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Auto usata: quale garanzia?

7 novembre 2017


Auto usata: quale garanzia?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 7 novembre 2017



Per l’acquisto dell’auto di seconda mano la garanzia non copre i problemi derivanti dalla normale usura del mezzo.

Acquistare un’auto di seconda mano e pretendere la stessa garanzia rispetto al nuovo sarebbe impensabile. È chiaro che, una macchina usata, proprio per via dell’usura determinata dal precedente utilizzo, è esposta a maggiori rischi di cedimento o di rottura delle parti meccaniche. Questo si traduce di due importanti conseguenze: la prima è che la garanzia sull’usato è solo di un anno (e non di due, come nel caso di acquisto di auto di prima mano); la seconda è che questa garanzia non copre qualsiasi parte del mezzo, ma solo quei difetti non indicati nel contratto di vendita, nella pubblicità o quelli non dichiarati nelle trattative. È quindi più che normale attendersi un guasto imprevedibile, dovuto al normale utilizzo o alla usura: guasti che restano a carico dell’acquirente tanto più l’auto è vecchia e il prezzo è basso. Se, del resto, la garanzia fosse pari al nuovo, nessuno venderebbe più il proprio usato, col timore di dover risarcire l’acquirente. È questa la sintesi di una recente sentenza del tribunale di Bologna [1]. Ma procediamo con ordine e vediamo quale garanzia per l’auto usata prevede la legge. Con una precisazione: la garanzia di cui stiamo per parlare riguarda solo la vendita da autosalone o concessionari, non quella da privato a privato; in questo caso infatti il venditore “occasionale” non è tenuto a prestare alcuna garanzia.

Auto usata: quanto dura la garanzia?

Se per l’acquisto di un’auto nuova la garanzia è sempre almeno di due anni (salvo estensioni di polizza), per l’auto di seconda mano la garanzia al consumatore è di un solo anno. Ciò vale quando si acquista da un rivenditore professionale come un concessionario o un’autosalone. L’acquirente deve essere un privato, ossa non deve acquistare con partita Iva.

Il venditore non può limitare, con una clausola del contratto, il diritto del consumatore di vedersi riconosciuta la garanzia: pertanto è tenuto a restituirgli i soldi spesi o a riparare il mezzo difettoso nel caso in cui questo non funzioni o presenti dei vizi. La garanzia sull’auto di seconda mano è infatti obbligatoria per legge e opera in qualsiasi circostanza.

Auto usata comprata da privato: c’è garanzia?

Se acquisti un’auto da un privato c’è la garanzia? No. Se compri l’auto da un privato l’unica possibilità per avere una garanzia è pagare una polizza assicurativa sui guasti perché tutte le altre garanzie sono riservate agli acquisti da concessionario o autosalone. Pertanto da qui in avanti parleremo solo della garanzia offerta dal venditore professionale.

Quali danni copre la garanzia per l’auto usata?

Come facilmente immaginabile, la garanzia sull’auto usata, anche se in perfette condizioni e con tagliandi tutti eseguiti in modo regolare, non può coprire tutte le parti del mezzo, atteso che lo stesso presenta una maggiore usura rispetto all’auto nuova e, quindi, è più esposta al rischio di rotture. Secondo una interessante sentenza del Tribunale di Roma [2], per quanto riguarda la garanzia sull’auto usata bisogna distinguere i vizi veri e propri rispetto al logorio dovuto al normale utilizzo. Pertanto nessuna garanzia per vizi facilmente riconoscibili è dovuta dalla concessionaria all’acquirente quando si tratti di difetti congrui rispetto alla natura ed alle circostanze del contratto, ed allo stato di usura in cui si trova il bene al momento della vendita. A tal fine bisogna tenere conto dell’anno di immatricolazione e dei chilometri percorsi. I difetti derivati dall’usura non possono costituire «difetto di conformità del bene venduto», atteso che l’acquirente non può ignorare il vizio facilmente riconoscibile secondo l’ordinaria diligenza. È chiaro quindi che tanto più è vecchia l’auto, tanti più chilometri ha percorso, tanto più il prezzo di acquisto è basso, tanto meno copre la garanzia almeno su quelle parti soggette al normale logorio.

Secondo la Corte di Appello di Roma la garanzia sull’auto usata copre anche nel caso in cui il consumatore abbia firmato un contratto con la clausola «vista e piaciuta» che dovrebbe, almeno in teoria, esonerare il venditore da possibili contestazioni.

La Cassazione [3] dà peso all’usura «concreta che scaturisce dalle reali vicende» del bene. Dice giustamente la Corte che, in ordine all’applicabilità delle norme sulla garanzia per vizi nella vendita di cose usate, il riferimento al bene come non nuovo comporta che la promessa del venditore è determinata dallo stato del bene stesso conseguente al suo uso, e che le relative qualità si intendono ridotte in ragione dell’usura, che va considerata come quella concreta che scaturisce dalla reali vicende cui il bene stesso sia stato sottoposto nel periodo precedente la vendita.

Garanzia auto usata: cosa fare per farla valere?

