HOME Articoli

Lo sai che? Si può fumare sul proprio balcone?

Lo sai che? Pubblicato il 8 novembre 2017

Articolo di




> Lo sai che? Pubblicato il 8 novembre 2017

Fumo passivo: che fare se il vicino fuma dalla finestra o sul balcone e la puzza della sigaretta entra in casa o ti impedisce di affacciarti.

Il vicino di casa che abita sul tuo stesso pianerottolo ha il balcone che confina con il tuo. Tra i due spazi c’è una quasi totale continuità e il vento spesso porta dall’uno ciò che trova nell’altro: polvere, sporcizia, odori. Destino vuole che il tuo vicino sia un accanito fumatore e che tu, invece, detesti l’odore di sigarette. Così sei costretto spesso a chiudere i vetri delle finestre e a rientrare in casa quando invece vorresti goderti il panorama o mangiare all’aperto. Così ti chiedi se si può fumare sul proprio balcone o è invece vietato quando ciò infastidisce i vicini di casa. In questo articolo cercheremo di capire cosa prevede la legge e a quali norme può appellarsi chi è costretto a sopportare il fumo passivo del vicino. Ma procediamo con ordine.

Per capire se si può fumare sul proprio balcone bisogna partire da una premessa tanto banale quanto necessaria: il balcone fa parte dell’appartamento; è quindi di proprietà del suo titolare che, pertanto, ne può fare l’uso che meglio ritiene. Abbiamo elencato in un precedente articolo Cosa si può fare sul balcone di casa e, tra gli usi consentiti dalla legge, vi è certamente quello di accendersi una sigaretta. Il divieto di fumo infatti vale solo negli spazi pubblici o aperti al pubblico che siano, tuttavia, chiusi. C’è però un problema di fondo: le libertà di un cittadino terminano laddove iniziano le libertà di un altro. E qui siamo proprio in presenza di una di quelle situazioni in cui bisogna dirimere il conflitto tra due proprietari: uno che vorrebbe utilizzare il proprio appartamento per come preferisce, l’altro invece che, per causa di ciò, non può più sfruttare il proprio per come la legge gli consente (ossia godersi l’aria pura).

In prima battuta possiamo dire che è inutile chiamare l’amministratore. Le controversie tra i condomini, aventi ad oggetto l’uso delle rispettive proprietà individuali, non passano per il condominio e, quindi, per l’amministratore. Questi potrebbe intervenire solo in veste di paciere e di “portavoce”, ma non ha certo poteri di vietare o limitare il fumo, salvo che il regolamento di condominio preveda divieti in proposito; ma in tal caso dovrebbe trattarsi di un regolamento approvato all’unanimità, non potendo altrimenti andare a limitare l’uso della proprietà privata.

Non resta che vedere cosa prevede la legge. Abbiamo già detto che nelle abitazioni private e negli spazi aperti non si può applicare il divieto di fumo. Tuttavia, il codice civile [1] tutela i vicini di casa da qualsiasi tipo di emissioni che «eccedano la normale tollerabilità»: una previsione del tutto generica che deve essere, di volta in volta, interpretata dal giudice anche alla luce delle situazioni concrete (la collocazione geografica dell’immobile, l’eventuale presenza di inquinamento ambientale dovuta al traffico, ecc.). Insomma, laddove il fumo (per esempio quello di un barbecue) possa generare un fastidio intollerabile al vicino, questo può essere vietato con un ricorso al giudice (il quale, molto probabilmente, si affiderà alla valutazione di un consulente tecnico nominato affinché verifichi se, effettivamente, l’immissione è così insopportabile).

C’è comunque da segnalare una sentenza della Corte di Cassazione [2] che ha riconosciuto i danni a un condomino disturbato dal fumo proveniente da un locale pubblico sottostante. In questo caso la Corte ha dato ragione alla famiglia di un inquilino (cui è stato riconosciuto il risarcimento del danno di 10mila euro) per via delle immissioni moleste di fumo di sigarette provocate da una moltitudine di persone. Proprio da ciò potrebbe derivare la conclusione che il fumo di una singola sigaretta non è tale da essere superiore alla normale tollerabilità.

In ogni caso, ferma restando la valutazione del caso concreto e della intensità della molestia olfattiva, il proprietario dell’appartamento costretto a sopportare il fumo passivo può quindi provare a inviare ai vicini di casa una raccomandata in cui li diffida dal fumare continuamente sul terrazzo. In alternativa, non resta che rivolgersi al Giudice di pace.

Questa valutazione, come si diceva, deve tenere conto delle situazioni concrete in cui si verifica l’episodio: un ambiente inquinato e già di per sé stesso ricco di esalazioni potrebbe rendere del tutto irrilevante, e addirittura non percepibile, il fumo di una sigaretta. Diversa potrebbe essere la valutazione in una zona di campagna.

note

[1] Art. 844 cod. civ.

[2] Cass. sent. n. 7875/2009: «Deve essere riconosciuto il diritto ad ottenere un risarcimento a titolo di danno esistenziale determinato da immissioni moleste di fumo di sigarette ai componenti di una famiglia che, abitando sopra un bar frequentato da molti fumatori, non può vivere liberamente nel proprio appartamento, in quanto la presenza degli impianti di filtraggio collocati proprio sotto le finestre dell’abitazione ne impedisce l’apertura».

Autore immagine: 123rf com

Cassazione civile, sez. III, 31/03/2009, (ud. 15/01/2009, dep.31/03/2009),  n. 7875 

Classificazione:

DANNI – Patrimoniali e non patrimoniali – – non patrimoniali (morali)

Intestazione

Fatto

FATTO E DIRITTO

E’ stata depositata la seguente relazione:

1 – Con ricorso notificato il 14 gennaio 2008 Il Piccolo Caffè S.a.s. di Napoli Antonio & C. ha chiesto la cassazione della sentenza, notificata il 14 novembre 2007, depositata in data 12 settembre 2007 dalla Corte d’Appello di Firenze che, in riforma della sentenza del Tribunale, l’aveva condannata al pagamento in favore di P.C., I.P.A.S. e P.M.B. della complessiva somma di Euro 10.000,00 a titolo di risarcimento danni esistenziali determinati da immissioni moleste di fumo di sigarette.

Gli intimati hanno resistito con controricorso.

2 – Ai ricorsi proposti contro le sentenze pubblicate a partire dal 2.3.2006, data di entrata in vigore del D.Lgs. 15 febbraio 2006, n. 40, recante modifiche al codice di procedura civile in materia di ricorso per cassazione, si applicano le disposizioni dettate nello stesso decreto al Capo 1^.

Secondo l’art. 366 bis c.p.c. – introdotto dall’art. 6 del Decreto – i motivi di ricorso debbono essere formulati, a pena di inammissibilità, nel modo lì descritto e, in particolare, nei casi previsti dall’art. 360 c.p.c., nn. 1), 2), 3) e 4), l’illustrazione di ciascun motivo si deve concludere con la formulazione di un quesito di diritto, mentre, nel caso previsto dall’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5), l’illustrazione di ciascun motivo deve contenere la chiara indicazione del fatto controverso in relazione al quale la motivazione si assume omessa o contraddittoria, ovvero le ragioni per le quali la dedotta insufficienza della motivazione la rende inidonea a giustificare la decisione.

3. – I due motivi del ricorso risultano inammissibili, poichè la loro formulazione non soddisfa i requisiti stabiliti dall’art. 366 bis c.p.c..

Occorre rilevare sul piano generale che, considerata la sua funzione, la norma indicata (art. 366 bis c.p.c.) va interpretata nel senso che per, ciascun punto della decisione e in relazione a ciascuno dei vizi, corrispondenti a quelli indicati dall’art. 360 c.p.c., per cui la parte chiede che la decisione sia cassata, va formulato un distinto motivo di ricorso.

Per quanto riguarda, in particolare, il quesito di diritto, è ormai jus receptum (Cass. n. 19892 del 2007) che è inammissibile, per violazione dell’art. 366 bis c.p.c., introdotto dal D.Lgs. n. 40 del 2006, art. 6, il ricorso per cassazione nel quale esso si risolva in una generica istanza di decisione sull’esistenza della violazione di legge denunziata nel motivo. Infatti la novella del 2006 ha lo scopo di innestare un circolo selettivo e “virtuoso” nella preparazione delle impugnazioni in sede di legittimità, imponendo al patrocinante in cassazione l’obbligo di sottoporre alla Corte la propria finale, conclusiva, valutazione della avvenuta violazione della legge processuale o sostanziale, riconducendo ad una sintesi logico- giuridica le precedenti affermazioni della lamentata violazione. In altri termini, la formulazione corretta del quesito di diritto esige che il ricorrente dapprima indichi in esso la fattispecie concreta, poi la rapporti ad uno schema normativo tipico, infine formuli il principio giuridico di cui chiede l’affermazione.

