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Limiti di reddito per l’ammissione al gratuito patrocinio

8 Novembre 2017


Limiti di reddito per l’ammissione al gratuito patrocinio

> Diritto e Fisco Pubblicato il 8 Novembre 2017



Il limite di reddito per l’ammissione al patrocinio a spese dello Stato viene aggiornato periodicamente al costo della vita. In caso di convivenza i redditi si sommano.

Si chiama «gratuito patrocinio» o anche «patrocinio a spese dello Stato» ed è quel meccanismo che consente, alle persone meno abbienti, di usufruire di un avvocato gratis, o meglio senza pagarlo. A liquidare il compenso al professionista ci penserà lo Stato alla fine del giudizio. Non solo. Chi accede a questo meccanismo non deve neanche versare le imposte normalmente dovute da chi fa una causa (si tratta del «contributo unificato» e l’imposta di registro sulla sentenza). Nulla si deve infine per le spese di notifica, bolli e marche. Insomma l’intero giudizio è gratuito. Proprio per questo la legge stabilisce dei limiti di reddito per l’ammissione al gratuito patrocinio dei quali parleremo a breve, limiti che vengono aggiornati periodicamente dal Ministero della Giustizia per adeguarli al mutato costo della vita.

Attenzione però: l’ammissione al gratuito patrocinio non garantisce anche nel caso di sconfitta. Detto in altri termini, se il giudice rigetta la domanda della parte ammessa al gratuito patrocinio la può condannare al pagamento delle spese processuali sostenute dall’avversario. In questo caso, non interviene più lo Stato e a versare le somme indicate in sentenza deve essere il soccombente, per quanto indigente possa essere. Ciò si giustifica in base a un dovere di responsabilità: anche chi è senza redditi non può intentare cause prive di fondamento. Ma procediamo con ordine e vediamo qual è il limite di reddito per l’ammissione al gratuito patrocinio.

Qual è il limite di reddito per l’ammissione al gratuito patrocinio?

Può essere ammesso al gratuito patrocinio il richiedente che ha un reddito imponibile Irpef, per come risultante dall’ultima dichiarazione, non superiore a 11.528,41 euro (dato aggiornato al 2015 e tutt’ora valido [1]). Il limite di reddito (modificato da ultimo nel mese maggio 2015) è adeguato ogni 2 anni, con decreto del Ministero della Giustizia in relazione alla variazione dell’indice Istat dei prezzi al consumo.

Attenzione però: bisogna tener conto non solo del reddito imponibile del richiedente, ma di una serie di altri elementi che qui di seguito valuteremo.

Come si calcola il reddito per l’ammissione al gratuito patrocinio?

Nel calcolare il rispetto del limite di 11.528,41 euro bisogna tener conto non solo del reddito percepito dal richiedente ma anche da ogni altro familiare con lui convivente. Pertanto se l’interessato vive insieme al coniuge o ad altri familiari (ad esempio i genitori, seppur pensionati) si prende in considerazione la somma dei redditi conseguiti nel medesimo periodo da ogni componente della famiglia, oltre ovviamente a quello del richiedente. Con la conseguenza che, una persona disoccupata, che vive ancora con entrambi i genitori percettori di reddito (anche pensionistico) non può ottenere il beneficio del gratuito patrocinio se la somma di detti redditi supera il limite di 11.528,41 euro.

Dall’altro lato, basta non essere più conviventi con la propria famiglia d’origine, anche se ancora fiscalmente a carico, per non sommare il proprio reddito a quello degli altri parenti e magari rientrare nel tetto del gratuito patrocinio. Secondo infatti la Cassazione [2], la verifica del superamento della suddetta soglia massima di reddito va effettuata sommando tutti i redditi dei familiari conviventi e non di quelli considerati “a carico”. E ciò perché la disciplina del patrocinio a spese dello Stato valuta il reddito compatibile con il beneficio in commento in base allo stato di convivenza, per via del fatto che ciascun familiare ha, in tali casi, la possibilità di fare affidamento non solo sul proprio reddito, ma anche su quello degli altri familiari conviventi. Perciò, la nozione rilevante ai fini dell’ammissione e della conservazione del beneficio non è quella di familiare a carico, bensì quella di familiare convivente. Risultato: non si sommano  i redditi del familiare che, pur risultando fiscalmente a carico del richiedente, non convive con lui.

Ai fini del calcolo del reddito per il raggiungimento della soglia oltre la quale non si può chiedere più il gratuito patrocinio bisogna tener conto«anche dei redditi che per legge sono esenti dall’Irpef o che sono soggetti a ritenuta alla fonte a titolo d’imposta, ovvero ad imposta sostitutiva. Per tale valutazione si fa riferimento al reddito imponibile ai fini dell’Irpef risultante dall’ultima dichiarazione.

La giurisprudenza comprende in tale calcolo anche i redditi di chi, pur non essendo legato da vincoli di parentela o affinità, convive con il richiedente e contribuisce dal punto di vista economico e collaborativo alla vita in comune [3].