L’acquirente è tenuto a inviare al venditore una raccomandata o una Pec in cui denuncia il difetto dell’auto usata entro massimo 60 giorni da quando se ne è accorto. Viene detta «denuncia», ma in realtà non ha nulla a che vedere con quella penale che si presenta ai carabinieri.

Poiché, come abbiamo detto, la garanzia opera per un anno, l’acquirente può inviare la denuncia nell’arco del suddetto termine, ma non l’ultimo giorno perché non conta la data di spedizione ma quella di ricevimento. In buona sostanza, l’officina deve ricevere la denuncia non oltre il 60mo giorno da quando l’acquirente si è accorto del vizio. Tuttavia, se il venditore ha dolosamente occultato il vizio (si pensi a una spia dell’olio disattivata con il preciso scopo di non mostrare le perdite della coppa) la denuncia può essere fatta in qualsiasi momento.

Chi deve dimostrare l’esistenza dei difetti?

I difetti di conformità, che si manifestano entro sei mesi dalla consegna del bene, si presumano già esistenti, in linea di principio, al momento della consegna. Quindi il consumatore ha solo l’obbligo di denunciare il vizio del bene entro 60 giorni dalla scoperta. Spetta poi al venditore dimostrare che il difetto è dovuto alla normale usura o all’utilizzo improprio dell’acquirente. Per i residui sei mesi, invece, la prova spetta sempre all’acquirente.

In particolare, per i primi sei mesi dalla data di acquisto dell’auto usata, l’acquirente deve far valere e fornire la prova che il bene venduto non è conforme al corrispondente contratto, in quanto, ad esempio, non presenta le qualità convenute in quest’ultimo o, ancora, è inidoneo all’uso che ci si attende abitualmente per questo genere di bene. Deve essere dimostrata la sola esistenza del difetto, senza necessità di provarne la causa né un’origine imputabile al venditore.

In secondo luogo, il consumatore deve provare che il difetto di conformità si è manifestato, ossia si è palesato concretamente, entro il termine di sei mesi dalla consegna del bene. In tal modo viene dispensato dall’obbligo di provare che il difetto di conformità esisteva alla data della consegna del bene, posto che il manifestarsi di tale difetto, nel breve periodo di sei mesi, consente di supporre, come precisa la sentenza qui massimata, che, per quanto si sia rivelato solo successivamente alla consegna del bene, esso era già presente, « allo stato embrionale », nel bene al momento della consegna. Viene così a gravare sul venditore l’obbligo di produrre, se del caso, la prova che il difetto di conformità non fosse presente al momento della consegna del bene e la dimostrazione che il medesimo difetto trovi origine o causa in un atto o in un’omissione successiva a tale consegna.

Garanzia auto usata: quali diritti?

L’acquirente ha diritto, a propria insindacabile scelta, di chiedere la

  • riparazione dell’auto usata;
  • oppure la sua sostituzione con un altro mezzo dello stesso tipo ma esente da vizi, senza addebito di spese.

Se però nessuna delle due ipotesi è praticabile (perché, ad esempio, la riparazione è troppo costosa oppure non sono presenti altri modelli dello stesso genere), l’acquirente può scegliere tra:

  • uno sconto sul prezzo da pagare (o, se già pagato, la restituzione di una parte dei soldi) per un valore corrispondente alla riduzione di qualità del bene;
  • oppure la cosiddetta risoluzione del contratto, ossia il diritto a restituire l’auto usata e a ottenere indietro i soldi consegnati al venditore.

Informazioni al consumatore all’atto della vendita

Il Consumatore ha diritto alle informazioni per un acquisto consapevole e a pratiche commerciali corrette da parte delvenditore.
L’omissione di informazioni essenziali per la decisione d’acquisto costituisce pratica commerciale scorretta.

Il Consumatore non è impegnato contrattualmente se non ha ricevuto informazioni precontrattuali esaurienti:

  • il venditore è tenuto a fornire informazioni chiare e trasparenti, senza inganni e omissioni, sulle caratteristiche e la qualità misurabile del veicolo;
  • la reale percorrenza del veicolo va documentata al momento della vendita, così come la sua origine;
  • la determinazione del prezzo offerto deve essere giustificato rispetto ai prezzi di mercato;
  • le necessità di manutenzioni o riparazioni, almeno durante il periodo di Garanzia Legale, deve essere chiaramente spiegata al consumatore.

Il venditore deve astenersi da ogni approccio inteso a limitare artificiosamente i diritti del Consumatore, come celare la propria natura di professionista, per far apparire la vendita come transazione tra privati.
Il venditore non può far firmare impegni e accettare caparre per veicoli senza averne la reale e certa disponibilità.

note

[1] Trib. Bologna, sent. n. 4150/2017.

[2] Trib. Roma, sent. n. 14411/2011.

[3] Cass. sent. n. 8285/2017.

