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Promozione al dipendente che svolge compiti più importanti

6 novembre 2017


Promozione al dipendente che svolge compiti più importanti

> Diritto e Fisco Pubblicato il 6 novembre 2017



Promozione automatica solo quando l’addizione a mansioni superiori supera sei mesi ed è quindi definitiva.

È già da qualche settimana che il tuo datore di lavoro ha integrato, nei compiti che abitualmente svolgi, anche delle ulteriori mansioni, più qualificanti e delicate. Sebbene si tratti solo di una assegnazione che – a suo dire – è provvisoria e limitata a pochi momenti della giornata, a te sembra invece che la situazione vada stabilizzandosi, tant’è che per gli altri colleghi è normale pensare a te come referente per tali attività. Sicuramente l’assegnazione a mansioni superiori ti gratifica e ti inorgoglisce. Tuttavia vorresti che, a fronte di questo tuo maggiore impegno, vi fosse un pari riconoscimento in busta paga o, quantomeno, un inquadramento superiore in carriera. Così ti chiedi se spetta la promozione al dipendente che svolge compiti più importanti. A dare una risposta a questo quesito è stata più volte la Cassazione. Ma procediamo con ordine.

Mansioni superiori: cosa spetta al dipendente?

Il codice civile attribuisce al lavoratore il diritto a essere adibito alle mansioni per le quali è stato assunto. Se nel corso del lavoro è stato addetto a mansioni superiori, questa situazione di fatto deve essere regolarizzata e, quindi, gli spetta un inquadramento corrispondente a dette mansioni superiori. Solo se c’è una modifica degli assetti organizzativi aziendali, che incidono sulla posizione del lavoratore, lo stesso può essere assegnato a mansioni appartenenti al livello di inquadramento inferiore. Questa seconda parte della norma ha finito per introdurre una maggiore flessibilità sulla modifica delle mansioni del lavoratore.

La Cassazione [2] ha però detto che l’esercizio aggiuntivo di mansioni superiori a quelle previste all’assunzione, se avviene in maniera continuativa per un certo tempo, comporta il diritto del lavoratore a un livello più elevato. In altri termini spetta la promozione di diritto.

Sono considerate mansioni superiori quelle caratterizzate da un più elevato contenuto professionale e, per conseguenza, inserite in un livello di inquadramento superiore.

Non occorre effettuare una sorta di calcolo temporale nello svolgimento delle due diverse mansioni, ma occorre valutare come prevalenti quelle che si connotano per un maggior pregio professionale. In una successiva pronuncia la Suprema Corte [3] ha detto che la prevalenza o la promiscuità delle mansioni non va determinata sulla base di una mera contrapposizione quantitativa delle mansioni svolte, bensì tenendo conto delle mansioni più rilevanti sul piano professionale.

Quando l’assegnazione a mansioni superiori è temporanea

L’azienda può assegnare il dipendente a mansioni superiori ma solo per un periodo di tempo limitato nelle seguenti ipotesi:

  • sostituzione di altro lavoratore assente, sino al suo rientro;
  • momentanea vacanza di una posizione in organico;
  • altre necessità urgenti dell’azienda ma solo per un periodo di tempo limitato decorso il quale il lavoratore ha diritto all’inquadramento superiore.

L’assegnazione temporanea a mansioni superiori può essere decisa dal datore di lavoro:

  • sia con comportamenti concludenti che esprimono in modo univoco la sua volontà o il suo consenso all’espletamento di mansioni superiori da parte del lavoratore, anche senza un atto formale;
  • sia secondo le modalità stabilite dai contratti collettivi, anche senza il consenso del lavoratore.

In caso di assegnazione temporanea a mansioni superiori per ragioni diverse dalla necessità di sostituire un dipendente assente, al lavoratore spetta un aumento in busta paga. Tale assegnazione può durare solo per il periodo indicato nei contratto collettivi o, in mancanza, per massimo 6 mesi di seguito.

Quando l’assegnazione a mansioni superiori è definitiva: promozione

Se il lavoratore viene adibito alle mansioni superiori non in via provvisoria, ossia oltre il termine indicato nel contratto collettivo o, in mancanza, oltre 6 mesi, ha diritto:

  • al definitivo riconoscimento della qualifica superiore ossia alla promozione automatica;
  • all’aumento dello stipendio.

note

[1] Art. 2103 cod. civ.

[2] Cass. ord. n. 19725/2017.

[3] Cass. sent. n. 15736/2013.

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Cassazione sentenza n. 18031/2017

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BALESTRIERI Federico – Presidente

Dott. PATTI Adriano Piergiovanni – rel. Consigliere Dott. LORITO Matilde – Consigliere

Dott. SPENA Francesco – Consigliere

Dott. AMENDOLA Fabrizio – Consigliere

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 12852-2015 proposto da:

(OMISSIS) S.R.L., C.F. (OMISSIS), in persona del legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in (OMISSIS), presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS) (Studio Legale (OMISSIS)), che la rappresenta e difende unitamente all’avvocato (OMISSIS), giusta delega in atti;

– ricorrente – contro

(OMISSIS), C.F. (OMISSIS), elettivamente domiciliata in (OMISSIS), presso lo studio degli avvocati (OMISSIS), che la rappresentano e difendono, giusta delega in atti;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 8320/2014 della CORTE D’APPELLO di ROMA, depositata il 31/12/2014 R.G.N. 6896/2009;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 05/04/2017 dal Consigliere Dott. ADRIANO PIERGIOVANNI PATTI; udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. CELESTE Alberto, che ha concluso per il rigetto del ricorso;

udito l’Avvocato (OMISSIS);

udito l’Avvocato (OMISSIS).

FATTI DI CAUSA

Con sentenza 31 dicembre 2014, la Corte d’appello di Roma accertava il demansionamento di (OMISSIS) dal 29 marzo 2002 al 20 luglio 2004 e l’illegittimita’ del licenziamento intimatole il 20 luglio 2004 da (OMISSIS) s.p.a., che condannava al pagamento, in favore della prima, delle somme di Euro 102.600,00 per danno da demansionamento e di Euro 2.405,00 per danno biologico, oltre interessi legali e rivalutazione dalla data di messa in mora, nonche’ di Euro 118.750,00 per indennita’ supplementare, oltre interessi legali dalla maturazione del diritto: cosi’ riformando la sentenza di primo grado, che aveva invece rigettato le domande della dirigente.

In esito ad attento scrutinio delle risultanze istruttorie, la Corte territoriale riteneva illegittimo il distacco della predetta dal 1 aprile 2002 al 31 marzo 2004 presso (OMISSIS) s.p.a., in mancanza di un interesse della datrice alla creazione di una professionalita’ anche commerciale alla lavoratrice distaccata, che gia’ l’aveva maturata in (OMISSIS) nello svolgimento dell’incarico di Dirigente Tecnico di Area dal gennaio 1997 e quindi di Industry Sector Director per l’anno 2002.

Essa accertava quindi, per l’evidente riduzione di ampiezza e importanza dei compiti assegnatile, il demansionamento nel periodo del distacco, liquidandole in via equitativa, tenuto conto dell’entita’ temporale (ventisette mesi) e sul parametro della retribuzione globale di fatto da ultimo percepita (Euro 9.500,00 mensili), la somma di Euro 102.600,00 a titolo risarcitorio del danno conseguente.