Nel concetto di reddito imponibile rientrano anche fonti di reddito non assoggettabili di per sé ad imposta, ma indicativi delle condizioni personali, familiari e del tenore di vita dell’istante. Pertanto ai fini dell’ammissione al gratuito patrocinio non si può tenere conto di detrazioni di imposta o deduzioni dal reddito stabilite dal Testo Unico delle imposte che servono solo per determinare in concreto l’imposta da pagare.

Gratuito patrocinio: quando non conta il reddito dei familiari conviventi

C’è un solo caso in cui si tiene conto del solo reddito personale del richiedente e non si considerano anche i redditi dei conviventi: quando oggetto della causa sono diritti della personalità oppure nei processi in cui gli interessi del richiedente sono in conflitto con quelli degli altri componenti il nucleo familiare con lui conviventi (ad esempio una causa di separazione, di violenze del marito, un giudizio tra il figlio e i genitori, ecc.).

Gratuito patrocinio: quando non ci sono limiti di reddito

Esistono poi determinati casi in cui si può ottenere il gratuito patrocinio anche se il proprio reddito è superiore (e di molto) alla soglia stabilita dalla legge. Si tratta dei casi in cui si debba denunciare per i reati di:

  • violenza sessuale,
  • atti persecutori (ossia stalking),
  • maltrattamenti contro familiari e conviventi,
  • pratiche di mutilazione degli organi genitali femminili,
  • reati commessi in danno di minori [4].

Gratuito patrocinio: se il reddito di una persona viene divisa tra tutti i familiari

Abbiamo detto che succede nel caso in cui una persona, con un reddito al di sotto del limite per il gratuito patrocinio, convive con altre persone titolari di reddito. In tal caso, i redditi si sommano e se il risultato è superiore al limite legale non si ha diritto al gratuito patrocinio. Ma che succede nell’ipotesi inversa? Immaginiamo che un uomo, con un reddito di 12mila euro all’anno (quindi al di sopra del gratuito patrocinio) conviva con altre persone senza reddito: magari si tratta della moglie disoccupata e di tre figli. Ci si è chiesto se, tenendo conto del fatto che con un solo stipendio si mantengono più persone, si può rientrare nel gratuito patrocinio. La questione è finita all’esame della Corte Costituzionale la quale, con una recente sentenza [5], ha detto che, in caso di un unico reddito familiare percepito, non rileva il fatto possa essere destinato al mantenimento di più soggetti conviventi.

La Corte Costituzionale rileva la mancanza di simmetria nella legge e auspica un intervento del Parlamento a riguardo; non ritiene tuttavia ammissibile la questione di legittimità costituzionale in quanto in tal modo si finirebbe per rimettere la concessione del beneficio del gratuito patrocinio alla valutazione discrezionale del singolo giudice.

note

[1] Art. 76 c. 1 DPR 115/2002 e DM 7 maggio 2015

[2] Cass. sent. n. 33428/14 del 29.07.2014.

[3] Cass. sent. n. 44121/12.

[4] Artt. 600, 600 bis, 600 ter, 600 quinquies, 601, 602, 609 quinquies e 609 undecies cod. pen.

[5] C. Cost. sent. n. 219/2017 del 20.10.2017.

Corte Costituzionale, 20/10/2017, (ud. 11/07/2017, dep.20/10/2017),  n. 219 

Fatto

Ritenuto in fatto

1.- Con ordinanza del 16 agosto 2016, il Tribunale ordinario di Verona ha sollevato questione di legittimità costituzionale dell’articolo 76, comma 2, del decreto del Presidente della Repubblica 30 maggio 2002, n. 115, recante «Testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di spese di giustizia (Testo A)», in riferimento agli articoli 2,3,24 e 31, primo comma, della Costituzione.

Il giudice a quo riferisce di doversi pronunciare nell’ambito di un procedimento incidentale di liquidazione del compenso di avvocato disposto in favore della sig.ra P. J., quale madre esercente la potestà genitoriale sulla figlia N. C.

Prosegue il rimettente rappresentando che dagli accertamenti, effettuati dall’Agenzia delle entrate di Verona sui redditi della sig.ra P. J. nel triennio 2011-2013, è emerso il superamento del limite previsto per l’ammissione al beneficio e che i familiari con lei conviventi, ovvero la figlia N. C., ormai divenuta maggiorenne, e la madre, non avevano percepito alcun reddito.

Tale circostanza, riferisce il giudice a quo, impedirebbe l’accoglimento della richiesta di liquidazione avanzata dal difensore di N. C. poiché, sebbene quest’ultima non sia percettrice di reddito, ai sensi dell’art. 76, comma 2, del d.P.R. n. 115 del 2002, in presenza di familiari conviventi, il limite reddituale per l’ammissione al patrocinio a spese dello Stato deve essere calcolato tenendo conto dei redditi conseguiti da ogni componente della famiglia.

