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Il nuovo concordato in bianco o con riserva dopo il “Decreto del Fare”

18 Giugno 2013
Il nuovo concordato in bianco o con riserva dopo il “Decreto del Fare”

Per impedire condotte abusive dello strumento, la nuova norma (approvata il 15 giugno e ancora non pubblicata) impone, ai fini di verifica, il deposito da parte dell’impresa dell’elenco dei propri creditori e della propria esposizione debitoria.

Nell’ottica di costruire un ambiente di impresa accogliente per gli investitori nazionali ed internazionali, fondato sul principio della certezza del diritto, il cosiddetto “Decreto del fare” è intervenuto sulla materia modificando la norma che disciplina il “concordato in bianco[1].

Gli effetti che la presentazione della domanda di concordato in bianco produce dal deposito del ricorso presso il registro delle imprese sono, in sostanza, il divieto di iniziare o proseguire le azioni esecutive e le azioni cautelari sui beni del debitore.

La vera novità di tale procedura sta nella semplificazione della documentazione da allegare alla domanda per poter ottenere i benefici di cui sopra. Infatti, in allegato alla domanda di concordato è sufficiente presentare solo i bilanci degli ultimi tre esercizi, riservandosi l’imprenditore di presentare la proposta, il piano e la documentazione per il concordato preventivo liquidatorio entro un termine fissato dal giudice, compreso fra sessanta e centoventi giorni e prorogabile, in presenza di giustificati motivi, di non oltre sessanta giorni.

Per il debitore, dunque, gli obblighi documentali sono molto semplificati: è sufficiente il deposito della domanda ed i bilanci degli ultimi tre esercizi, conseguendo l’immediato  vantaggio di non esser assoggettato alle azioni esecutive dei creditori e dell’inefficacia delle ipoteche giudiziali già iscritte nei novanta giorni antecedenti alla domanda. Il che, come si può leggere anche dalle notizie sui quotidiani, ha portato a un incremento esponenziale delle domande di concordato con riserva. Si sono moltiplicate anche le sentenze volte a limitare l’utilizzo distorto dell’istituto, istituto che era nato con l’intento di permettere la composizione della crisi con i creditori (specie i fornitori) dell’azienda, consentendo all’impresa di “prender fiato” e pianificare un piano di intervento (che può poi concretizzarsi nella liquidazione, nella continuità aziendale o nella ristrutturazione dei debiti=.

Proprio in ragione del possibile utilizzo distorto dello strumento (domande dirette soltanto a rinviare il momento del fallimento, quando lo stesso non è evitabile), il Decreto è intervenuto apportando sostanziali modifiche alla disciplina.

Con la recente riforma, infatti, l’impresa non potrà più limitarsi alla semplice domanda iniziale in bianco, ma dovrà depositare, a fini di verifica, l’elenco dei propri creditori e, quindi, anche dei propri debiti.

Il Tribunale potrà, inoltre, nominare un commissario giudiziale, che controllerà se l’impresa in crisi si sta effettivamente attivando per predisporre una compiuta proposta di pagamento ai creditori. In presenza di atti in frode ai creditori, il Tribunale potrà chiudere la procedura.

di MENNATO FUSCO


note

[1] Art. 161, comma 6, R.D. n. 267/1942


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