La Corte capitolina riteneva altresi’ l’illegittimita’ del licenziamento intimatole, privo di adeguata giustificatezza del comportamento datoriale, in difetto di alcun riassetto aziendale giustificante l’attribuzione a (OMISSIS) di un’inedita (minore) figura professionale, non in linea con la precedente e soppressa qualche mese dopo, a fronte del mantenimento di quella dalla medesima rivestita prima del distacco in (OMISSIS). In ragione di cio’, liquidava alla dirigente la somma di Euro 118.750,00, a titolo di indennita’ prevista dall’articolo 19 CCNL Dirigenti di Aziende Industriali vigente.

Infine, essa riconosceva alla stessa la somma di Euro 2.405,00 per danno biologico subito, dal periodo di distacco fino alla data di licenziamento, sulla base della C.t.u. medico – legale esperita con la limitazione finale detta e delle tabelle adottate presso il Tribunale di Milano; con il rigetto di ogni altra domanda risarcitoria, in difetto di prova. Con atto notificato il 11 maggio 2015 (OMISSIS) (gia’ s.p.a. ed ora) s.r.l. ricorre per cassazione con sei motivi, illustrati da memoria ai sensi dell’articolo 378 c.p.c., cui resiste (OMISSIS) con controricorso.

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Con il primo motivo, la ricorrente deduce nullita’ della sentenza per violazione degli articoli 112 e 437 c.p.c., per vizio di ultrapetizione sulle domande di demansionamento e di illegittimita’ del distacco, inammissibilmente proposte per la prima volta in grado di appello.

2. Con il secondo, la ricorrente deduce omesso esame del fatto controverso di incidenza della riorganizzazione aziendale sul demansionamento della lavoratrice erroneamente ritenuto.

3. Con il terzo, la ricorrente deduce violazione e falsa applicazione dell’articolo 2103 c.c., per erronea individuazione di un demansionamento della lavoratrice nella contrazione della clientela seguita e del personale coordinato, per l’occasione di sviluppo della professionalita’ offerta dall’incarico oggetto del distacco.

4. Con il quarto, la ricorrente deduce nullita’ della sentenza per violazione dell’articolo 132 c.p.c., comma 2, n. 4, per omessa esposizione delle ragioni di fatto e di diritto giustificanti la condanna risarcitoria per demansionamento della lavoratrice.

5. Con il quinto, la ricorrente deduce violazione e falsa applicazione degli articoli 2103 e 2697 c.c. e articolo 414 c.p.c., per erronea liquidazione del danno patrimoniale da demansionamento in difetto di sua allegazione e prova e del relativo nesso causale.

6. Con il sesto, la ricorrente deduce violazione del principio di diritto della sufficienza per il licenziamento del dirigente della sola giustificatezza, ricorrente nell’effettiva soppressione, per riorganizzazione aziendale, della posizione di direttore tecnico ricoperta dalla lavoratrice, anche se le mansioni siano ripartite tra altri, senza alcun obbligo di repechage, incompatibile con la posizione dirigenziale, assistita da un regime di libera

recedibilita’.

7. Il primo motivo, relativo a nullita’ della sentenza per violazione degli articoli 112 e 437 c.p.c., per vizio di ultrapetizione sulle domande di demansionamento e di illegittimita’ del distacco, e’ infondato.

7.1. Deve infatti essere escluso il vizio denunciato, che si sostanzia nel divieto per il giudice di introdurre nuovi elementi di fatto nel tema controverso, sicche’ esso ricorre quando il giudice di merito, alterando gli elementi obiettivi dell’azione (petitum o causa petendi), emetta un provvedimento diverso da quello richiesto (petitum immediato), oppure attribuisca o neghi un bene della vita diverso da quello conteso (petitum mediato): cosi’ pronunciando oltre i limiti delle pretese o delle eccezioni fatte valere dai contraddittori (Cass. 24 settembre 2015, n. 18868; Cass.

11 gennaio 2011, n. 455). Ma la Corte territoriale ha pronunciato sulle domande di demansionamento e di illegittimita’ del distacco della lavoratrice gia’ proposte in primo grado e sulle quali si e’ pronunciato (in senso negativo) anche il Tribunale, come chiaramente si evince dalla contrapposizione dialettica istituita dal giudice di secondo grado con quello del primo (in ordine al distacco: dal secondo capoverso di pg. 3 all’ultimo di pg. 4 della sentenza; in ordine al demansionamento: dal primo capoverso di pg. 5 al primo di pg. 7 della sentenza) e risulta dall’integrale trascrizione delle conclusioni del ricorso introduttivo della lavoratrice, di accertamento delle specifiche fattispecie dedotte e di condanna al pagamento di una somma complessiva a titolo risarcitorio (a pgg. da 14 a 16 del controricorso), cosi’ come sinteticamente ma distintamente riportate dalla Corte territoriale nella parte espositiva della pronuncia di rigetto del Tribunale delle suddette domande (primo periodo, in particolare sub p.ti 1 e 3 di pg. 2 della sentenza).

8. Il secondo motivo, relativo ad omesso esame del fatto controverso dell’incidenza della riorganizzazione aziendale sul demansionamento della lavoratrice, e’ inammissibile.

8.1. Il profilo riorganizzativo, rilevante ai fini della verifica di (il)legittimita’ del licenziamento, e’ invece ex se ininfluente sull’accertamento del demansionamento, che riguarda il diverso potere datoriale (non gia’ di recesso, ma) di esercizio dello ius variandi, che deve essere valutato dal giudice di merito (con giudizio di fatto incensurabile in cassazione ove adeguatamente motivato) in ordine all’omogeneita’ tra le mansioni successivamente attribuite e quelle di originaria appartenenza, sotto il profilo della loro equivalenza in concreto rispetto alla competenza richiesta, al livello professionale raggiunto ed alla utilizzazione del patrimonio professionale acquisito dal dipendente (Cass. s.u. 24 novembre 2006, n. 25033; Cass. 14 giugno 2013, n. 15010). E cio’ integra un accertamento dell’aderenza effettiva delle nuove mansioni alla competenza professionale specifica acquisita dal dipendente e della garanzia, al contempo, dello svolgimento e accrescimento del bagaglio di conoscenze ed esperienze, nell’irrilevanza dell’equivalenza formale fra le vecchie e le nuove mansioni (Cass. 3 febbraio 2015, n. 1916).

8.2. Sicche’, il divieto di variazione peggiorativa, in violazione dell’articolo 2103 c.c., comporta che al prestatore di lavoro non possano essere affidate, anche se soltanto secondo un criterio di equivalenza formale, mansioni sostanzialmente inferiori a quelle in precedenza disimpegnate, dovendo il giudice di merito accertare, in concreto, se le nuove mansioni siano aderenti alla competenza professionale specifica del dipendente, salvaguardandone il livello professionale acquisito, e garantiscano, al contempo, lo svolgimento e l’accrescimento delle sue capacita’ professionali (Cass. 4 marzo 2014, n. 4989). E cio’ anche qualora, in caso di nuovo assetto organizzativo disposto dal datore di lavoro, che comprenda la riclassificazione del personale concordata con le organizzazioni sindacali, le mansioni del lavoratore, a seguito di riclassificazione, risultino compatibili con la nuova qualificazione ma incompatibili con la sua storia professionale (Cass. 25 settembre 2015, n. 19037).