Quanto al vizio di motivazione, l’illustrazione di ciascun motivo deve contenere, a pena di inammissibilità, la chiara indicazione del fatto controverso in relazione al quale la motivazione si assume omessa o contraddittoria, ovvero le ragioni per le quali la dedotta insufficienza della motivazione la renda inidonea a giustificare la decisione; la relativa censura deve contenere un momento di sintesi (omologo del quesito di diritto), che ne circoscriva puntualmente i limiti, in maniera da non ingenerare incertezze in sede di formulazione del ricorso e di valutazione della sua ammissibilità (Cass. Sez. Unite, n. 20603 del 2007).

Con i due motivi la società ricorrente denuncia violazione e/o falsa applicazione dell’art. 2697 c.c. e segg. e art. 2729 c.c., nonchè omessa e/o insufficiente e/o contraddittoria motivazione circa un punto decisivo della controversia.

Già la trattazione congiunta di violazioni di legge e di vizi di motivazione si pone in contrasto con la norma di riferimento. Inoltre la ricorrente non prende specifica posizione nello scegliere l’uno (falsa applicazione) piuttosto che l’altro (violazione) vizio di diritto, nè chiarisce in quali punti specifici la motivazione sia omessa ovvero insufficiente ovvero contraddittoria.

Ma, soprattutto, i due quesiti conclusivi non rispettano i criteri che debbono presiedere alla loro formulazione, come sopra enunciati.

Infatti essi (Dica la Suprema Corte di Cassazione se l’eventuale statuizione risarcitoria, che abbia ad oggetto il danno esistenziale o un danno da stress presuppone che il preteso danneggiato fornisca la prova del danno di cui chiede il risarcimento, ovvero se tale danno possa ritenersi in re ipsa e cioè coincidente con il fatto assertivamente dannoso. Dica la Suprema Corte di Cassazione se il danno risarcibile, nella struttura della responsabilità aquiliana, si pone in termini di automatismo rispetto alla condotta asseritamente dannosa) si rivelano generici, in quanto svincolati dai necessari riferimenti al caso concreto e alla motivazione della sentenza impugnata.

Peraltro, la Corte territoriale ha fatto leva sulla considerazione fattuale che i P. fossero costretti a subire gli effetti molesti, fastidiosi e insalubri del fumo passivo e a tenere chiuse le finestre anche in piena estate per tutelare la propria salute.

4. – La relazione è stata comunicata al Pubblico Ministero e notificata ai difensori delle parti; entrambe hanno depositato memorie e la ricorrente ha chiesto di essere ascoltata in camera di consiglio; in particolare il ricorrente assume di avere formulato quesiti adeguati;

5. – Ritenuto:

che, a seguito della discussione sul ricorso, tenuta nella camera di consiglio, il collegio ha osservato che effettivamente – sotto il profilo della idoneità dei motivi – il ricorso può essere ritenuto ammissibile; tuttavia esso si rivela infondato: la società ricorrente lamenta che sia stato risarcito il danno – evento anzichè il danno – conseguenza, ma la sentenza impugnata ha descritto le conseguenze delle lamentate immissioni sul modo di vivere la casa dei danneggiati e questo individua ciò che può essere liquidato come danno non patrimoniale, mentre, per il resto, le argomentazioni addotte a sostegno delle censure contengono continui riferimenti alle risultanze processuali e implicano accertamento dei fatti e valutazioni di merito non consentiti al giudice di legittimità e sui quali, per contro, la Corte territoriale ha congruamente e razionalmente motivato;

che, pertanto, il ricorso va rigettato poichè manifestamente infondato;

le spese seguono la soccombenza;

visti gli artt. 380 bis e 385 cod. proc. civ..

P.Q.M.

Rigetta il ricorso. Condanna la ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di Cassazione, liquidate in complessivi Euro 1.600,00, di cui Euro 1.500,00 per onorar, oltre spese generali e accessori di legge.

Così deciso in Roma, il 15 gennaio 2009.

Depositato in Cancelleria il 31 marzo 2009

Acquista un abbonamento annuale a tutte le sentenze di merito. Clicca qui


Per avere il pdf inserisci qui la tua email. Se non sei già iscritto, riceverai la nostra newsletter:
Informativa sulla privacy

ARTICOLI CORRELATI

1 Commento

  1. Molto interessante! Da tempo cercavo una risposta in quanto sono in un residence nel verde e la vicina non solo fuma camel …. puzzolenti ma anche canne obbligandomi a tenere chiuse le finestre visto che ho anche bambini piccoli!

Lascia un commento

Usa il form per discutere sul tema. Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

 


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI