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Lo sai che? Scadenza affitto: l’inquilino è obbligato a ritinteggiare?

Lo sai che? Pubblicato il 7 novembre 2017

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> Lo sai che? Pubblicato il 7 novembre 2017

Può il padrone di casa esigere, alla scadenza del contratto di affitto, esigere che gli si riconsegni l’appartamento tinteggiato di nuovo?

Sei stato in affitto per alcuni anni; ora però che devi lasciare l’appartamento, ogni stanza porta i  segni della tua permanenza. I particolare, i muri sono sporchi e presentano i consueti fori per i quadri appesi; c’è poi il buco per l’appoggio del televisore piatto alla parete del salotto. Il padrone di casa ti ha fatto sapere che intende riverniciato l’appartamento e si richiama a una clausola da te firmata nel contratto di affitto in cui si dice che devi lasciare l’immobile nello stato di fatto in cui lo hai trovato all’inizio della locazione. Dal canto tuo gli fai sapere che, a parte qualche buco sul quale potrai apporre un po’ di stucco, le macchie sulle pareti sono dovute soprattutto al tempo e all’umidità, nonché allo smog entrato dalle finestre; costituendo pertanto un normale deterioramento dovuto all’usura, a provvedere alla spesa deve essere il locatore. Chi dei due ha ragione? Alla scadenza dell’affitto, l’inquilino è obbligato a ritinteggiare l’appartamento? La questione è stata affrontata più volte dalla Cassazione. Vediamo cosa dicono le sentenze dei giudici supremi.

Sono pochi i giudici che prendono alla lettera la clausola contrattuale secondo cui l’inquilino deve «riconsegnare l’appartamento nello stesso stato in cui l’ha avuto», facendovi rientrare anche l’obbligo della tinteggiatura dei muri.

La giurisprudenza maggioritaria invece è di parere opposto. Ad esempio una prima sentenza della Pretura di Padova ha detto che [1], con riferimento agli obblighi gravanti sul conduttore al momento della riconsegna dell’immobile al termine del rapporto locativo, rientrano nel normale degrado d’uso i fori da tasselli nel rivestimento della cucina derivanti dalla necessità di appendere pensili e i fori per il sostegno delle tende. Inoltre, la tinteggiatura non può essere posta a carico del conduttore, atteso che rientra nel normale degrado d’uso il fatto che dopo un certo periodo di tempo i mobili e i quadri lascino impronte sulle pareti.

L’inquilino deve sicuramente tinteggiare l’appartamento se ha fatto cambiamenti di rilievo (per esempio, ha colorato le pareti a tinte forti o con dei murales).

Anche la Cassazione [2] è di questo stesso avviso. Secondo la Corte, la clausola contenuta nel contratto di affitto che obbliga l’inquilino ad eliminare, al termine del rapporto, le conseguenze del deterioramento subito dall’appartamento per il suo normale uso (ponendo quindi a suo carico la spesa per la tinteggiatura delle pareti) è nulla. Essa infatti, addossando al conduttore una spesa di ordinaria manutenzione che invece la legge pone, di regola, a carico del locatore, attribuisce a quest’ultimo un vantaggio in aggiunta al canone, unico corrispettivo lecitamente pattuibile a carico del conduttore.

Sempre la Suprema Corte ha detto [4] che l’impegno a ritinteggiare l’appartamento assunto volontariamente dall’affittuario è nullo perché tende ad assicurare al locatore il vantaggio, non consentitogli dalla legge, di non sopportare l’onere economico delle spese del deterioramento della cosa determinato da un uso normale della stessa, che è compensato in parte anche con il canone di locazione.

note

[1] Pretura Padova, sent. del 24.06.1997.

[2] Cass. sent. n. 11703/2002. Così anche Cass. sent. n. 11703/2002.

[3] Art. 1576 cod.civ.

[4] Cass. sent. n. 8819/1996.

