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Estetica del palazzo: a chi spetta agire?

6 novembre 2017


Estetica del palazzo: a chi spetta agire?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 6 novembre 2017



Condominio: amministratore legittimato ad agire a tutela dell’estetica e del decoro architettonico dell’edificio anche senza autorizzazione dell’assemblea.

Una persona ha montato delle tende da sole che cozzano con il colore di quelle presenti sulla stessa facciata dell’edificio condominiale; il proprietario dell’appartamento al primo piano ha chiuso il balcone e realizzato una piccola veranda; qualcun altro ha installato delle grate in acciaio che però stonano con l’intero fabbricato. Sono numerosi i casi in cui gli interventi dei condomini possono nuocere all’estetica del palazzo: a chi spetta agire, in tali situazioni, per tutelare quello che il codice chiama «decoro architettonico»? In altri termini, l’amministratore deve provvedere a intimare la rimozione delle opere in contrasto con l’armonia estetica dell’edificio, senza prima bisogno di convocare l’assemblea, oppure è necessaria sempre l’autorizzazione di quest’ultima? Qualche chiarimento sul punto è stato fornito da una recente sentenza del Tribunale di Milano [1].

Tra i tanti compiti che il codice civile attribuisce all’amministratore di condominio vi è quello di tutelare e conservare le parti comuni dell’edificio [2]. Egli deve preservare l’integrità del patrimonio comune e mantenere inalterato il suo stato di fatto e di diritto. Questo significa anche avviare cause per preservare le parti comuni dell’edificio. In particolare, l’amministratore di condominio, non deve essere autorizzato dall’assemblea per poter dare la procura all’avvocato che difende il condominio quando lo scopo del mandato è l’attuazione dei doveri stessi dell’amministratore (è così anche per la riscossione delle quote condominiali dai morosi). Se dovesse intervenire una delibera assembleare essa avrebbe il significato di mero assenso alla scelta già validamente compiuta dall’amministratore medesimo».

La tutela dell’estetica del palazzo è uno dei compiti tipici dell’amministratore per la quale non necessita di previe autorizzazioni

Tornando al problema da cui siamo partiti, l’amministratore di condominio può agire in giudizio senza la preventiva autorizzazione dell’assemblea quando il suo scopo è tutelare l’estetica della facciata dello stabile condominiale. Così ragionando, si può anche sostenere la responsabilità diretta dell’amministratore – con conseguente revoca per giusta causa – qualora, in presenza di un intervento che leda l’estetica, non agisca e “lasci correre”.

Anche secondo la Cassazione spetta all’amministratore agire a favore dell’estetica del palazzo e chiedere al giudice, senza previo parere dell’assemblea, la «demolizione della soprelevazione realizzata in violazione delle prescrizioni e delle cautele fissate dalle norme speciali antisismiche» [3]; «per ottenere la rimozione di alcuni vani costruiti sull’area solare dell’ultimo piano» [4]; «per conseguire la demolizione della costruzione effettuata, anche alterando l’estetica della facciata dell’edificio, sulla terrazza di copertura» [5]; «in via possessoria, contro la sottrazione, ad opera di taluno dei condomini, di una parte comune dell’edificio al compossesso di tutti i condomini» [6], infine anche per chiedere il risarcimento dei danni, «qualora l’istanza appaia connessa con la conservazione dei diritti sulle parti comuni [7]».

Quindi, nel caso in cui qualche condomino utilizzi delle tende da sole di colore o forma diversa rispetto a quella approvata dall’assemblea, installi delle persiane o delle grate, crei una veranda o un lavatoio sul terrazzo, realizzi delle finestre in palese abuso sulla facciata dello stabile condominiale, l’amministratore dovrà agire in causa contro il responsabile senza prima dover necessariamente chiedere il permesso all’assemblea.

note

[1] Trib. Milano sent. n. 8196/17 del 21.07.2017.

[2] Art. 1130 cod. civ.

[3] Cass. sent. n. 14626/2010-

[4] Cass. sent. n. 907/1969.

[5] Cass. sent. n. 13611/2000.

[6] Cass. sent. n. 7063/2002.

[7] Cass. sent. n. 10474/1998.

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