Cassazione civile, sez. VI, 30/03/2017, (ud. 03/03/2017, dep.30/03/2017),  n. 8285 Fatto

FATTI DI CAUSA E RAGIONI DELLA DECISIONE

C.A. convenne innanzi al Giudice di pace di Roma Giampaolo e An.Mo.Gi. e, premesso che costoro le avevano venduto un’autovettura usata, lamentò che si era verificato un guasto riconducibile ad un vizio del veicolo – la mancata sostituzione della cinghia di distribuzione nei termini prescritti dalla casa costruttrice -, chiedendone la condanna al risarcimento dei danni.

I convenuti si costituirono imputando l’accaduto al normale deterioramento d’uso del veicolo.

Il Giudice di pace accolse la domanda.

A.M.G. e Gi. appellarono la sentenza ed il Tribunale di Roma accolse il gravame; il Tribunale osservò, in proposito, che l’acquirente non aveva dato prova convincente del vizio, in quanto la rottura della cinghia rientrava nei rischi connessi allo stato di vetustà del veicolo, immatricolato otto anni prima dell’acquisto e con oltre 150.000 km percorsi; rilevò inoltre che poco prima della consegna i venditori avevano fatto eseguire il tagliando di controllo sull’auto, dal che doveva desumersi che quest’ultima era stata venduta in condizioni di efficienza.

Avverso tale decisione ha proposto ricorso per cassazione C.A. sulla base di un unico motivo e gli intimati non hanno svolto difese.

Ritenuto che il ricorso potesse essere dichiarato manifestamente infondato, con la conseguente definibilità nelle forme di cui all’art. 380 bis c.p.c., in relazione all’art. 375 c.p.c., comma 1, n. 5), su proposta del relatore, il presidente ha fissato l’adunanza della camera di consiglio.

La ricorrente ha presentato memoria ai sensi dell’art. 380 bis c.p.c., comma 2.

Con l’unica censura la ricorrente denunzia violazione dell’art. 1490 c.c., e art. 115 c.p.c., assumendo che il Tribunale avrebbe ritenuto insussistente l’usura della cinghia, ancorchè fosse pacifico il contrario, ed affermato contraddittoriamente che l’autovettura era in condizioni di efficienza ed al contempo vetusta, facendo erroneamente rientrare fra i rischi legati all’acquisto la mancata manutenzione del mezzo. Nei termini proposti la censura appare manifestamente infondata, poichè si risolve nella richiesta di rivalutazione di elementi fattuali già presi in esame dal giudice di merito, non consentita in questa sede, deducendo, sub specie della violazione dell’art. 1490 c.c., non un’erronea ricognizione da parte del provvedimento impugnato della fattispecie astratta recata dall’invocata norma di legge, quanto un’erronea ricognizione della fattispecie concreta alla luce delle risultanze di causa, questione inerente alla tipica valutazione del giudice di merito, la cui censura è possibile, in sede di legittimità, soltanto nei limiti di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5. Nè, del resto, il ricorso si confronta con la ratio decidendi della sentenza impugnata, che fa buon governo del principio secondo cui spetta sempre al compratore l’onere della prova dei vizi, delle conseguenze dannose e del nesso causale fra gli uni e le altre (Cass. Sez. 2, Sentenza n. 18125 del 26/07/2013), e rileva in fatto come detta prova non sia stata compiutamente fornita.

Per di più, in ordine all’applicabilità delle norme sulla garanzia per vizi nella vendita di cose usate, il riferimento al bene come non nuovo comporta che la promessa del venditore è determinata dallo stato del bene stesso conseguente al suo uso, e che le relative qualità si intendono ridotte in ragione dell’usura, che va considerata come quella concreta che scaturisce dalla reali vicende cui il bene stesso sia stato sottoposto nel periodo precedente la vendita (Cass. Sez. 2, Sentenza n. 5251 del 15/03/2004; Cass. Sez. 2, Sentenza n. 23346 del 04/11/2009).

Il ricorso va quindi rigettato.

Non occorre provvedere in ordine alle spese del giudizio di cassazione, in quanto gli intimati non hanno svolto attività difensive.

Sussistono le condizioni per dare atto – ai sensi della L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, che ha aggiunto l’art. 13, comma 1 quater, del testo unico di cui al D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115 – dell’obbligo di versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per l’impugnazione di cui al ricorso R.G. 411/2015, integralmente rigettato.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dichiara la sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio della Sezione Sesta – 2 Civile della Corte Suprema di Cassazione, il 3 marzo 2017.

Depositato in Cancelleria il 30 marzo 2017


Cassazione civile, sez. III, 19/10/2017, (ud. 25/05/2017, dep.19/10/2017),  n. 24607 Fatto

FATTI DI CAUSA

1. Nel 2009 P.M. convenne dinanzi al Giudice di Pace di Aversa la società Peugeot Automobili Italia s.p.a. (d’ora innanzi, per brevità, “la Peugeot”), esponendo che:

(-) nel 2007 aveva acquistato da un concessionario Peugeot l’autoveicolo modello Peugeot (OMISSIS);

(-) contestualmente aveva stipulato con la società venditrice un patto aggiuntivo, in virtù del quale la società Peugeot si era obbligata a fornire all’acquirente un veicolo sostitutivo, in caso di guasto;

(-) l'(OMISSIS), mentre si trovava in vacanza “in provincia di (OMISSIS)”, il suddetto veicolo si guastò, e ne rimase priva durante il tempo programmato per trascorrere la vacanza;

(-) durante quel periodo, la Peugeot non adempì l’obbligo di metterle a disposizione una vettura sostitutiva.