8.3. Pertanto, il prestatore di lavoro deve essere adibito alle mansioni per le quali e’ stato assunto, non rilevando in alcun modo che l’assegnazione a mansioni inferiori sia temporanea, o effettuata solo per il tempo occorrente alla realizzazione di una nuova struttura produttiva (Cass. 21 agosto 2014, n. 18121, con specifico riferimento a dirigente responsabile di servizio di calL center).

8.4. In applicazione di tali principi, la Corte territoriale ha accertato il demansionamento della dirigente, dandone argomentato conto (per le citate ragioni dal primo capoverso di pg. 5 al primo di pg. 7 della sentenza), rispetto alle quali non interferisce il profilo di omesso esame denunciato.

9. Il terzo motivo, relativo a violazione e falsa applicazione dell’articolo 2103 c.c. per erronea individuazione di un demansionamento della lavoratrice nella contrazione della clientela seguita e del personale coordinato, e’ infondato.

9.1. Posto che in tema di mansioni del lavoratore, ai fini dell’applicabilita’ dell’articolo 2103 c.c. sul divieto di demansionamento, non ogni loro modificazione quantitativa e’ sufficiente ad integrarlo, dovendo invece farsi riferimento all’incidenza della riduzione delle mansioni sul livello professionale raggiunto dal dipendente e sulla sua collocazione nell’ambito aziendale, e, con riguardo al dirigente, altresi’ alla rilevanza del ruolo (Cass. 11 luglio 2005, n. 14496; Cass. 5 maggio 2004, n. 8589), la Corte territoriale ha accertato proprio come, lungi dal costituire un’offerta di sviluppo della sua professionalita’ (cosi’ da escludere l’esercizio dello ius variandi una violazione dell’articolo 2103 c.c.: Cass. 27 giugno 2014, n. 14600), l’evidente riduzione delle mansioni abbia inciso negativamente sulla professionalita’ della dirigente.

10. Il quarto motivo, relativo a nullita’ della sentenza per violazione dell’articolo 132 c.p.c., comma 2, n. 4, per omessa esposizione delle ragioni giustificanti la condanna risarcitoria per demansionamento della lavoratrice, e’ inammissibile.

10.1. Non e’ infatti configurabile il vizio di error in procedendo denunciato, per l’articolazione della motivazione della sentenza impugnata, non meramente apparente ne’ inintelligibile, in argomentazioni idonee a rivelarne chiaramente la ratio decidendi: sicche’ deve essere esclusa la ricorrenza dei requisiti della nullita’ denunciata, consistenti nell’impossibilita’ di individuare gli elementi di fatto considerati o presupposti della decisione, in funzione della sua intelligibilita’ e della comprensione delle ragioni poste a suo fondamento (Cass. 8 gennaio 2009, n. 161; Cass. 10 novembre 2010, n. 22845; Cass. 20 gennaio 2015, n. 920; Cass. 22 giugno 2015, n. 12864). E la Corte territoriale ha esposto le ragioni della condanna risarcitoria in continuita’ logica (come non aveva potuto fare il Tribunale, per la sua esclusione: terz’ultimo capoverso di pg. 10 della sentenza) con il ravvisato demansionamento, per il periodo e i profili di dequalificazione accertati (ultimi due capoversi di pg. 10, in correlazione con le argomentazioni dal penultimo capoverso di pg. 5 al primo di pg. 7 della sentenza).

11. Il quinto motivo, relativo a violazione e falsa applicazione degli articoli 2103 e 2697 c.c. e articolo 414 c.p.c. per erronea liquidazione del danno patrimoniale da demansionamento in difetto di allegazione e prova, e’ infondato.

11.1. Indubbia l’esclusione di automatica consequenzialita’ di un danno (in re ipsa) da demansionamento, non potendosi prescindere da una specifica allegazione, nel ricorso introduttivo, dell’esistenza di un pregiudizio (Cass. 26 gennaio 2015, n. 1327) e con particolare necessita’, per la liquidazione del danno alla professionalita’ del lavoratore, della prova del danno e del relativo nesso causale con l’asserito demansionamento (Cass. 30 settembre 2009, n. 20980), e’ tuttavia ben possibile per il giudice del merito, con apprezzamento di fatto incensurabile in cassazione se adeguatamente motivato (Cass. 26 novembre 2008, n. 28274), desumere l’esistenza del relativo danno, di natura patrimoniale e il cui onere di allegazione incombe sul lavoratore, determinandone anche l’entita’ in via equitativa, con processo logico – giuridico attinente alla formazione della prova, anche presuntiva, in base agli elementi di fatto relativi alla qualita’ e quantita’ della esperienza lavorativa pregressa, al tipo di professionalita’ colpita, alla durata del demansionamento, all’esito finale della dequalificazione e alle altre circostanze del caso concreto (Cass. 19 settembre 2014, n. 19778; Cass. 26 febbraio 2009, n. 4652).

11.2. Ed e’ cio’ che ha fatto la Corte capitolina, con accertamento in fatto congruamente motivato, ricavando il pregiudizio comportato dal demansionamento dall’entita’ del periodo e dei diversi profili di dequalificazione accertati (per le ragioni esposte dal penultimo capoverso di pg. 5 al primo di pg. 7 della sentenza) ed operando una prudente liquidazione in via equitativa, nel bilanciamento del parametro retributivo assunto a base con la loro concreta incidenza sul diminuito bagaglio di conoscenze (danno positivamente riscontrato, nucleo individuativo del patrimonio professionale pregiudicato) nell’arco temporale rilevato (ultimi due capoversi di pg. 10 della sentenza).

12. Il sesto motivo, relativo a violazione del principio di diritto della sola sufficienza per il licenziamento del dirigente della sua giustificatezza ricorrente nella soppressione effettiva della posizione ricoperta, e’ pure infondato.

12.1. Esclusa la pertinenza alla materia di un obbligo di repechage datoriale, per la libera recedibilita’ del rapporto di lavoro con il dirigente e di cui neppure la sentenza ha trattato, e’ noto come il licenziamento del dirigente non sia soggetto alle norme limitative dei licenziamenti individuali previste dalla L. n. 604 del 1966, n. 604, articoli 1 e 3 ne’ la nozione di “giustificatezza”, posta dalla contrattazione collettiva al fine della legittimita’ del suo licenziamento, coincida con quella di giustificato motivo di licenziamento contemplata dall’articolo 3 L. cit. (Cass. 20 dicembre 2006, n. 27197; Cass. 15 luglio 2009, n. 16499). Da cio’ consegue che l’indennita’ supplementare, a norma dell’articolo 19 CCNL dei dirigenti di aziende industriali del 27 aprile 1995, spetti al dirigente licenziato solo nei casi in cui il recesso non sia assistito da giustificatezza, che si puo’ fondare su ragioni sia soggettive ascrivibili al dirigente, sia su ragioni oggettive concernenti esigenze di riorganizzazione aziendale (Cass. 15 luglio 2009, n. 16498). Ed esse non coincidono necessariamente con l’impossibilita’ di continuazione del rapporto o con una situazione di grave crisi aziendale, tale da rendere impossibile o particolarmente onerosa detta continuazione, dato che il principio di correttezza e buona fede, che costituisce il parametro su cui misurare la legittimita’ del licenziamento, deve essere coordinato con la liberta’ di iniziativa economica, garantita dall’articolo 41 Cost. (Cass. 8 marzo 2011, n. 3628; Cass. 20 giugno 2016, n. 12668); fermo, in ogni caso, il principio per cui la possibilita’ che il licenziamento di un dirigente possa considerarsi giustificato, anche se derivante da esigenze di riorganizzazione aziendale, non esime il giudice dal controllare che esse siano effettivamente sussistenti e siano tali da coinvolgere la posizione del dirigente licenziato (Cass. 13 maggio 2015, n. 9796).