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Cassazione civile, sez. III, 05/08/2002,  n. 11703 

Fatto

Svolgimento del processo

Pellegrini Liliana, premesso che Dal Corso Maria, conduttrice di un suo appartamento, non aveva pagato le spese condominiali del 1991, per un importo di lire 723.904, e, non avendo ben conservato l’immobile, alla fine della locazione aveva reso necessaria una nuova tinteggiatura delle pareti, con una spesa di lire 1.200.000, la conveniva in giudizio, innanzi al pretore di Udine, per sentirla condannare al pagamento di dette somme.

La convenuta replicava che la spesa della tinteggiatura era a carico della locatrice e che le spese condominiali erano state pagate.

Il pretore, con sentenza del 19 aprile 1996, condannava la Dal Corso al pagamento di lire 1.855.145, oltre agli interessi.

Con sentenza del 25 giugno 1999, il Tribunale di Udine ha rigettato l’appello della soccombente.

Per la cassazione di detta sentenza ricorre la Dal Corso con tre mezzi di annullamento, illustrati da una memoria.

L’intimata non ha svolto difese.

Diritto

Motivi della decisione

Col primo mezzo la ricorrente, denunciando la violazione dell’art.

79 della legge 27 luglio 1978 n. 392 e degli artt. 1576 e 1590 C.c., sostiene che, contrariamente a quanto ritenuto dal Tribunale, ricade nella sanzione di nullità ogni pattuizione la quale addossi al conduttore una spesa di ordinaria manutenzione che per legge sarebbe a carico del locatore, come. per l’appunto, quella sostenuta per la tinteggiatura dei locali; e pertanto è nulla, nella fattispecie, la clausola dell’art. 6 del contratto locativo “de quo.

La censura è fondata, dovendo rilevarsi l’erroneità della sentenza impugnata, laddove, a proposito dell’art. 6 del contratto, secondo cui la spesa della tinteggiatura dell’appartamento, alla fine della locazione, è a carico della conduttrice, si limita a notare che gli oneri economici della manutenzione ordinaria (come, per l’appunto, la tinteggiatura delle pareti) sono ripartiti in base agli accordi tra le parti, anche in deroga alle norme del codice civile;

senza che a ciò osti il disposto di cui all’art. 79 della legge 27 luglio 1978 n. 392, la quale nulla prevede circa gli interventi di manutenzione.

La decisione contrasta infatti con la giurisprudenza di questa Corte Suprema, secondo cui, nelle locazioni per uso abitativo, soggette, per la misura del canone, alle norme della legge 27 luglio 1978 n. 392, la clausola che obbliga il conduttore ad eliminare, al termine della locazione, le conseguenze del deterioramento subito dalla cosa locata per il suo normale uso, deve considerarsi nulla, ai sensi dell’art. 79 della legge citata, perché, addossando al conduttore una spesa di ordinaria manutenzione, che la legge pone, di regola, a carico del locatore (art. 1576 C.c.), attribuisce a quest’ultimo un vantaggio, in aggiunta al canone, l’unico corrispettivo lecitamente pattuibile a carico del conduttore (Cass.

17 ottobre 1992 n. 11401; nello stesso senso, “è contrario”, Cass.

15 marzo 1989 n. 1303; conf. Cass. 9 ottobre 1996 n. 8819).

Col secondo mezzo la ricorrente, allegando omessa o insufficiente motivazione, deduce che, ritenendo ancora esistente il credito per il rimborso delle spese condominiali del 1991, il Tribunale ha trascurato l’esame del bonifico dell’8 gennaio 1991, per una somma maggiore di quella chiesta, nè ha spiegato perché la somma in esso indicata non si riferirebbe all’anno 1991. Non ha tenuto conto nemmeno della dichiarazione, avente valore confessorio, contenuta nella comparsa di costituzione in appello della Pellegrini, secondo cui le spese condominiali richieste riguardavano il periodo dal 1 novembre 1990 al 30 maggio 1991, onde l’importo del solo 1991 doveva essere minore.