Concluse pertanto chiedendo la condanna della società convenuta al risarcimento dei danni patrimoniali e non patrimoniali patiti in conseguenza dei fatti sopra descritti.

2. Con sentenza del 16 luglio 2010 n. 6212, il Giudice di pace di Aversa accolse la domanda, ma limitatamente al danno patrimoniale (che il Giudice di pace non descrisse nella sua essenza, limitandosi ad affermare che esso “nasceva dall’inadempimento”).

Il Giudice di pace rigettò, invece, la domanda di risarcimento del danno non patrimoniale patito in conseguenza della allegata impossibilità di godere il periodo di vacanza in Sicilia, a causa dell’indisponibilità della vettura. Osservò, sul punto, che il guasto alla vettura non avrebbe impedito all’attrice di procacciarsi “agilmente” un altro mezzo di locomozione, ed evitare così i disagi lamentati.

Tale sentenza venne appellata da P.M. in via principale, la quale si dolse della sottostima del danno; e dalla Peugeot Automobili Italia s.p.a. in via incidentale.

3. Con sentenza del 5 settembre 2014 n. 3483, il Tribunale di Santa Maria Capua Vetere, articolazione territoriale di Aversa, rigettò tanto l’appello principale, quanto quello incidentale.

Per quanto in questa sede ancora rileva, il Tribunale ritenne che:

(-) la pretesa attorea di risarcimento di ulteriori danni patrimoniali (ed in particolare di quello consistito nella spesa sostenuta per affittare una casa di vacanza che, distando vari chilometri dal mare, non potè essere goduta appieno, a causa della indisponibilità dell’autoveicolo), non poteva essere accolta perchè “nulla l’attrice aveva dedotto al riguardo nell’atto di citazione”;

(-) la pretesa attorea di risarcimento del danno non patrimoniale “da vacanza rovinata” non poteva essere accolta per la mancanza, nell’atto di citazione, dell’indicazione sia dei disagi subiti; sia delle conseguenze derivate dalla mancata disponibilità del veicolo per il periodo vacanziero, e sinanche della stessa “località specifica in cui la vacanza era stata programmata”.

4. La sentenza d’appello è stata impugnata per cassazione da P.M., con ricorso fondato su quattro motivi.

Ha resistito con controricorso la Peugeot.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Questioni preliminari.

1.1. Il 10 maggio 2017 la ricorrente ha depositato in cancelleria un atto intitolato “comparsa di costituzione in sostituzione di precedente difensore”, al margine del quale vi è procura alle liti conferita all’avv. Rodolfo Spanò. Tale procura è sottoscritta con firma autenticata dal medesimo avvocato.

Molto vi sarebbe da dire, circa la possibilità di qualificare come “procura speciale” quella apposta in margine al suddetto atto: in essa, infatti, non solo non vi è alcun riferimento all’impugnazione per cassazione della sentenza pronunciata dal Tribunale di Santa Maria Capua Vetere, ma sono contenute previsioni incompatibili col giudizio di legittimità: ad esempio, la previsione secondo cui “il presente mandato vale anche per il giudizio di appello”.

In ogni caso è superfluo interrogarsi sulla natura speciale o meno della suddetta procura, in quanto in ogni caso la possibilità per l’avvocato di autenticare la procura speciale alle liti, rilasciata su un atto diverso da quelli indicati dall’art. 83 c.p.c., si applica esclusivamente ai giudizi instaurati in primo grado dopo la data di entrata in vigore della L. 18 giugno 2009, n. 69, art. 45, (ovvero, il 4 luglio 2009), mentre per i procedimenti instaurati anteriormente a tale data, se la procura non viene rilasciata a margine od in calce al ricorso od al controricorso, si deve provvedere al suo conferimento mediante atto pubblico o scrittura privata autenticata, come previsto dall’art. 83 c.p.c., comma 2, (Sez. 3, Sentenza n. 18323 del 27/08/2014, Rv. 632092).

Nel caso di specie, il giudizio iniziò in primo grado con atto notificato il 30 gennaio 2009, e dunque prima dell’entrata in vigore della riforma sopra ricordata.

Ne consegue che la procura rilasciata da P.M. all’avv. Rodolfo Spanò va dichiarata nulla, in quanto la si sarebbe dovuta conferire con atto pubblico o scrittura privata autenticata.

2. Il primo motivo di ricorso.

2.1. Col primo motivo di ricorso la ricorrente sostiene che la sentenza impugnata sarebbe affetta da un vizio di violazione di legge, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3. E’ denunciata, in particolare, la violazione degli artt. 112 e 342 c.p.c..

