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Abbonamento a partite di calcio ma stadio squalificato: che fare?

6 Novembre 2017


Abbonamento a partite di calcio ma stadio squalificato: che fare?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 6 Novembre 2017



La sospensione del campo come sanzione per i cori razzisti e violenti può far scattare il diritto al risarcimento per l’abbonato. 

Quest’anno hai deciso di fare l’abbonamento allo stadio per vedere le partite della tua squadra del cuore. La spesa è pesata sul bilancio familiare, ma almeno potrai godere, tutte le domeniche, delle partite di calcio dal vivo senza doverle sentire alla radio o dai cori della gente fuori dal campo. Succede però che, prima di un match decisivo, alcuni tifosi facinorosi e gli ultrà della curva si lancino in cori violenti e a sfondo razzista. La sanzione della sospensione della partita e della chiusura dello stadio per tre turni è, secondo i giudici sportivi, la giusta punizione. Ma tu, che non c’entri niente, hai perso ben tre biglietti che avevi acquistato all’inizio del campionato con l’abbonamento. Hai diritto alla restituzione del prezzo per quelle partite? Con una recente sentenza [1], il Tribunale di Roma ha suggerito che fare in caso di abbonamento alle partite di calcio se lo stadio viene squalificato.

Quasi tutti gli abbonamenti allo stadio prevedono, tra le condizioni contrattuali, l’esonero di responsabilità per la società emittente nel caso di sospensione del campo di calcio determinata dal comportamento dei tifosi. In questo modo, il rischio dell’interdizione dello stadio intero o solo di alcuni settori (ad esempio la curva) viene fatto ricadere sul tifoso. Senonché, clausole di questo tipo si dicono «vessatorie»: esse cioè comprimono i diritti di chi è costretto ad accettarle perché posto davanti a un contratto già bell’e compilato, sul quale non ha avuto alcun potere di contrattazione. Proprio per questo, tutte le volte in cui una persona viene posta dinanzi alla secca alternativa tra accettare o meno il contratto standard, così com’è stato preimpostato, l’altro deve chiedergli due firme: una – quella normale – a fine del documento, l’altra – ancora più in basso – con cui dichiara di accettare, in modo esplicito, tutte le clausole vessatorie presenti. Qua viene però il bello. In questa postilla di chiusura vanno richiamate solo le clausole vessatorie e non quelle contenute nel contratto. Diversamente il richiamo rischierebbe di non suscitare la dovuta attenzione su quegli elementi dell’accordo che comprimono i diritti del consumatore. Un esempio servirà per comprendere meglio come stanno le cose.

È corretta la clausola in cui è scritto «Ai sensi  degli articoli 1342 e seguenti del codice civile si danno per accettate le seguenti clausole del presente contratto: art. 3, 5, 9, 14» (supponendo che a questi numeri corrispondano solo le clausole vessatorie).

Non è invece corretta la clausola in cui è scritto «Ai sensi  degli articoli 1342 e seguenti del codice civile si hanno per accettate le seguenti clausole del presente contratto: art. 1, 2, 3, 4, 5, 6, 7, 8, 9, 10, 11, 12, 13 e 14». In questo modo, infatti, non vengono richiamate solo le clausole vessatorie, ma anche quelle che non lo sono, generando confusione nel consumatore.

Questo significa che, se il contratto con la società che gestisce lo stadio prevede sì l’esonero di responsabilità per il caso in cui lo stadio venga chiuso, ma tale clausola vessatoria non viene approvata nel modo corretto, il tifoso ha diritto al rimborso di parte del biglietto. Il codice civile [3] stabilisce infatti che «Quando la prestazione di una parte è divenuta solo parzialmente impossibile, l’altra parte ha diritto a una corrispondente riduzione della prestazione da essa dovuta, e può anche recedere dal contratto qualora non abbia un interesse apprezzabile all’adempimento parziale». In buona sostanza se viene interdetto tutto il campo di calcio o solo il settore dell’abbonato quest’ultimo può chiedere il risarcimento per le partite perse; se però la sospensione è molto lunga il tifoso può recedere integralmente dal contratto.

note

[1] Trib. Roma, sent. n. 6004/17.

[2] Art. 1342 cod. civ.

[3] Art. 1464 cod. civ.


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