovvero ad escludere l’intervento dell’INPS non già in ragione della situazione dell’impresa ma in relazione a singole posizioni creditorie, senza alcuna verifica effettiva della fallibilità dell’imprenditore. Consentirebbe, inoltre, al titolare di un credito di importo inferiore alla soglia di fallibilità di optare per la richiesta della dichiarazione di fallimento ovvero per l’intervento della garanzia dell’INPS, senza alcuna preliminare verifica in sede prefallimentare.

Né rileva l’esito infruttuoso delle iniziative di esecuzione individuale in concreto intraprese dal creditore-lavoratore in danno del proprio datore di lavoro, stante la assenza della preliminare condizione, verificata da parte del Tribunale fallimentare, della non assoggettabilità dell’imprenditore al fallimento ai sensi del citato articolo 15 RD 267/1942.

Alla luce di quanto esposto, essendo condivisibile la proposta del relatore, il ricorso va accolto e l’impugnata sentenza cassata in applicazione del seguente principio di diritto: “La verifica da parte del Tribunale fallimentare all’esito dell’istruttoria prefallimentare della non fallibilità dell’ imprenditore ai sensi dell’articolo 15 ultimo comma Regio Decreto 16 marzo 1942, n. 267 funge da presupposto, unitamente all’insufficienza delle garanzie patrimoniali a seguito dell’esperimento della esecuzione forzata, per l’intervento dell’INPS- Fondo di garanzia per il pagamento del TFR e dei crediti di lavoro di cui all’articolo 2 D.Lgs.27 gennaio 1992 nr. 80”;

che la causa deve essere rinviata per la decisione ad altro giudice, che si individua nella Corte di Appello di Lecce in diversa composizione, che si atterrà nella decisione al principio di diritto sopra esposto;

che il giudice del rinvio provvederà altresì alle spese del presente grado.

P.Q.M.

La Corte, accoglie il ricorso. Cassa la sentenza impugnata e rinvia – anche per le spese – alla Corte di Appello di Lecce in diversa composizione.

Per avere il pdf inserisci qui la tua email. Se non sei già iscritto, riceverai la nostra newsletter:

Informativa sulla privacy
DOWNLOAD

ARTICOLI CORRELATI

Lascia un commento

Usa il form per discutere sul tema. Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

 



NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI