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Polizza mutuo: quando l’assicurazione paga le rate alla banca

8 novembre 2017


Polizza mutuo: quando l’assicurazione paga le rate alla banca

> Diritto e Fisco Pubblicato il 8 novembre 2017



Il mutuatario non deve nascondere il proprio stato di famiglia, ivi comprese le malattie che al momento sembrano insignificanti.

Quando si stipula un mutuo, spesso la banca chiede al cliente di firmare una polizza assicurativa per tutelarsi nel caso in cui un eventuale licenziamento o una malattia possano in futuro impedire di pagare le rate e quindi di onorare tutto il debito. In questo caso, se il mutuatario dovesse ad esempio ammalarsi, sarebbe l’assicurazione a estinguere il mutuo. Il cliente non è tenuto a valersi per forza della compagnia di assicurazione indicata dalla banca, potendone trovare una, di propria iniziativa, più conveniente. In base alla legge sulla concorrenza approvata la scorsa estate, l’istituto di credito non può più subordinare la concessione del finanziamento alla polizza con una specifica compagnia. Tuttavia è obbligo del mutuatario, al momento della sottoscrizione dell’assicurazione, indicare tutte le eventuali patologie di cui soffre, anche se al momento sono latenti, che potrebbero determinare il rischio di un aggravamento o di successive malattie e, quindi, l’interruzione nel pagamento del mutuo. Si pensi a una colite ulcerosa che spesso porta a più serie conseguenze o a una sofferenza cardiaca. La questione è stata di recente affrontata dalla Cassazione con una interessante sentenza [1]: la Corte ha spiegato, in caso di polizza sul mutuo, quando l’assicurazione paga le rate alla banca. Ma procediamo con ordine.

Immaginiamo una persona che, in conseguenza dell’aggravarsi di una malattia di cui soffriva già da tempo, attivi l’assicurazione sul mutuo e chieda alla compagnia di pagare alla banca le rimanenti rate del mutuo. L’assicurazione, però, si rifiuta perché, sul contratto di polizza, il mutuatario non aveva detto di soffrire di tale patologia, sebbene al momento nulla facesse sospettare una successiva recrudescenza. In conseguenza di ciò il contratto deve essere annullato per la reticenza del cliente. Non è dello stesso avviso il cliente per il quale le malattie non gravi, che al momento della firma dell’assicurazione non sembrano destare preoccupazioni, non devono essere “denunciate”. Chi dei due ha ragione?

Secondo la Cassazione, se, in sede di stipulazione della polizza, la reticenza del contraente nel non dichiarare di essere affetto da una malattia (nella specie, cardiopatia) risulta determinante nella formazione del consenso dell’assicuratore, il contratto è annullabile. Che significa? Che se dovesse risultare che, avendo saputo della patologia, l’assicurazione non avrebbe concluso la polizza o l’avrebbe conclusa a condizioni più gravose (un premio più alto), quest’ultima non è tenuta a pagare alla banca le rate per conto dell’assicurato. Sarà quest’ultimo allora, nonostante la malattia, a dover estinguere il debito.

Al momento della firma della polizza sul mutuo, il cliente deve quindi descrivere il proprio stato di salute senza nascondere nulla, così da permettere alla compagnia assicurativa di poter valutare correttamente se accettare, o meno, la stipula del contratto (sono tollerate solo inesattezze di poco conto).

La Suprema Corte prende spunto dalla vicenda per stilare un vademecum per stabilire, in caso di polizza sul mutuo, quando l’assicurazione paga le rate alla banca.

In tema di contratto di assicurazione – si legge nella pronuncia in commento – la reticenza dell’assicurato è causa di annullamento del contratto quando si verifichino cumulativamente tre condizioni:

  • che la dichiarazione sia inesatta o reticente;
  • che la dichiarazione sia stata resa con dolo o colpa grave;
  • che la reticenza sia stata determinante nella formazione del consenso dell’assicuratore. Il giudizio sulla rilevanza delle dichiarazioni inesatte o sulla reticenza del contraente è riservato al giudice.

È responsabilità del cliente, prima di firmare la polizza sul mutuo, leggere e compilare correttamente tutti i moduli forniti da banche e assicurazioni. Se non lo fa, la polizza non opera più. Non bisogna quindi sottovalutare l’importanza delle risposte fornite all’assicurazione riguardo il proprio stato di salute: anche un solo errore oppure un’informazione non veritiera può rivelarsi fatale, facendo perdere al cliente la copertura assicurativa connessa al mutuo. E questo anche nel caso in cui siano state pagate regolarmente tutte le rate della polizza.

note

[1] Cass. sent. n. 416/17 dell’11.01.2017.

Cassazione civile, sez. III, 11/01/2017, (ud. 14/12/2016, dep.11/01/2017),  n. 416 Classificazione:

ASSICURAZIONE (Contratto di) – Dichiarazioni del contraente in ordine al rischio

Intestazione

Fatto

FATTI E SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

D.G. agì in giudizio nei confronti di HDI Assicurazioni S.p.A. chiedendone la condanna – in virtù di una polizza con essa stipulata – al pagamento delle rate residue di un contratto di mutuo che egli aveva contratto, a titolo di indennizzo, per essersi verificato l’evento assicurato.