Deduce, al riguardo, che il Tribunale avrebbe pronunciato ultra petita, perchè nel rigettare la domanda di risarcimento del danno da vacanza rovinata, e nel ridimensionare la domanda di risarcimento del danno patrimoniale, avrebbe “preso in esame l’atto di citazione e non l’atto di appello”, “facendo riferimento a questioni non a lui devolute”.

2.2. Prima di esaminare il motivo nel merito, v’è da rilevare come il suo contenuto non sia coerente con la sua intitolazione.

La ricorrente infatti, pur invocando formalmente il vizio di cui all’art. 360 c.c., n. 3, e quindi la violazione di legge, nella sostanza invoca un error in procedendo: e dunque prospetta il differente vizio di cui all’art. 360 c.p.c., n. 4.

Questo errore nell’inquadramento della censura, tuttavia, non è di ostacolo all’esame del motivo.

Infatti, nel caso in cui il ricorrente incorra nel c.d. “vizio di sussunzione” (e cioè erri nell’inquadrare l’errore commesso dal giudice di merito in una delle cinque categorie previste dall’art. 360 c.p.c.), il ricorso non può per questa sola ragione dirsi inammissibile, quando dal complesso della motivazione adottata dal ricorrente sia chiaramente individuabile l’errore di cui si duole, come stabilito dalle Sezioni Unite di questa Corte (Sez. U, Sentenza n. 17931 del 24/07/2013).

Nel caso di specie, l’illustrazione contenuta nelle pp. 8-12 del ricorso è sufficientemente chiara nel prospettare la violazione, da parte della Corte d’appello, dell’art. 112 c.p.c., e dunque l’errore di sussunzione commesso dalla ricorrente è irrilevante.

2.3. Nel merito il motivo è tuttavia infondato.

Il Tribunale nella sentenza impugnata riferisce che l’attrice chiese in primo grado una condanna al risarcimento del danno per Euro 5.000, domanda che venne accolta nella minor somma di Euro 700. Soggiunge che con l’atto d’appello P.M. chiese una più cospicua liquidazione, ma che tale pretesa non era stata dimostrata. La decisione impugnata, pertanto, si è pronunciata sulla domanda di danno, e non è incorsa in alcun vizio di infra – od ultrapetizione.

Va da sè che la formulazione, con l’atto d’appello, di domande e prospettazioni non compiute in primo grado, in quanto violativa del divieto di ius novorum, non poteva e non doveva essere presa in esame dal Tribunale.

3. Il secondo motivo di ricorso.

3.1. Col secondo motivo di ricorso la ricorrente lamenta:

(a) “violazione o falsa applicazione dell’art. 132 c.p.c., n. 4, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5”;

(b) violazione dell’art. 163 c.p.c., comma 3, n. 4, e art. 320 c.p.c..

Il motivo, se pur formalmente unitario, contiene in realtà tre diverse censure.

3.2. La prima censura è così riassumibile:

(-) il Tribunale ha ritenuto che le statuizioni sul danno patrimoniale non erano stato impugnate dalla Peugeot;

(-) il Tribunale tuttavia, dopo aver affermato ciò, ha rigettato l’appello di P.M., affermando che l’atto di citazione introduttivo del giudizio non conteneva alcuna allegazione in fatto circa le spese inutilmente sostenute, i danni sopportati e il nesso di causa tra essi e l’inadempimento della Peugeot;

(-) queste due deduzioni sarebbero tra loro in insanabile contrasto, poichè – questo deve ritenersi il fulcro della doglianza – se davvero nell’atto di citazione mancava l’allegazione dei fatti costitutivi della pretesa, il Giudice di pace non avrebbe potuto accoglierla, e il Tribunale non avrebbe potuto ritenere formatosi il giudicato sull’esistenza del danno patrimoniale, nella misura (700 Euro) liquidata dal Giudice di pace.

3.2.1. La censura è manifestamente infondata.

Non vi è alcuna contraddizione, nè logica, nè giuridica, nell’affermare – come ha fatto il Tribunale – che l’esistenza di danni per l’importo di Euro 700 sia stata accertata, mentre l’esistenza di ulteriori danni per Euro 5.000 non fosse stata nè allegata, nè provata.

3.3. La seconda censura contenuta nel secondo motivo di ricorso è così riassumibile: il Tribunale è incorso nel vizio di cui all’art. 360 c.p.c., n. 5, (omesso esame d’un fatto decisivo) perchè ha erroneamente ritenuto che l’attrice non avesse allegato, nell’atto di citazione, i fatti costitutivi della propria pretesa di essere risarcita del danno patrimoniale, ed in particolare in quello consistito nella rifusione dell’affitto inutilmente pagato (secondo la prospettazione attorea) per la casa di vacanza.

3.3.1. La censura è inammissibile.

L’omesso esame del fatto decisivo, come qualsiasi altro vizio della motivazione, è infatti concepibile solo con riferimento all’accertamento dei fatti posti a fondamento delle domande o delle eccezioni, e non con riferimento ad un error in procedendo, quale sarebbe quello in cui incorrerebbe il giudicante se fraintendesse il contenuto degli atti di parte (ex permultis, Sez. 1, Sentenza n. 22952 del 10/11/2015).

3.3.2. In ogni caso, correttamente il Tribunale ha ritenuto (rectius, constatato, trattandosi di questione indiscutibile) che nell’atto di citazione introduttivo del giudizio di primo grado non si faceva parola nè di località marine, nè di case prese in affitto, nè di distanze tra le prime e le seconde, nè di canoni di locazione inutilmente pagati. L’atto di citazione in primo grado, infatti, dedica all’esposizione dei fatti i fogli 1, 2 e 3 (le pagine dell’atto di citazione non sono numerate). Il foglio 1 e parte del foglio 2 sono dedicati ad esporre il contenuto del contratto stipulato tra l’attrice e la Peugeot; il foglio 3 è dedicato ad una dissertazione in diritto sul foro del consumatore.

L’atto non contiene alcun cenno al luogo prescelto per la vacanza: al foglio 1, punto 4, si legge infatti: “appena giunta in provincia di Trapani per trascorrere le ferie estive, in data 11 agosto 2008 l’autovettura di cui al contratto ebbe a subire un guasto (…), prontamente individuato dalla concessionaria di zona della Peugeot di (OMISSIS), città vicina al luogo dove l’istante stava trascorrendo le vacanze”.

Quanto all’esposizione dei danni di cui l’attrice chiedeva il ristoro, l’atto di citazione così si esprime (foglio 2, punti 7 ed 8): “il mancato adempimento della Peugeot ha causato all’istante danni di natura patrimoniale, di natura morale e da vacanza rovinata nella misura di Euro 5000;

il danno da vacanza rovinata, nel caso in esame, è riconoscibile per l’indubbio pregiudizio e disagio sopportato dall’istante in conseguenza alla forzata rinuncia dell’autoveicolo e quindi della possibilità di svago e divertimento a cui deve aggiungersi il malumore procuratole dal non aver potuto godere del ristoro e relax ricercati nella vacanza”.

E’ dunque evidente che in nessun punto dell’atto di citazione si fa cenno:

(a) al luogo dove venne trascorse la vacanza;

(b) alla sua distanza dal mare;

(c) al costo sostenuto per l’affitto del luogo di vacanza (ed anzi, prima ancora, se una casa di vacanza era stata affittata o meno).

Nè rileva che l’attrice avesse inserito, tra i documenti prodotto in giudizio, una quietanza di pagamento, in tesi rilasciatale dal locatore dell’immobile affittato per le vacanze.

L’onere di deduzione dei fatti posti a fondamento della pretesa, infatti, richiesto dall’art. 163 c.p.c., n. 4, va adempiuto in primo luogo descrivendo tali fatti: sicchè, quando tale deduzione sia mancata, nulla rileva che quei fatti possano per avventura risultare provati all’esito della lite, per la semplice ragione che, in mancanza di tempestiva deduzione, essi non sono mai entrati a far parte del thema decidendum.

Questi principi costituiscono ormai jus receptum nella giurisprudenza di questa Corte, la quale ha ripetutamente affermato sia che la domanda introduttiva di un giudizio di risarcimento del danno esige sempre che l’attore indichi espressamente i fatti materiali che assume essere stati lesivi del proprio diritto (ex multis, Sez. 3, Sentenza n. 17408 del 12/10/2012); sia che quando i fatti pregiudizievoli osti a fondamento della domanda di risarcimento non sono stati compiutamente allegati, “la successiva produzione documentale, che pure attesti l’esistenza di quei fatti, non è idonea a supplire al difetto originario di allegazione, giacchè ciò equivarrebbe ad ampliare indebitamente il thema decidendum” (Sez. 3, Sentenza n. 7115 del 21/03/2013).

3.4. Con una terza censura, infine, pur essa ricompresa nel secondo motivo di ricorso, la ricorrente lamenta che erroneamente il Tribunale avrebbe trascurato di considerare che ella fornì debita prova del danno patito (fogli 16-18 del ricorso; le pagine del ricorso non sono numerate). Ma a prescindere da qualsiasi rilievo circa la corretta deduzione di tale vizio, è decisivo il rilievo che il ritenuto difetto di tempestiva allegazione dei fatti costitutivi della pretesa rendeva superfluo indagare se essi furono provati o no.

4. Il terzo motivo di ricorso.

4.1. Col terzo motivo di ricorso la ricorrente sostiene che la sentenza impugnata sarebbe affetta da un vizio di violazione di legge, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3. E’ denunciata, in particolare, la violazione dell’art. 115 c.p.c..

La ricorrente lamenta che il Tribunale avrebbe erroneamente rigettato la propria domanda di risarcimento del maggior danno patrimoniale (rispetto a quello liquidato dal Giudice di pace), nonostante la società convenuta non avesse mosso alcuna contestazione nè sull’an, nè sul quantum.

4.2. Il motivo è manifestamente infondato: la Peugeot, infatti, nel costituirsi dinanzi al Giudice di pace, contestò tutte le pretese attoree e ne chiese il rigetto, come del resto riferì la stessa P.M. nel suo atto d’appello dinanzi al Tribunale di S. Maria Capua Vetere, al foglio 2 (anche le pagine dell’atto d’appello non sono numerate), ultimo capoverso, primo rigo.

In appello, poi, la Peugeot si difese sostenendo essere stata corretta la liquidazione del danno compiuta dal primo giudice: difesa nella quale è implicita la contestazione della domanda di risarcimento di ulteriori danni patrimoniali.

5. Il quarto motivo di ricorso.

5.1. Col quarto motivo di ricorso la ricorrente sostiene che la sentenza impugnata sarebbe affetta da un vizio di violazione di legge, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3. E’ denunciata, in particolare, la violazione dell’art. 2697 c.c.; artt. 132,163 e 320 c.p.c.; D.Lgs. 7 settembre 2005, n. 206, art. 92.

Deduce, al riguardo, il Tribunale avrebbe violatole norme sopra indicate, per avere:

(a) trascurato di considerare che “le allegazioni poste a fondamento della domanda giudiziale, unitamente all’articolazione della prova contenuta nell’atto introduttivo e nel verbale di causa dell’8.7.2009”, erano sufficienti a ritenere debitamente dedotta in giudizio la domanda di risarcimento del danno patrimoniale, consistito nell’avere inutilmente speso la somma di Euro 2.500 per affittare una casa;

(b) avere rigettato la domanda di risarcimento del danno non patrimoniale “da vacanza rovinata”, di cui al D.Lgs. 5 settembre 2005, n. 206, art. 92.

5.2. Per quanto concerne la censura sub (a), essa ripete quasi alla lettera quelle già svolte col terzo motivo di ricorso, e valgono a confutarla i rilievi già svolti poc’anzi, al p. 3.3.2..

5.3. Per quanto concerne la censura sub (b), essa è nello stesso tempo inammissibile è infondata.

E’ inammissibile, perchè una volta stabilito che il Tribunale non errò, nel ritenere mai validamente allegata in giudizio l’esistenza del danno (non patrimoniale) da vacanza rovinata, diventa superfluo stabilire se quel pregiudizio fu effettivamente patito dall’attrice.

Sarebbe, comunque, infondata nel merito, dal momento che il danno non patrimoniale nel nostro ordinamento è risarcibile nei soli casi previsti dalla legge (art. 2059 c.c.). La perduta possibilità di godere appieno d’un periodo di vacanza rientra tra tali casi, ma solo quando la domanda di risarcimento sia proposta nei confronti “dell’organizzatore o del venditore” del pacchetto turistico (D.Lgs. 7 settembre 2005, n. 206, art. 93, comma 1, nel testo applicabile ratione temporis; tale regola è oggi ribadita dal D.Lgs. 23 maggio 2011, n. 79, art. 47, c.d. “codice del turismo”).

6. Le spese.

6.1. Le spese del presente grado di giudizio vanno a poste a carico della ricorrente, ai sensi dell’art. 385 c.p.c., comma 1, e sono liquidate nel dispositivo.

6.2. Il rigetto del ricorso costituisce il presupposto, del quale si dà atto con la presente sentenza, per il pagamento a carico della parte ricorrente di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per l’impugnazione, ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, (nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17).

PQM

P.Q.M.

la Corte di cassazione:

(-) rigetta il ricorso;

(-) condanna P.M. alla rifusione in favore di Peugeot Automobili Italia s.p.a. delle spese del presente giudizio di legittimità, che si liquidano nella somma di Euro 1.400, di cui 200 per spese vive, oltre I.V.A., cassa forense e spese forfettarie D.M. 10 marzo 2014, n. 55, ex art. 2, comma 2;

(-) dà atto che sussistono i presupposti previsti dal D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, per il versamento da parte di P.M. di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per l’impugnazione.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio della Sezione Terza Civile della Corte di Cassazione, il 25 maggio 2017.

Depositato in Cancelleria il 19 ottobre 2017


Tribunale Roma, sez. III, 05/07/2011,  n. 14411

MOTIVI DELLA DECISIONE

L’attore ha dedotto di avere acquistato in data 18.5.05 una O.A. usata con un chilometraggio di 43.800 km al prezzo di euro 5.390,00. In data 31.3.06 in occasione di un viaggio ad A. il veicolo rimaneva in panne e veniva ricoverato nella autocarrozzeria V., che riscontrava la rottura della pompa dell’olio. L’attore ha dunque proposto la domanda di cui sopra.

Statuiscono gli artt. 1490 -1492 c.c.. che il venditore è tenuto a garantire che la cosa venduta sia immune da vizi che la rendano inidonea all’uso cui è destinata o ne diminuiscano in modo apprezzabile il valore, in tal caso il compratore può domandare a sua scelta la risoluzione ovvero la riduzione del prezzo. Azione di risoluzione che differisce da quella di risoluzione per inadempimento, perché non occorre qui la colpa del venditore (cfr. Cass: 2000/639 sulla irrilevanza della colpa ai fini della redibitoria). E comunque sempre dovuto il risarcimento del danno.

In tema di garanzia per i vizi della cosa venduta, nel caso di vendita di autovettura usata, ai sensi dell’art. 1490 c.c., bisogna distinguere i vizi della cosa veri e propri rispetto al logorio della cosa dovuto al normale utilizzo. Pertanto nessuna garanzia per vizi facilmente riconoscibili è dovuta dalla società venditrice all’acquirente quando si tratti di difetti congrui rispetto alla natura ed alle circostanze del contratto ed allo stato di usura in cui si trova il bene al momento della vendita, tenuto conto dell’anno di immatricolazione e dei chilometri percorsi. Essi non possono costituire difetto di conformità del bene venduto, atteso che l’acquirente non può ignorare il vizio facilmente riconoscibile secondo l’ordinaria diligenza.

È innanzitutto infondata la eccezione di decadenza e prescrizione sollevata dalla convenuta essendo risultato provato per testi che l’attore denunciò i vizi immediatamente dopo la scoperta, ossia subito dopo il ricovero della vettura per l’avaria del 31.3.06, telefonicamente alla G. e gli fu indicato di rivolgersi alla società, oggi terza chiamata, che aveva prestato specifica garanzia (teste P. dipendente della società convenuta).

I vizi lamentati dall’attore emergono dal preventivo e dalle fatture concernenti le riparazioni effettuate dalla Officina V. (doc. 3 e 4).

Non v’è dubbio che il vizio riscontrato (mancato funzionamento della pompa dell’olio che ha causato la fusione del motore); sicuramente non riconoscibile all’atto della vendita, poiché relativo a parti meccaniche, non sia tout court imputabile al normale logorio della vettura o a difetto di manutenzione della stessa, anche perché il veicolo si assumeva avere percorso, all’atto della vendita, solo 43.000,00 chilometri.

La domanda di risarcimento del danno va dunque accolta nei limiti della somma di euro 2.951,47 relativo al costo dell’intervento sul motore ed alla mano d’opera (come emerge dalla fattura – doc 3) riguardando gli altri interventi aspetti connessi alla normale manutenzione del veicolo.

Vanno esclusi gli ulteriori danni non strettamente pertinenti all’occorso per difetto di adeguata prova del nesso causale ed altresì il preteso danno alla vita di relazione neppure adeguatamente allegato. Peraltro i danni risarcibili a norma dell’art. 1218-1223 c.c. in ipotesi di inadempimento contrattuale possono avere carattere patrimoniale o non patrimoniale, sussistendo tuttavia per questi ultimi un limite alla risarcibilità. Il danno non patrimoniale è, infatti, risarcibile solo nei casi previsti dalla legge, i quali si dividono in due gruppi: le ipotesi in cui la risarcibilità è espressamente prevista dalla legge (fatto illecito integrante reato) e quelli in cui la risarcibilità pur non prevista da norma di legge deriva da una interpretazione costituzionalmente orientata dell’art. 2059 c.c., per avere il fatto illecito vulnerato in modo grave un diritto della persona direttamente tutelato dalla legge (in questi esatti termini Cass: SSUU 2009/3677).

La domanda di manleva fondata sulla garanzia convenzionale non può essere accolta risultando la garanzia convenzionale esclusa quanto meno dalla mancata documentazione della regolare effettuazione della manutenzione con le formalità ivi indicate (clausola 6b del certificato di garanzia).

Ciò posto la convenuta G. s.r.l. deve essere condannata al pagamento in favore dell’attore della somma di euro 2.951,47 a titolo di risarcimento del danno.

Trattandosi di debito di valore, sulla somma dianzi indicata va calcolata la rivalutazione dalla data di verificazione del danno ad oggi (occorrerà fare riferimento alla data della fattura), e con ulteriore aggiunta dalla medesima decorrenza ad oggi, quale lucro cessante, degli interessi compensativi per la ritardata reintegrazione patrimoniale al tasso del 2% (determinato in via equitativa anche in considerazione delle oscillazioni del tasso legale) computati sulla somma originaria via via rivalutata in base ad un indice medio di rivalutazione (Cass. n. 1712/1995; n. 7192/1997; n.2796/2000).

Le spese, comprese quelle della terza chiamata, vanno poste a carico della convenuta soccombente.

P.Q.M.

Il Tribunale di Roma in composizione monocratica, definitivamente pronunciando sulla domanda proposta da D.R.S. nei confronti di G. s.r.l. con atto di citazione notificato il 5/1/07:

1) in accoglimento della domanda risarcitoria proposta dall’attore condanna G. s.r.l. a pagare a D.R.S. la somma di euro 2.951,47 oltre rivalutazione ed interessi come in parte motiva,

2) rigetta la domanda proposta nei confronti della terza chiamata;

– condanna G. s.r.l. a rifondere all’attore ed alla terza chiamata le spese di lite che liquida in euro 700,00 per diritti ed euro 1200,00 per onorari oltre spese generali in misura del 12,50%, iva e cap come per legge, in favore di ciascuna parte, liquida le spese in euro 200,00 per l’attrice ed euro 30,00 per la terza chiamata.

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