12.2. La Corte territoriale ha compiuto proprio un tale accertamento di inesistenza di “alcun riassetto aziendale in grado di giustificare l’attribuzione alla (OMISSIS) di una inedita figura professionale, non in linea con la precedente… risultando per converso provato il mantenimento in capo ad altro dirigente della stessa posizione gia’ ricoperta dall’appellante prima del suo distacco in (OMISSIS)” (cosi’ al terzo capoverso di pg. 10 della sentenza), riscontrato dalle scrutinate risultanze istruttorie (dal primo all’ultimo capoverso di pg. 8 e ancora dall’ultimo di pg. 9 al secondo di pg. 10 della sentenza) sulla base delle argomentate ragioni esposte (ai primi due capoversi di pg. 9 e al terzo gia’ citato di pg. 10 della sentenza).

13. Dalle superiori argomentazioni discende coerente il rigetto del ricorso e la regolazione delle spese del giudizio secondo il regime di soccombenza. P.Q.M.

LA CORTE

rigetta il ricorso e condanna la societa’ alla rifusione, in favore della controricorrente, delle spese del giudizio, che liquida in Euro 200,00 per

esborsi e Euro 8.000,00 per compensi professionali, oltre rimborso per spese generali in misura del 15 % e accessori di legge.

Ai sensi del Decreto del Presidente della Repubblica 30 maggio 2002, n. 115, articolo 13, comma 1 quater, da’ atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per ciascun ricorso, a norma dello stesso articolo 13, comma 1 bis.


Cassazione sent. n. 3422/2016

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati: Dott. MACIOCE Luigi – Presidente

Dott. D’ANTONIO Enrica – Consigliere

Dott. DE GREGORIO Federico – Consigliere Dott. BLASUTTO Daniela – Consigliere Dott. AMENDOLA Fabrizio – rel. Consigliere ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 545-2011 proposto da:

(OMISSIS) SPA C.F. (OMISSIS), in persona del legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in (OMISSIS), presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS), che la rappresenta e difende, giusta delega in atti;

– ricorrente –

contro

(OMISSIS) C.F. (OMISSIS), elettivamente domiciliato in (OMISSIS), presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS), che lo rappresenta e difende, giusta delega in atti;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 2909/2009 della CORTE D’APPELLO di ROMA, depositata il 22/12/2009 R.G.N. 9579/2004;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 15/12/2015 dal Consigliere Dott. FABRIZIO AMENDOLA;

udito l’Avvocato (OMISSIS) per delega orale Avvocato (OMISSIS);

udito l’Avvocato (OMISSIS);

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. FINOCCHI GHERSI Renato che ha concluso per il rigetto del ricorso. SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

1.- La Corte di Appello di Roma, con sentenza del 22 dicembre 2009, in riforma della pronuncia del primo giudice, ha accertato la sussistenza di una dequalificazione professionale operata da (OMISSIS) Spa in danno di (OMISSIS), in quanto adibito a decorrere dal 1 aprile 1999 a “ripartire lettere e stampe; caricare e scaricare sacchi contenenti corrispondenza; trasportare manualmente carrelli e cassette di corrispondenza; svuotare sacchi contenenti corrispondenza”; ha ritenuto la violazione dell’articolo 2103 codice civile rispetto alle mansioni in precedenza svolte dal (OMISSIS) presso il Gruppo (OMISSIS) di (OMISSIS), di “qualificata natura tecnica”; ha condannato la societa’ al risarcimento del danno determinato equitativamente nella misura del 40% della retribuzione mensile, moltiplicata per i 24 mesi di praticata dequalificazione.

2.- Per la cassazione di tale sentenza (OMISSIS) Spa ha proposto ricorso per cassazione con 5 motivi. Ha resistito con controricorso l’intimato, che ha comunicato memoria ex articolo 378 codice procedura civile.

MOTIVI DELLA DECISIONE

3.- I motivi di ricorso possono essere cosi’ sintetizzati:

omessa motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio in quanto la Corte di Appello non avrebbe proceduto al raffronto tra le mansioni svolte e le declaratorie contrattuali di riferimento, erroneamente ritenendo di poter ricondurre le mansioni svolte dal Sig. (OMISSIS) all’Area di Base e non all’Area Operativa (primo motivo);

violazione e falsa applicazione degli articoli 2103 e 1363 codice civile, “anche con riferimento agli articoli 37, 41, 43, 46, 47 e 53 del CCNL 26.11.1994 ed all’accordo integrativo del 23.5.1995 al CCNL (OMISSIS)”, dalle cui disposizioni emergerebbe come la volonta’ delle parti contrattuali era stata quella di superare le precedenti classificazioni attuando un accorpamento delle precedenti categoria in aree, ed attuando, all’interno di esse, piena fungibilita’, rinviando per il concreto definitivo inquadramento al successivo accordo integrativo, in base al quale il personale addetto a mansioni tecniche poteva essere chiamato a svolgere mansioni di gestione (secondo motivo);

omessa motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio rappresentato dalla ristrutturazione della organizzazione aziendale attuata da (OMISSIS) Spa, nell’ambito della quale le mansioni cui era assegnato il (OMISSIS) erano state soppresse (terzo motivo);

violazione e falsa applicazione dell’articolo 2697 codice civile in quanto, in totale carenza di allegazioni in merito ai concreti danni subiti dal lavoratore ed in assenza di prova in merito alla effettiva sussistenza dei danni denunciati, la domanda risarcitoria avrebbe dovuto essere rigettata, posto che il diritto del lavoratore al risarcimento del danno da dequalificazione professionale non puo’ conseguire in re ipsa al demansionamento ma deve essere rigorosamente provato (quarto motivo);

omessa motivazione su di un fatto controverso e decisivo rappresentato dalla carenza di prova in ordine al danno lamentato (quinto motivo). 4.- Il ricorso non puo’ trovare accoglimento.

4.1.- Il primo motivo e’ privo di pregio in quanto non e’ affatto vero che la Corte territoriale non ha proceduto al raffronto tra le mansioni svolte dal (OMISSIS) e le declaratorie contrattuali di riferimento, atteso che la sentenza impugnata, evidenziato che alla superiore Area Operativa appartengono “i dipendenti che svolgono attivita’ esecutive e tecniche presupponenti adeguata preparazione professionale con capacita’ di utilizzazione di strumenti semplici e complessi e richiedenti preparazione tecnico-professionale di parziale o media specializzazione e capacita’ di autonomia operativa nei limiti dei regolamenti di esecuzione”, mentre l’Area di Base e’ riservata ai dipendenti “che svolgono mansioni, manuali e non, che presuppongono conoscenze tecniche non specifiche o, se di natura amministrativa, tecnica o contabile, di mero supporto manuale o di contenuto puramente esecutivo”, ha ritenuto che “i compiti meramente manuali e ripetitivi, che non richiedono alcuna particolare qualificazione professionale”, assegnati al (OMISSIS) fossero riconducibili all’inferiore Area di Base.

Piuttosto la societa’ si duole di tale riconduzione, ma, come ribadito da questa Corte in controversia analoga alla presente (v. Cass. n. 20718 del 2013), trattasi di accertamento di fatto non sindacabile in sede di legittimita’ ove, come nella specie, le censura si limiti ad una generica doglianza circa il convincimento espresso dal giudice del merito, senza dimostrare il vizio di motivazione rilevante ai sensi dell’articolo 360 codice procedura civile, comma 1, n. 5.

4.2.- Parimenti infondato il secondo mezzo di gravame con cui si invoca la fungibilita’ delle mansioni all’interno della medesima Area, per espressa previsione contrattuale collettiva in seguito a riclassificazione del personale.

Sufficiente rilevare che la censura e’ inconferente rispetto al decisum, perche’, come innanzi ricordato, nel caso di specie la dequalificazione ritenuta dalla Corte territoriale non e’ avvenuta nell’ambito della stessa Area ma ha determinato l’attribuzione di mansioni proprie di un’Area inferiore (per analogo rilievo v. Cass. n. 16447/2013).

Inoltre da tempo ormai la giurisprudenza di questa Corte, sviluppatasi in controversie simili e qui condivisa, proprio partendo dalla decisione delle Sezioni Unite del 24 novembre 2006 n. 25033, ha ribadito che, pur in ipotesi di reinquadramento previsto dal contratto collettivo in un’unica qualifica di lavoratori precedentemente inquadrati in qualifiche distinte, permane il divieto di un’indiscriminata fungibilita’ di mansioni che esprimano in maniera radicale una diversa professionalita’ e che non consentano una sia pure residuale utilizzazione dell’acquisita professionalita’, qualora le ultime mansioni espletate non abbiano, con quelle spiegate in precedenza, affinita’ o analogia di sorta. Con la citata sentenza delle Sezioni Unite si e’ infatti affermato che – sebbene la contrattazione collettiva sia “autorizzata a porre meccanismi convenzionali di mobilita’ orizzontale prevedendo, con apposita clausola, la fungibilita’ funzionale tra esse per sopperire a contingenti esigenze aziendali ovvero per consentire la valorizzazione della professionalita’ potenziale di tutti i lavoratori inquadrati in quella qualifica senza per questo incorrere nella sanzione di nullita’ del comma 2 della medesima disposizione (l’articolo 2103 codice civile, comma 1)” – ove non ricorrano tali peculiari esigenze, la garanzia prevista dal predetto articolo 2103 codice civile opera anche tra mansioni appartenenti alla medesima qualifica prevista dalla contrattazione collettiva, dovendosi ribadire il principio di diritto che quest’ultima “deve muoversi all’interno, e quindi nel rispetto, della prescrizione posta dall’articolo 2103 codice civile, comma 1, che fa divieto di un’indiscriminata fungibilita’ di mansioni che esprimano in concreto una diversa professionalita’, pur confluendo nella medesima declaratoria contrattuale e quindi pur essendo riconducibili alla matrice comune che connota la qualifica secondo la declaratoria contrattuale”, cio’ in quanto “il baricentro della disposizione in esame (articolo 2103 codice civile), nella formulazione introdotta dallo Statuto dei lavoratori (Legge n. 300 del 1970, cit.), e’ la protezione della professionalita’ acquisita dal prestatore di lavoro”.

Da cio’ deriva che anche in tema di riclassificazione del personale la societa’ (OMISSIS) non puo’ limitarsi ad affermare semplicemente la sussistenza di una equivalenza “convenzionale” tra le mansioni svolte in precedenza e quelle assegnate a seguito dell’entrata in vigore della nuova classificazione, dovendo per contro procedersi ad una ponderata valutazione della professionalita’ del lavoratore al fine della salvaguardia, in concreto, del livello professionale acquisito, e di una effettiva garanzia dell’accrescimento delle capacita’ professionali del dipendente (Cass. n. 13714 del 2015; Cass. n. 13499 del 2014; R.G. n.: 545/2011 Cass. n. 4989 del 2014; Cass. n. 15010 del 2013; Cass. n. 20718 del 2013; in precedenza, parzialmente difformi, v. Cass. n. 6971 e n. 23763 del 2009).

Da ultimo, poi, sulla scorta di quella giurisprudenza secondo cui “e’ legittima l’attribuzione della nuova qualifica, risultante dal riclassamento, al lavoratore le cui mansioni siano rimaste immutate, mentre sarebbe illegittima l’assegnazione di nuove mansioni non coerenti con la professionalita’ di quest’ultimo, anche se equivalenti ad altre rientranti nella nuova qualifica attribuita a seguito del rilassamento” (Cass. n. 12821 del 2002; conformi: Cass. n. 1494 del 2003; Cass. n. 6614 del 2003; Cass. n. 7606 del 2003; Cass. n. 12251 del 2003; Cass. n. 18719 del 2004; Cass. n. 20983 del 2004), si e’ evidenziato come, in caso di nuovo assetto organizzativo disposto dall’imprenditore, comprensivo di una diversa classificazione del personale convenuta con le organizzazioni sindacali con la previsione di nuove categorie o aree professionali, destinate d accorpare mansioni comuni a piu’ profili professionali, una questione di violazione dell’articolo 2103 codice civile si pone se, in seguito al “riclassamento”, il lavoratore viene adibito a nuove mansioni, compatibili con le declaratorie della nuova classificazione ma incompatibili con la sua storia professionale (Cass. n. 19037 del 2015).

Pertanto – posto che per tutta la giurisprudenza richiamata l’equivalenza delle mansioni ex articolo 2103 codice civile costituisce oggetto di un giudizio di fatto operato dal giudice di merito, incensurabile in cassazione se sorretto da adeguata motivazione, sia sotto il profilo oggettivo, cioe’ in relazione alla inclusione nella stessa area professionale e salariale delle mansioni iniziali e di quelle di destinazione, sia sotto il profilo soggettivo, cioe’ in relazione alla affinita’ professionale delle mansioni, nel senso che le nuove devono quanto meno armonizzarsi con le capacita’ professionali acquisite dall’interessato durante il rapporto di lavoro, consentendo ulteriori affinamenti e sviluppi – le conclusioni della Corte territoriale che ha accertato come il (OMISSIS) sia passato da mansioni di “qualificata natura tecnica… a ripartire lettere e stampe; caricare e scaricare sacchi contenenti corrispondenza; trasportare manualmente carrelli e cassette di corrispondenza; svuotare sacchi contenenti corrispondenza”, ritenendo una concreta dequalificazione del lavoratore, vanno certamente esenti dalle critiche che sono mosse sul punto.

4.3.- Con il terzo motivo si deduce che la Corte romana avrebbe trascurato il fatto controverso e decisivo per il giudizio rappresentato dalla ristrutturazione della organizzazione aziendale attuata da (OMISSIS) Spa, nell’ambito della quale le mansioni cui era assegnato il (OMISSIS) erano state soppresse; si invoca la giurisprudenza di legittimita’ per la quale l’adibizione a mansioni, anche inferiori, sarebbe legittima ove “essa rappresenti l’unica alternativa praticabile in luogo del licenziamento per giustificato motivo oggettivo”.

Parte ricorrente indebitamente sovrappone la questione della soppressione delle mansioni con l’impossibilita’ di adibire il lavoratore a mansioni equivalenti: non sussiste un principio generale in base al quale, in caso di soppressione delle mansioni proprie della qualifica di appartenenza del lavoratore, si determini un “affievolimento” del diritto garantito dall’articolo 2103 codice civile.

In proposito occorre ribadire, come gia’ affermato da questa Corte (Cass. n. 1575 del 2010), che certamente la soppressione delle mansioni proprie della qualifica di appartenenza puo’ giustificare l’esercizio dello ius variandi; tuttavia, “quali che siano le ragioni della modifica delle mansioni (tanto nel caso in cui le mansioni originarie siano assegnate ad altro dipendente, che nel caso in cui le stesse siano esaurite), lo spostamento del lavoratore ad altre mansioni deve attenersi alla regola della equivalenza”; tutt’altro problema “e’ costituito dalla eventuale mancanza di soluzioni in tal senso e quindi della necessita’ di estinguere il rapporto di lavoro o, in via alternativa, adibire il lavoratore a mansioni inferiori”.

La ricorrente, dopo aver riportato una serie di principi di legittimita’ pacifici, omette di indicare se e dove abbia allegato, prima ancora di provare, la circostanza che non vi fosse la possibilita’ di adibire il lavoratore a mansioni equivalenti e che, dunque, il demansionamento si’ presentava come l’unica alternativa alla perdita del posto di lavoro (cfr., in analoga controversia, Cass. n. 16447 del 2013)

4.4.- Gli ultimi due motivi possono essere esaminati congiuntamente, in quanto attengono alla sussistenza del danno ed alla liquidazione operata dalla Corte territoriale; si sostiene che i giudici d’appello avrebbero considerato il danno da dequalificazione in re ipsa, in violazione di ben noti postulati giurisprudenziali.

Le censure non possono trovare accoglimento.

L’assegnazione a mansioni inferiori pacificamente rappresenta fatto potenzialmente idoneo a produrre una pluralita’ di conseguenze dannose, sia di natura patrimoniale che di natura non patrimoniale.

In particolare dal riconoscimento costituzionale della personalita’ morale e della dignita’ del lavoratore deriva il diritto fondamentale di questi al pieno ed effettivo dispiegamento del suo professionalizzarsi espletando le mansioni che gli competono; la lesione di tale posizione giuridica soggettiva ha attitudine generatrice di danni a contenuto non patrimoniale, in quanto idonea ad alterare la normalita’ delle relazioni del lavoratore con il contesto aziendale in cui opera, del cittadino con la societa’ in cui vive, dell’uomo con se stesso (Cass. n. 12253 del 2015).

Quanto alla liquidazione di tali danni, la non patrimonialita’ – per non avere il bene persona un prezzo – del diritto leso, comporta che, diversamente da quello patrimoniale, il ristoro pecuniario del danno non patrimoniale non puo’ mai corrispondere alla relativa esatta commisurazione, imponendosene pertanto la valutazione equitativa, anche attraverso il ricorso alla prova presuntiva, che potra’ costituire pure l’unica fonte di convincimento del giudice (Cass. SS.UU. n. 26972 del 2008).

Certo, dall’astratta potenzialita’ lesiva dell’assegnazione a mansioni inferiori ad opera del datore di lavoro non deriva automaticamente l’esistenza di un danno, il quale non e’ immancabilmente ravvisabile solo in ragione di essa (Cass. SS.UU. n. 6572 del 2006). Fermi gli oneri di allegazione e di prova gravanti su chi denuncia di aver subito il pregiudizio, compete tuttavia al giudice di merito non solo ogni accertamento e valutazione di fatto circa la concreta sussistenza e la individuazione della specie del danno, ma anche la sua liquidazione – in ipotesi anche equitativa – sindacabile, in sede di legittimita’, soltanto per vizio di motivazione (in tal senso, v. Cass. n. 14199 del 2001; altresi’ : Cass. n. 9138 del 2011, Cass. n. 2352 del 2010, Cass. n. 10864 del 2009, Cass. n. 5333 del 2003; Cass. n. 10268 del 2002; Cass. n. 18599 del 2001, Cass. n. 104 del 1999).

I criteri di valutazione equitativa, la cui scelta ed adozione e’ rimessa alla prudente discrezionalita’ del giudice, debbono consentire una valutazione che sia adeguata e proporzionata (v. Cass. n. 12408 del 2011), in considerazione di tutte le circostanze concrete del caso specifico, al fine di ristorare il pregiudizio effettivamente subito dal danneggiato e permettere la personalizzazione del risarcimento (v. Cass. SS.UU. n. 26972/2008 cit; Cass. n. 7740 del 2007; Cass. n. 13546 del 2006).

Essendo tuttavia la liquidazione del quantum dovuto per il ristoro del danno non patrimoniale inevitabilmente caratterizzata da un certo grado di approssimazione, si esclude che l’esercizio del potere equitativo del giudice di merito possa di per se’ essere soggetto a controllo in sede di legittimita’, se non in presenza di totale mancanza di giustificazione che sorregga la statuizione o di macroscopico scostamento da dati di comune esperienza o di radicale contraddittorieta’ delle argomentazioni (cfr. Cass. n. 12918 del 2010; Cass. n. 1529 del 2010; conforme, piu’ di recente, Cass. n. 18778 del 2014).

In particolare, in tema di dequalificazione, il giudice del merito, con apprezzamento di fatto incensurabile in cassazione se adeguatamente motivato, puo’ desumere l’esistenza del danno, determinandone anche l’entita’ in via equitativa, con processo logico – giuridico attinente alla formazione della prova, anche presuntiva, in base agli elementi di fatto relativi alla qualita’ e quantita’ della esperienza lavorativa pregressa, al tipo di professionalita’ colpita, alla durata del demansionamento, all’esito finale della dequalificazione e alle altre circostanze del caso concreto (cfr., ex plurimis, Cass. n. 19778 del 2014; Cass. n. 4652 del 2009; Cass. n. 28274 del 2008; Cass. SS.UU.. n. 6572/2006 cit).

Nella specie la sentenza impugnata, seppur sinteticamente, indica gli elementi di fatto in base ai quali ha ritenuto accertato un danno alla professionalita’, avuto riguardo all’attribuzione di compiti esecutivi privi di particolare qualificazione, idonea non solo ad impedire il naturale sviluppo professionale, curato per anni anche con la partecipazione a corsi di formazione e addestramento, ma anche a compromettere irrimediabilmente il bagaglio di conoscenze tecniche gia’ acquisite dal (OMISSIS); si e’ altresi’ valorizzata la durata non esigua della dequalificazione e la lesione dell’immagine professionale per l’assegnazione di compiti riservati a dipendenti con qualificazione inferiore.

La Corte di Appello ha poi liquidato il danno medesimo stimando equo commisurarlo al 40% meta’ delle retribuzioni dovute per il periodo del demansionamento.

Gia’ questa Corte ha giudicato non privo di concretezza il ricorso in via parametrica alla retribuzione per la determinazione in termini quantitativi del danno da violazione dell’articolo 2103 codice civile, posto che, indubbiamente, non puo’ negarsi che elemento di massimo rilievo nella determinazione della retribuzione e’ il contenuto professionale delle mansioni sicche’ essa costituisce, in linea di massima, espressione (per qualita’ e quantita’, ai sensi dell’articolo 36 Cost.) anche del contenuto professionale della prestazione; l’entita’ della retribuzione ben puo’, dunque, essere assunta, nell’ambito di una valutazione necessariamente equitativa, a parametro del danno da impoverimento professionale derivato dall’annientamento delle prestazioni proprie della qualifica (da ultimo: Cass. n. 12253 del 2015; in precedenza: Cass. n. 9228 del 2001; cfr. pure Cass. n. 7967 del 2002 e Cass. n. 835 del 2001).

In definitiva si tratta di un percorso motivazionale che, senza discostarsi da dati di comune esperienza e non palesando radicale contraddittorieta’ delle argomentazioni, sorregge a sufficienza l’esercizio del potere discrezionale di valutazione equitativa, idoneo a precludere la cassazione della sentenza impugnata sulla base delle censure che parte ricorrente agita.

5.- Conclusivamente il ricorso deve essere respinto.

Le spese seguono la soccombenza liquidate come da dispositivo. P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna parte ricorrente al pagamento delle spese liquidate in euro 3.100,00, di cui euro 100,00 per esborsi, oltre accessori secondo legge e spese generali al 15%, con attribuzione.


Cassazione sent. n. 2512/2017

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. NOBILE Vittorio – Presidente

Dott. VENUTI Pietro – rel. Consigliere

Dott. CURCIO Laura – Consigliere

Dott. BRONZINI Giuseppe – Consigliere

Dott. NEGRI DELLA TORRE Paolo – Consigliere ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 22233-2011 proposto da:

(OMISSIS), C.F. (OMISSIS), elettivamente domiciliata in (OMISSIS), presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS), che la rappresenta e difende, giusta delega in atti;

– ricorrente – contro

(OMISSIS) P.I. 00919631002, in persona del Commissario Straordinario e legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliato in (OMISSIS), presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS), che lo rappresenta e difende unitamente all’avvocato (OMISSIS), giusta delega in atti;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 5981/2010 della CORTE D’APPELLO di ROMA, depositata il 16/09/2010 R.G.N. 9380/2007; udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 10/11/2016 dal Consigliere Dott. PIETRO VENUTI; udito l’Avvocato (OMISSIS) per delega verbale Avvocato (OMISSIS);

udito l’Avvocato (OMISSIS);

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. CERONI Francesca, che ha concluso per il rigetto del ricorso. SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

La Corte d’appello di Roma, con sentenza depositata il 16 settembre 2010, ha confermato la decisione di primo grado che aveva respinto la domanda proposta da (OMISSIS) nei confronti dell’Istituto per il (OMISSIS) (di seguito: Istituto), volta ad ottenere l’inquadramento nel superiore livello dirigenziale.

La Corte anzidetta, premesso che la (OMISSIS) aveva svolto le mansioni di responsabile del Servizio Ispettorato e della Funzione di Controllo Interno dell’Istituto, ha ritenuto che dette mansioni erano proprie della qualifica di quadro direttivo rivestita dalla medesima, quali delineate dall’articolo 66 del CCNL, mentre quelle previste per i dirigenti (articolo 2 CCNL) richiedevano un elevato grado di autonomia e potere decisionale da esplicarsi in funzione di promozione, coordinamento e gestione generale per la realizzazione degli obiettivi dell’azienda, requisiti questi non ricorrenti nelle mansioni svolte dalla ricorrente.

Per la cassazione di questa sentenza propone ricorso la (OMISSIS) sulla base di otto motivi. Resiste con controricorso l’Istituto del (OMISSIS). Le parti hanno depositato memorie ex articolo 378 c.p.c..

MOTIVI DELLA DECISIONE

1. Con il primo motivo la ricorrente, denunciando insufficiente e contraddittoria motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio nonche’ violazione e falsa applicazione dell’articolo 420 c.p.c., commi 1, 4 e 5, e dell’articolo 437 c.p.c., deduce che erroneamente la Corte territoriale ha ritenuto corretta la decisione del giudice di primo grado che ha rigettato la richiesta di prova testimoniale formulata da essa ricorrente con il ricorso introduttivo.

Aggiunge, dopo aver riportato i capitoli di prova indicati in tale ricorso, che la Corte anzidetta ha omesso di considerare taluni di tali capitoli, ed in particolare quelli di cui ai punti 9 e 10, in cui erano descritte le mansioni di fatto svolte dalla ricorrente, corrispondenti all’inquadramento dirigenziale richiesto.

2. Con il secondo motivo la ricorrente, denunciando insufficiente e contraddittoria motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio nonche’ violazione e falsa applicazione dell’articolo 116 c.p.c., deduce che erroneamente la Corte di merito ha considerato prova sufficiente quella desunta dall’interrogatorio libero reso delle parti.

3. Con il terzo motivo la ricorrente, denunciando insufficiente e contraddittoria motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio, lamenta che i giudici di merito hanno dato rilevanza, ai fini della decisione, alle allegazioni contenute nel ricorso introduttivo relativo ad altro giudizio pendente tra le stesse parti, promosso da essa ricorrente ed avente ad oggetto la dequalificazione professionale.

4. Con il quarto motivo la ricorrente, denunciando insufficiente e contraddittoria motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio, rileva che il giudice d’appello ha ritenuto corretto l’inquadramento di essa ricorrente nella categoria di quadro direttivo sulla base di un accordo aziendale firmato dall’Istituto con la UGL Credito, senza considerare che tale accordo era stato firmato in epoca successiva ai fatti per cui e’ controversia; che la ricorrente non faceva parte di tale organizzazione sindacale; che la UGL e’ una organizzazione sindacale assolutamente minoritaria nel comparto creditizio.

5. Con il quinto motivo la ricorrente, denunciando insufficiente e contraddittoria motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio, deduce che l’inquadramento nel livello dirigenziale e’ stato riconosciuto dall’Istituto a tutti coloro che avevano svolto le mansioni di responsabile del Servizio Ispettorato. Tale circostanza, diversamente da quanto affermato dalla Corte di merito, e’ stata dedotta non gia’ ai fini dell’applicazione del principio di parita’ di trattamento, ma per dimostrare che il Servizio suddetto richiedeva una responsabilita’ e una autonomia tali da giustificare l’inquadramento nel livello dirigenziale.

6. Con il sesto motivo la ricorrente, denunciando violazione dell’articolo 2103 c.c., sostiene che, ai fini del superiore inquadramento, il giudice d’appello avrebbe dovuto verificare le mansioni in concreto svolte da essa ricorrente ed in particolare quelle di cui punti 9 e 10 del ricorso introduttivo, sopra citati. Tale omesso esame ha comportato un vizio logico nel percorso argomentativo della sentenza impugnata.

7. Con il settimo motivo la ricorrente lamenta l’errata interpretazione ed applicazione del CCNL dei dirigenti delle aziende di credito del 1 dicembre 2000, rilevando che tale contratto non considera dirigente soltanto chi sia preposto alla direzione dell’intera organizzazione aziendale ovvero ad un settore autonomo di essa, ma anche chi sia stato investito – come essa ricorrente – di attribuzioni e poteri caratterizzati da un elevato grado di professionalita’, di autonomia e potere decisionale, con funzioni di promozione, coordinamento e gestione generale al fine di realizzare gli obiettivi dell’impresa.

8. Con l’ottavo motivo la ricorrente, denunciando violazione e falsa applicazione dell’articolo 437 c.p.c., comma 2, rileva che erroneamente la Corte territoriale ha respinto la richiesta di esibizione dei verbali del Consiglio di amministrazione dell’Istituto e di produzione documentale formulate con l’atto di appello, non tenendo conto che tali richieste erano conseguenti alle difese svolte dallo stesso Istituto con la memoria di costituzione del giudizio di primo grado e all’interrogatorio libero delle parti.

9. Il primo motivo non e’ fondato.

La Corte di merito ha ampiamente spiegato le ragioni per cui ha ritenuto di non ammettere la prova testimoniale dedotta dalla ricorrente, rilevando che le mansioni indicate al punto 7 del ricorso avevano formato oggetto di esame da parte del Tribunale; che le circostanze di cui ai punti 5 e 6 dello stesso ricorso contenevano valutazioni da parte dei testi (e quindi la prova era inammissibile) o avevano ad oggetto la capacita’ professionale della ricorrente (circostanza questa irrilevante ai fini della decisione), anziche’ le mansioni di fatto svolte dalla medesima.

Quanto alla circostanza di cui al punto 9 (responsabilita’ e direzione, da parte della ricorrente, del Servizio Ispettorato e della Funzione Controllo Interno dell’Istituto), la Corte territoriale, pur non richiamando espressamente tale punto, ha dato atto che le mansioni in esso indicate erano state esaminate dal giudice di primo grado, il quale aveva ritenuto che esse rientravano nella qualifica di appartenenza della (OMISSIS).

Correttamente quindi il giudice d’appello non ha ammesso la prova orale, rilevandosi per ultimo, quanto alla circostanza di cui al punto 10 del ricorso introduttivo, che la ricorrente non precisa la rilevanza, ai fini per cui e’ controversia, della sua nomina quale “componente di vari gruppi di lavoro: “(OMISSIS)”, “trasparenza delle condizioni contrattuali delle operazioni e dei servizi bancari”, “privacy”.

10. Infondato e’ altresi’ il sesto motivo, correlato al primo, con il quale la ricorrente lamenta la mancata verifica delle mansioni svolte in concreto dalla medesima, quali descritte ai punti 9 e 10 dianzi indicati.

La Corte di merito ha infatti preso in esame le mansioni di fatto svolte dalla (OMISSIS) (cfr. pag. 4 della sentenza impugnata), rilevando che risultava documentalmente provato che l’Ufficio Ispettorato ed Internal Audit di cui la medesima era stata nominata responsabile era stato affidato nel dicembre 2002 ad una societa’ esterna in conformita’ alle indicazioni della Banca d’Italia.

Ha aggiunto che la ricorrente svolgeva funzioni di collegamento tra l’Istituto e la societa’ di revisione, nonche’ funzioni di supporto alla Direzione generale, “e cio’ proprio perche’ l’attivita’ di audÃÂÂt era esternalizzata e, quindi, essenzialmente di competenza della societa’ terza”. Inoltre la ricorrente non aveva poteri decisionali. L’ufficio, poi, al quale la (OMISSIS) era preposta “era formato essenzialmente dalla sola ricorrente, oltre ad un primo breve periodo in cui vi era un altro dipendente”.

Ha quindi concluso, ponendo a raffronto le declaratorie contrattuali di quadro direttivo e di dirigente, che le funzioni espletate dalla ricorrente erano proprie della qualifica apicale di quadro direttivo a lei attribuita, mentre doveva escludersi il chiesto livello dirigenziale, atteso che cio’ che caratterizza la figura del dirigente “e’, non tanto, l’elevato grado di professionalita’, ma l’elevato grado di autonomia e potere decisionale da esplicarsi in funzione di promozione, coordinamento e gestione generale per la realizzazione degli obiettivi dell’azienda”.

11. Privi di fondamento sono altresi’ il secondo, il terzo, il quinto e l’ottavo motivo.

Il secondo perche’, a norma dell’articolo 116 c.p.c., il giudice puo’ desumere argomenti di prova dalle dichiarazioni rese dalle parti in sede di interrogatorio libero.

Il terzo perche’ il richiamo, contenuto nella sentenza impugnata, al distinto giudizio promosso dalla ricorrente nei confronti dell’Istituto resistente – in cui la medesima, lamentando di essere stata sostanzialmente privata delle mansioni di quadro direttivo, non aveva fatto alcun cenno alla natura dirigenziale di tali mansioni – non ha assunto rilevanza decisiva, essendo la sentenza impugnata sorretta da una pluralita’ di ragioni, distinte ed autonome, ciascuna delle quali giuridicamente e logicamente sufficiente a giustificare la decisione adottata (cfr. Cass. 11 febbraio 2011 n. 3386; Cass. 3 novembre 2011 n. 22753; Cass. 29 marzo 2013 n. 7931).

Il quinto perche’ la Corte di merito, nell’affermare che nel nostro ordinamento non vige in materia di lavoro il principio di parita’ di trattamento, ha precisato che in ogni caso le mansioni svolte dal dr. Manca (il quale ebbe a rivestire la carica di responsabile del Servizio Ispettorato) erano diverse da quelle disimpegnate dalla ricorrente, essendo il medesimo responsabile anche del Servizio Finanziamenti, mentre, quanto al dr. (OMISSIS) (anch’egli responsabile per un breve periodo del Servizio Ispettorato), la qualifica di quadro direttivo a lui attribuita venne ritenuta adeguata dal Consiglio di Amministrazione dell’Istituto.

L’ottavo perche’ la Corte di merito ha respinto la richiesta di esibizione formulata dalla ricorrente perche’ irrilevante, oltre che inammissibile per tardivita’, ritenendo altresi’ implicitamente, avvalendosi dei suoi poteri discrezionali, che essa non fosse giustificata dall’evolversi della vicenda processuale.

12. Improcedibili sono, infine, il quarto e il settimo motivo, atteso che la ricorrente, in violazione dell’articolo 369 c.p.c., comma 1, n. 4, non ha prodotto, unitamente al ricorso, il contratto collettivo e l’accordo sindacale sui quali tali motivi sono fondati.

13. Conclusivamente il ricorso deve essere rigettato.

Le spese, liquidate come in dispositivo, seguono la soccombenza. P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio, che liquida in Euro 100,00 per esborsi ed Euro 3.000,00 per compensi professionali, oltre spese generali al 15% ed accessori di legge.

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