La compagnia, nel resistere, propose domanda riconvenzionale di annullamento del contratto di assicurazione, ai sensi dell’art. 1892 c.c..

La domanda principale fu rigettata dal Tribunale di Treviso, che accolse invece la domanda riconvenzionale.

La Corte di Appello di Venezia ha confermato la decisione di primo grado.

Ricorre il D., sulla base di tre motivi.

Resiste con controricorso HDI Assicurazioni S.p.A..

Il collegio ha disposto che sia redatta motivazione in forma semplificata.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

1. Con il primo motivo del ricorso si denunzia “violazione e/o falsa applicazione dell’art. 2697 c.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4 (l’art. 2697 c.c. è norma di carattere non sostanziale ma procedurale, disciplinando l’onere della prova, e di conseguenza la sua violazione deve essere impugnata ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4) nonchè omesso esame circa il fatto, decisivo per il giudizio e già oggetto di discussione tra le parti, che ai fini di polizza l’unico momento storico rilevante per valutare la sussistenza del buono stato di salute e delle malattie o lesioni gravi necessitanti un trattamento medico regolare e continuato è la conclusione del contratto, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5”.

Con il secondo motivo del ricorso si denunzia “violazione e/o falsa applicazione degli artt. 1363 c.c. e ss., nonchè dell’art. 1892 c.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3”.

Con il terzo motivo del ricorso si denunzia “omesso esame circa il fattp, decisivo per il giudizio ed oggetto di discussione tra le parti, che le dichiarazioni sottoscritte dal sig. D. sono contenute in un modulo predisposto da HDI Assicurazioni S.p.A., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, nonchè violazione e/o falsa applicazione dell’art. 1370 c.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3”.

I motivi del ricorso sono connessi e vanno quindi trattati congiuntamente, costituendo distinte articolazioni di una censura sostanzialmente unitaria, con la quale il ricorrente contesta l’accertamento dei giudici di merito in ordine alla inesattezza delle dichiarazioni da lui rese in sede di stipulazione della polizza.

Essi sono inammissibili.

La corte di appello ha accertato in fatto che il D. era consapevole di essere affetto da una grave malattia (cardiopatia post infartuale) non dichiarata in sede di stipulazione della polizza, che richiedeva trattamento medico regolare e continuato, e che la sua reticenza in ordine a tale circostanza, espressamente prevista nella polizza, era determinante nella formazione del consenso dell’assicuratore.

Sulla base di tale accertamenti di fatto, ha ritenuto sussistente la fattispecie prevista dal primo comma dell’art. 1892 c.c., applicando correttamente i principi di diritto affermati in materia da questa Corte (ed in particolare quelli per cui “in tema di contratto di assicurazione, la reticenza dell’assicurato è causa di annullamento negoziale quando si verifichino cumulativamente tre condizioni: a) che la dichiarazione sia inesatta o reticente; b) che la dichiarazione sia stata resa con dolo o colpa grave; c) che la reticenza sia stata determinante nella formazione del consenso dell’assicuratore; il giudizio sulla rilevanza delle dichiarazioni inesatte o sulla reticenza del contraente, implicando un apprezzamento di fatto, è riservato al giudice di merito ed è censurabile in sede di legittimità solo se non sia sorretto da una motivazione logica, coerente e completa”; così Cass., Sez. 3, Sentenza n. 25582 del 30/11/2011, Rv. 620624; conf.: Sez. 3, Sentenza n. 16769 del 21/07/2006, Rv. 591763; Sez. 3, Sentenza n. 16406 del 13/07/2010, Rv. 614110).

I suddetti accertamenti di fatto non sono censurabili nella presente sede, in quanto fondati sulla valutazione delle prove legittimamente acquisite, senza alcuna omissione nell’esame dei fatti storici rilevanti, e supportati da motivazione non apparente nè insanabilmente contraddittoria (cfr. Cass., Sezioni Unite, 7 aprile 2014 n. 8053 e n. 8054; conf.: Cass. 27 novembre 2014 n. 25216; 9 luglio 2015 n. 14324).

La effettiva sostanza delle censure avanzate dal ricorrente è dunque quella di una contestazione degli accertamenti di fatto operati dai giudici di merito, mediante la richiesta di una nuova e diversa valutazione del materiale istruttorio, il che non è ammissibile in sede di legittimità.

4. Il ricorso è dichiarato inammissibile.

Per le spese del giudizio di cassazione si provvede, sulla base del principio della soccombenza, come in dispositivo.

Dal momento che il ricorso risulta notificato successivamente al termine previsto dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 18, deve darsi atto della sussistenza dei presupposti di cui al D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, introdotto dall’art. 1, comma 17, della citata L. n. 228 del 2012.

PQM

La Corte:

dichiara inammissibile il ricorso;

condanna il ricorrente a pagare le spese del giudizio di legittimità in favore della società controricorrente, liquidandole in complessivi Euro 7.200,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre spese generali ed accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dichiara la sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma del comma 1-bis dello stesso art. 13.

Così deciso in Roma, il 14 dicembre 2016.

Depositato in Cancelleria il 11 gennaio 2017

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