Avendo comunque essa Dal Corso dimostrato, attraverso i bonifici bancari depositati in atti, di aver pagato, per spese condominiali, lire 4.902.193, pur senza precisare l’anno di imputazione, e avendo allegato che il versamento dell’8 gennaio 1991 doveva intendersi satisfattivo del credito “ex adverso” azionato, spettava all’attrice provare che le somme andavano imputate ad altri e diversi crediti. E pertanto, “in parte qua”, la sentenza viola gli artt. 1193 e 2697 C.c.

Va accolto anche questo secondo motivo.

Rileva sul punto delle spese condominiali la sentenza “come l’appellante non abbia assolutamente dimostrato che le somme portate dai bonifici bancari dismessi nel proprio fascicolo si riferissero alle spese maturate per l’esercizio 1991”, onde “la sussistenza del credito che a tal titolo è stato azionato dalla locatrice”.

L’argomento è giuridicamente errato, perché non risponde ai principi in tema di imputazione dei pagamenti e di distribuzione dell’onere della prova tra creditore e debitore.

Quando invero una parte agisce per l’adempimento di un proprio credito e il convenuto dimostra di aver pagato delle somme, ancorché senza imputazione a quel credito, ma allegando di averlo così adempiuto parzialmente o per l’intero, spetta all’attore, il quale intenda sostenere che quel pagamento, in applicazione delle regole stabilite dall’art. 1193 20 comma C.c., doveva essere imputato ad altro credito già scaduto, dare la prova dell’esistenza di, quest’ultimo (Cass. 28 novembre 1995 n. 12305); oppure, con altre parole, quando il debitore abbia dimostrato di aver corrisposto somme idonee a estinguere il debito per il quale sia stato convenuto in giudizio, spetta al creditore attore, che pretende di imputare il pagamento ad estinzione di un altro credito, provare le condizioni necessarie per la dedotta, diversa imputazione, ai sensi dell’art.

1193 C.c. (Cass. 5 maggio 1998 n. 4519).

Col terzo mezzo infine, denunciando la violazione dell’art. 91 C.p.c., la Dal Corso censura la sentenza per aver ritenuto legittima la liquidazione delle spese giudiziali fatta dal pretore globalmente, senza distinguere le spese, i diritti e gli onorari, così impedendo alla convenuta di controllare la conformità alla tariffa delle competenze liquidate.

L’accoglimento dei precedenti motivi comporta, logicamente, l’assorbimento di quest’ultima censura.

Consegue da quanto esposto la cassazione della sentenza impugnata, col rinvio ad un altro giudice di pari grado, individuato, dopo l’entrata in vigore del decreto legislativo 19 febbraio 1998 n. 51, nella Corte d’appello di Trieste, che provvederà anche sulle spese del giudizio di legittimità.

PQM

p.q.m.

La Corte accoglie i primi due motivi del ricorso, assorbito il terzo motivo; cassa e rinvia, anche per le spese del presente giudizio, alla Corte d’Appello di Trieste.

Così deciso a Roma, addì 27 febbraio 2002.


Cassazione civile, sez. III, 09/10/1996,  n. 8819 

Svolgimento del processo

1. Con atto di citazione del 19 aprile 1984 Maria Santolillo ha convenuto in giudizio davanti al tribunale di Mantova Pier Giuseppe Marcolini chiedendone la condanna al pagamento della somma di lire 1.564.060.

L’attrice ha dichiarato che aveva concesso in locazione al Marcolini un proprio appartamento in Mantova e che, dopo il rilascio, contrariamente ai patti aveva dovuto affrontare le spese per riportare le condizioni dell’appartamento nello stesso stato in cui si trovava al momento dell’istaurazione del rapporto.

Costituitosi in giudizio, il convenuto ha resistito alla domanda ed ha spiegato domanda riconvenzionale per la restituzione della metà della cauzione ammontante a lire 180.000.

2. Il tribunale accertato un debito del Marcolini di lire 1.649.700 per il titolo fatto valere dall’attrice principale ed il debito di questa in lire 118.000 per il titolo di cui alla domanda riconvenzionale, ha disposto la compensazione dei rispettivi debiti ed ha condannato il Marcolini al pagamento in favore della Santolillo della somma di lire 1.531.000 con gli interessi legali e rivalutazione.

La decisione, impugnata da Pier Giuseppe Marcolini, è stata confermata dalla Corte di appello di Brescia con sentenza del 3 luglio 1993.

La Corte di appello ha ritenuto, tra l’altro:

a) che il Marcolini si era impegnato contrattualmente al ripristino dello stato dell’appartamento come nuovo;

b) che in questo impegno rientrava l’attintatura delle pareti interne dell’appartamento;

c) che il conduttore era tenuto al pagamento dei canoni del mese di dicembre 1982.

3. Per la cassazione di questa sentenza Pier Giuseppe Marcolini ha proposto ricorso, illustrato con memoria.

Resiste con controricorso Maria Santolillo.

Diritto

Motivi della decisione

1.1. Il ricorso svolge due motivi.

Con il primo motivo è denunciata violazione e falsa applicazione delle norme del codice civile sull’interpretazione dei contratti, dell’art. 79 della legge 27 luglio 1978 n. 392 e dell’art. 1590 cod. civ. in relazione all’art. 360 nn. 3 e 5 cod. proc. civ.

Il ricorrente si riferisce al capo della sentenza impugnata con il quale è stata confermata la condanna del Marcolini al pagamento delle spese di attintatura delle pareti interne dell’appartamento.

Egli sostiene: che l’interpretazione della clausola, dalla quale è stato ricavato il suo impegno a riportare le condizioni dell’appartamento nelle stesse condizioni nelle quali lo aveva ricevuto, è irragionevole; che la clausola doveva essere considerata nulla ai sensi dell’art. 79 della legge n. 392 del 1978.

Il motivo involge i problemi della corretta interpretazione di una clausola contrattuale e della sua validità in relazione alla disposizione dell’art. 79 citato.

Esso è fondato nei limiti di quanto si dirà.

1.2. L’art. 79 della legge cd. dell’equo canone esclude che il locatore possa trarre dal contratto vantaggi economici in contrasto con le disposizioni della legge stessa.

La maggior parte di questi vantaggi si riferisce alla durata della locazione o alla determinazione del canone.

La durata della locazione è quella fissata dalla legge e non può essere determinata attraverso clausole che ne alterino la consistenza in danno del conduttore.

La determinazione del canone della locazione, nei contratti adibiti ad uso abitativo, è anch’essa fissata dalla legge con riferimento ad elementi certi, tra i quali: il pagamento delle spese di registrazione del contratto che grava in eguale misura sul locatore e sul conduttore (art. 8), il pagamento degli oneri accessori che sono ritenuti corrispettivo delle prestazioni accessorie alla locazione (art. 9), il pagamento del deposito cauzionale, il cui ammontare è pure predeterminato (art. 11), la determinazione stessa del canone, che dipende dai criteri indicati dagli artt. da 13 a 23 della legge, l’aggiornamento (art. 24) o all’adeguamento del canone, i quali possono essere richiesti solo in casi tassativi (art. 25).

Gli altri vantaggi non derogabili dall’autonomia contrattuale indicati dall’art. 79 sono quelli che comunque incidono sul sinallagma contrattuale alterandone l’equilibrio in favore del locatore.

Nella giurisprudenza di questa Corte essi sono stati identificati in somme o prestazioni che il conduttore è altrimenti impegnato ad effettuare in favore del locatore, quali, le somme non denunziate nel contratto e versate a titolo di buona entrata (sent. 1 aprile 1993, n. 3896) o di buona uscita, nella corresponsione degli aumenti del canone non secondo i limiti indicati dall’art. 32 della legge (sent. 22 novembre 1994, n. 9878), nella rinuncia preventiva e senza corrispettivo del conduttore all’indennità per l’avviamento commerciale (sent. 19 marzo 1991, n. 2945), alla determinazione separata del canone dell’immobile e di quello dell’autorimessa locati allo stesso soggetto (sent. 16 marzo 1990, n. 2203).

Con riferimento agli obblighi del conduttore l’art. 1587 n. 1) cod. civ. obbliga, in primo luogo, il conduttore ad osservare la diligenza del buon padre di famiglia nell’uso e nel godimento della cosa.

Connessa a questa obbligazione del conduttore è l’altra di provvedere alle riparazioni di piccola manutenzione e queste sono quelle collegate al normale godimento della cosa e caratterizzate, in genere, dalla tenuità della spesa: articoli 1576 e 1609 dello stesso codice.

Il conduttore, inoltre, deve restituire la cosa locatore nello stesso stato in cui l’ha ricevuta fatto salvo il deterioramento risultante dall’uso della cosa in conformità del contratto: art. 1590, primo comma, cod. civ.

Le obbligazioni indicate sono strumentali all’interesse del locatore di conservare la cosa immune da danni materiali che ne alterino il valore e sono indirettamente contemplate dall’art. 23 della legge n. 392 del 1978, che configura il diritto del locatore di chiedere un aumento del canone, anch’esso predeterminato nell’ammontare e nelle modalità di corresponsione, quando si tratta di opere, importanti ed improrogabili, necessarie per la conservazione dell’immobile.

Fuori di queste ipotesi, le spese derivanti dall’uso normale della cosa possono essere affrontate dal conduttore che ne trovi la convenienza, ma debbono essere sopportate del locatore al momento della cessazione del rapporto.

Il che vale a dire che l’onere che il conduttore di immobile adibito ad uso abitativo si accolli si configura in una modificazione del canone del contratto fuori delle ipotesi previste dalla legge.

Infatti, l’obbligo di ripristinare lo stesso stato abitativo esistente al momento della locazione, altera il sinallagma contrattuale, perché fa conseguire al locatore il vantaggio ulteriore di non farsi carico del normale deterioramento che l’uso della cosa comporta e che è compensato anche con la corresponsione del canone: in questo senso già Cass. 17 ottobre 1992, n. 11401; 8 febbraio 1990, n. 880 ed altre precedenti.

Nella fattispecie ricostruita dalla Corte di appello di Brescia la clausola contrattuale n. 5, con la quale il Marcolini si impegnava a riconsegnare l’appartamento nello stesso stato in cui lo aveva ricevuta eseguendo quelle opere di manutenzione che con sentissero alla Santolillo di riavere l’immobile nelle condizioni di un appartamento nuovo e mai abitato, contrasta con la disposizione dell’art. 79 più volte richiamato, in quanto consente alla locatrice di conseguire vantaggi economici estranei alle previsioni degli artt. 1576 e 1609 cod. civ. con aggravio economico del conduttore non previsto dalle disposizioni della legge sull’equo canone a proposito della determinazione del canone della locazione ed alle maggiorazioni di questo.

Essa quindi doveva essere dichiarata nulla, come eccepito dal Marcolini, e dalla stessa non poteva essere ricavato l’obbligo posto a carico dello stesso Marcolini.

In relazione queste premesse, quindi, la censura è fondata con le conseguenze di cui si dirà.

1.3. Con riferimento all’altra parte della censura il Collegio ritiene che da un punto di vista strutturale le operazioni collegate all’interpretazione della clausola contenuta nel contratto di locazione tra le parti in causa si debbono scomporre in diverse fasi: la prima, consistente nella ricerca della comune volontà dei contraenti; la seconda, nella descrizione del modello della fattispecie giuridica; l’ultima nel giudizio sulla rilevanza giuridica qualificante degli elementi di fatto concretamente accertati (sent. n. 6744 del 1988 e n. 2006 del 1987 tra le ultime).

Soltanto le ultime due fasi, risolvendosi nell’applicazione di norme di diritto, possono essere liberamente censurate in sede di legittimità. La prima, invece, configura un tipo di accertamento di fatto che è riservato al giudice di merito ed è sindacabile in cassazione soltanto per difetto di motivazione.

La Corte di appello di Brescia ha ricavato l’esistenza dell’obbligo del conduttore dalla clausola contrattuale secondo la quale il conduttore si impegnava: a restituire l’appartamento nello stesso stato di buona manutenzione in cui lo aveva ricevuto; ad eseguire opere di piccola manutenzione dettagliatamente indicate.

Questa clausola è stata interpretata nel senso che il conduttore avrebbe dovuto eseguire le opere necessarie a riportare l’appartamento nello stesso stato di un immobile mai prima locato, poiché in esso non erano stati compiuti interventi di alcun genere.

Questa interpretazione si colloca nell’ambito del difetto di motivazione classico e la ricostruzione della comune intenzione delle parti non è, quindi, censurabile in questa sede, in quanto non è possibile sovrapporre al giudizio della Corte di Brescia altra valutazione della comune intenzione delle parti che sarebbe corretta soltanto perché conforme agli interessi del ricorrente.

Pertanto la censura deve essere respinta.

2.1. Con il secondo motivo è denunciata violazione e falsa applicazione delle norme del codice civile e del codice di procedura civile sull’interpretazione degli atti e degli artt. 1590 e 1591 cod. civ. in relazione all’art. 360 nn. 3 e 5 cod. proc. civ.

Il ricorrente si riferisce al capo della sentenza impugnata con il quale è stata confermata la sua condanna al pagamento dei canoni di locazione dei mesi di novembre e dicembre 1982.

Egli sostiene che l’indicazione contenuta nella comparsa di risposta del giudizio di primo grado, secondo la quale la locazione era cessata il 16 dicembre 1982, era frutto di errore (del difensore) e che la Corte di appello non ha rilevato l’errore considerando che l’ammissione era in contrasto con la sua domanda di restituzione della cauzione relativa ad una mensilità.

Il motivo non è fondato.

2.2. Il ricorrente, malgrado il formale riferimento all’art. 360 n. 5 cod. proc. civ., intende in realtà ottenere inammissibilmente in sede di legittimità una nuova valutazione, in senso a lui favorevole, delle risultanze processuali che invece il giudice del merito ha sottoposto ad un esame critico, dando ragione della decisione cui è pervenuto con una motivazione congrua ed immune da vizi logici ed errori giuridici, come tale non suscettibile di sindacato da parte della Corte di cassazione.

3. Conclusivamente, deve essere accolto il primo motivo del ricorso nei limiti di cui alla motivazione e deve essere rigettato il secondo motivo.

La sentenza impugnata, quindi, deve essere cassata in relazione al motivo accolto con rinvio ad altra sezione della Corte di appello di Brescia, la quale si atterrà al seguente principio di diritto: “la clausola con la quale il conduttore si impegna a ripristinare lo stato locativo dell’immobile nello stesso stato in cui lo ha ricevuto tende ad assicurare al locatore il vantaggio, non consentito dall’art. 79 della legge 28 (NDR: così nel testo) luglio 1978 n. 392, di escludere l’onere economico di dovere sopportare le spese del deterioramento della cosa derivante da una normale uso della cosa stessa e che è compensato in parte anche con il canone della locazione”.

La determinazione delle spese di questo giudizio può essere rimessa al giudice del rinvio.

PQM

La Corte accoglie il primo motivo del ricorso e rigetta il secondo. Cassa la sentenza impugnata in relazione al motivo accolto con rinvio anche per le spese ad altra sezione della Corte di appello di Brescia.

Così deciso in Roma, il 23 febbraio 1996, nella camera di consiglio della terza sezione civile della Corte Suprema di Cassazione.


Cassazione civile, sez. II, 15/12/1999,  n. 14071 

Fatto

Svolgimento del processo

Giuseppe Robba, titolare di un’impresa gestita sotto la ditta COMMERCIO BESTIAME E CARNI, con atto del 17 ottobre 1985, citò dinanzi al Tribunale di Bergamo Luigi Guerini, titolare, alla sua volta, di un’impresa individuale gestita sotto ditta patronomica, e la GUERINI s.r.l. chiedendone la condanna, solidale, a pagargli L. 139.524.545, oltre accessori, che asserì dovutegli a titolo di prezzo di partite di carne bovina ad essi vendute fra il 5 aprile ed il 5 giugno 1984.

Il tribunale, con sentenza pronunciata, nella resistenza dei convenuti, il 13 dicembre 1993, in sostanziale accoglimento della domanda, condannò Luigi Guerini e la GUERINI s.r.l. a pagare al Robba, per la causale dedotta, rispettivamente, L. 11.421.972 e L. 128.102.573 “oltre interessi legali dalla messa in mora al saldo con rivalutazione dei rispettivi capitali in ragione del 40% degli stessi”.

Sul gravame di Luigi Guerini e della GUERINI s.r.l., la Corte d’appello di Brescia, con sentenza del 3 luglio 1996, resa anche questa nel contraddittorio delle parti, disattesa l’impugnazione, confermò la pronuncia del primo giudice.

La corte distrettuale motivò la decisione rilevando essere, bensì, risultato dagli assunti interrogatori formali dei contendenti che gli appellanti, giusta quanto da loro sempre eccepito, avevano pagato il prezzo di carni comprate dall’attuale intimato a certo Mario Roncalli “nella giustificabile convinzione – determinata dal consapevole comportamento del Robba – di effettuare consegne di denaro a persona abilitata dal venditore a ricevere a suo nome e conto il pagamento di volta in volta dell’acconto del prezzo e del saldo dello stesso”; non essere, però, tale dato sufficiente a far ritenere che i così eseguiti pagamenti avessero avuto efficacia liberatoria per i compratori, perché costoro, “a fronte del mancato riconoscimento da parte del Robba di aver ricevuto alcuna somma dal Roncalli proveniente dagli acquirenti e destinata ad esso venditore e dell’incontestato accertamento….. della non riferibilità al Robba delle firme per quietanza apposte sulle copie delle fatture prodotte…., non avevano dimostrato con precisione di aver effettuato a mani del Roncalli quei pagamenti di somme di denaro a titolo di acconti e di saldi dei prezzi di cui alle vendite di cui è causa….”.

La corte anzidetta soggiunse, al riguardo, appalesarsi immeritevole di ingresso, in particolare perché generica, una prova per testimoni articolata dagli appellanti per dimostrare l’attinenza dei dedotti pagamenti alle vendite in discussione.

Pietro Guerini e Vilma Zambelli, eredi di Luigi Guerini, nonché la GUERINI s.r.l. ricorrono, con un motivo, per la cassazione della sentenza di secondo grado suindicata, per quanto è dato sapere, non notificata.

Giuseppe Robba, cui il ricorso è stato notificato il 3 luglio 1997, non ha svolto attività difensiva nella presente sede.

I ricorrente hanno depositato memoria.

Diritto

Motivi della decisione

Giuseppe Robba ha azionato domande intese ad ottenere la condanna di Luigi Guerini e della GUERINI s.r.l. a pagargli il prezzo di partite di carne state oggetto delle vendite di cui in narrativa, come detto, intercorse fra esso istante, in veste di alienante, e le controparti summenzionate, in qualità di acquirenti.

La Corte d’appello di Brescia, con la sentenza impugnata, ha accolto le pretese considerate.

La Corte distrettuale, per motivare la resa pronuncia, ha rilevato risultare bensì acquisita agli atti la prova della circostanza che il Guerini e la GUERINI s.r.l. hanno eseguito pagamenti dei prezzi di partite di carne ad essi vendute dall’odierno intimato versando i relativi importi a tale Mario Roncalli in una situazione senz’altro suscettibile di legittimare la loro “giustificabile convinzione – determinata dal consapevole comportamento del Robba – di effettuare consegne di denaro a persona abilitata dal venditore a ricevere” le eseguite solutiones, così evidenziando la riscontrabilità, nella fattispecie, di pagamenti eseguiti da debitori in buona fede e rappresentante apparente del creditore, nell’imputabilità a quest’ultimo della determinazione dell’apparenza della rappresentanza, e, quindi, di atti solutori idonei, in astratto, a produrre la liberazione dei debitori medesimi a mente dell’art. 1189, comma 1, cod. civ. (cfr., al riguardo, Cass, Sez. II civ., sent, n. 7860 del 19.VII.1995, id. sez. I civ., sent. n. 2033 del 7.III.199); ha escluso, peraltro, che nel caso in argomento la liberazione dei debitori si sia verificata in concreto, osservando che i debitori stessi “a fronte del mandato riconoscimento da parte del Robba di aver ricevuto alcuna somma dal Roncalli proveniente dagli acquirenti e destinata ad esso venditore”, nonché “nell’incontestato accertamento della non riferibilità al Robba delle firme per quietanza apposte sulle copie delle fatture prodotte…” non hanno “dimostrato con sufficiente precisione” la specifica attinenza dei discussi pagamenti alle vendite di cui è causa.

La GUERINI s.r.l., Pietro Guerini e Vilma Zambelli, gli ultimi due eredi di Luigi Guerini, deceduto nelle more della vertenza, con l’unico motivo articolato a supporto del ricorso, deducono essere la statuizione negli illustrati sensi resa dal giudice del merito il frutto di “violazione e falsa applicazione del combinato disposto dagli artt. 1189 e 1199 c.c.”: segnatamente, sostengono che, nel contesto dato, ed in presenza di “dichiarazioni di pagamento risultanti dalle fatture stilate da Roncalli Mario”, e, perciò, “provenienti da persona che appariva legittimata a riceverli, i pagamenti delle forniture in controversia dovevano essere considerati come avvenuti e non necessitanti di ulteriori riscontri probatori”.

La censura è fondata.

È giurisprudenza consolidata di questa Corte Suprema quella secondo cui, quando il debitore abbia dimostrato di aver eseguito pagamenti idonei ad estinguere il debito per il quale sia stato convenuto in giudizio, spetta al creditore – attore, che persista nel coltivare le introdotte pretese, assumendo doversi imputare quei pagamenti ad estinzione di altre sue ragioni, dimostrare le condizioni necessarie per la dedotta diversa imputazione, nessun onere al riguardo incombendo al debitore solvente (cfr., in merito, fra le tante, Cass.

Sez. II civ., sent. n. 4519 del 5.V.1998).

La corte territoriale, nel rendere la decisione qui contestata, si è discostata dal principio di diritto così enunciato, perché, in una situazione nella quale le emergenze istruttorie, secondo quanto da essa stessa ritenuto accertato, forniscono la dimostrazione incontrovertibile della circostanza che i debitori, attuali ricorrenti, ebbero a eseguire pagamenti potenzialmente idonei ad estinguere le ragioni ex adverso vantate nei loro confronti, ha, tuttavia, accolto la pretesa creditoria azionata dal Robba, odierno intimato, sul ritenuto presupposto della mancata offerta da parte dei debitori di una prova atta ad evidenziare, in positivo, la riferibilità di quei pagamenti ai crediti fatti valere dalla controparte.

Così stando le cose, il ricorso non può essere accolto, la sentenza impugnata deve essere cassata, con rinvio della causa, per un rinnovato esame del merito, dinanzi ad una sezione della Corte d’appello di Brescia diversa da quella che ha reso la sentenza impugnata, che farà applicazione dell’enunciato principio di diritto in tema di imputazioni di pagamenti e alla quale va demandato anche il regolamento delle spese della presente fase di legittimità (da adottarsi avendo riguardo a quello che sarà l’esito finale complessivo della vertenza).

PQM

La Corte accoglie il ricorso, cassa la sentenza impugnata e rinvia la causa, anche per la pronuncia sulle spese della presente fase di legittimità, dinanzi ad una sezione della Corte d’appello di Brescia diversa da quella che ha reso la pronuncia passata.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della seconda Sezione civile della Corte Suprema di cassazione il 20 maggio 1999.

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