2.- A parere del rimettente, il fatto di individuare nel solo parametro reddituale l’indice insuperabile dello stato di abbienza o non abbienza del nucleo familiare di cui fa parte il soggetto che necessita di assistenza difensiva, con esclusione delle variabili che incidono sulla effettiva situazione economica di una famiglia, quali il numero dei componenti, la loro età, le condizioni di salute e i correlativi obblighi di assistenza, comporterebbe un vulnus agli artt. 2,3,24 e 31, primo comma, Cost.

In particolare, con riferimento alla violazione degli artt. 2,24 e 31, primo comma, Cost., il giudice a quo sottolinea che la disponibilità di un reddito di poco superiore al limite di legge e la mancata considerazione dell’incidenza determinata dalla presenza di familiari a carico, imporrebbe, inevitabilmente, all’interessato di dover scegliere tra l’esercizio del diritto di difesa e l’adempimento dei doveri di solidarietà sociale e familiare e limiterebbe, di fatto, la possibilità delle famiglie di accedere ad un beneficio economico utile per l’adempimento dei suddetti doveri.

Quanto al vulnus denunciato all’art. 3 Cost., la previsione normativa censurata sarebbe intrinsecamente irragionevole poiché, nel porre un unico limite di reddito, parificherebbe la situazione di colui che non conviva con familiari, a quella dei nuclei più numerosi.

Ad avviso del rimettente, l’intrinseca irragionevolezza della norma sarebbe avvalorata dal raffronto con l’art. 4 del decreto legislativo 27 maggio 2005, n. 116 (Attuazione della direttiva 2003/8/CE intesa a migliorare l’accesso alla giustizia nelle controversie transfrontaliere attraverso la definizione di norme minime comuni relative al patrocinio a spese dello Stato in tali controversie), che ha previsto espressamente, per le controversie transfrontaliere, l’innalzamento del limite di ammissione al patrocinio a spese dello Stato, di un importo fisso per ciascun componente del nucleo familiare.

Il motivo dell’incremento, prosegue il giudice a quo, non andrebbe rinvenuto nella peculiarità delle suddette controversie, ma nel principio generale di ragionevolezza e adeguatezza, in forza del quale l’apprezzamento dello stato di bisogno richiederebbe la considerazione di tutti gli elementi che concorrono a determinare le risorse effettive di un soggetto, ivi compresa l’incidenza derivante dalle persone poste a suo carico, e pertanto, proprio in ragione di tale generalità, andrebbe applicato ad ogni controversia civile, sebbene abbia trovato positiva esplicazione solo con riferimento a quelle transfrontaliere.

3.- Con atto depositato il 21 marzo 2017, è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato dall’Avvocatura generale dello Stato, deducendo l’inammissibilità della questione per difetto di motivazione sulla rilevanza, sul presupposto che il giudice a quo abbia richiesto di integrare la norma censurata, mediante l’estensione della disciplina prevista per le controversie transfrontaliere.

L’inammissibilità, prosegue l’Avvocatura, deriverebbe dal fatto che nell’ordinanza di rimessione sono stati indicati i soli redditi percepiti dalla ricorrente, nel triennio in considerazione, senza specificare l’entità del divario rispetto al limite di legge per l’ammissione al beneficio, la cui misura è aggiornata ogni biennio.

Tale mancata precisazione, a parere dell’Avvocatura, precluderebbe il controllo sulla rilevanza, poiché non consentirebbe di valutare se l’accoglimento della questione di costituzionalità e la conseguente applicazione dei criteri di computo correttivi asseritamente invocati dal rimettente condurrebbero il giudizio a quo a un diverso esito.

In ogni caso, secondo la difesa erariale, un ulteriore profilo di inammissibilità deriverebbe dalla natura manipolativa della pronuncia richiesta, non essendo la soluzione proposta dal rimettente costituzionalmente obbligata.

Quanto al merito, l’Avvocatura chiede il rigetto della questione poiché l’utilizzazione del parametro del reddito, quale criterio per l’accesso al patrocinio a spese dello Stato, assicurerebbe il rispetto della ratio della norma, ovvero la fruizione del beneficio da parte di coloro che non dispongono di risorse economiche adeguate, mentre la scelta di correlare la misurazione delle disponibilità dell’istante solo all’entità delle entrate e non anche a quella delle uscite, sarebbe frutto dell’esercizio, non irragionevole, della discrezionalità legislativa.

Diritto

Considerato in diritto

1.- Il Tribunale ordinario di Verona, dovendo pronunciarsi nell’ambito di un procedimento di liquidazione del compenso dovuto al difensore di una parte ammessa al patrocinio a spese dello Stato, ha sollevato questione di legittimità costituzionale dell’art. 76, comma 2, del decreto del Presidente della Repubblica 30 maggio 2002, n. 115, recante «Testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di spese di giustizia (Testo A)», che prevede che, nelle controversie civili, per il calcolo della soglia oltre la quale è precluso l’accesso al patrocinio a spese dello Stato, vengano in rilievo i redditi percetti da ciascun familiare convivente, oltre quello dell’istante, mentre invece i componenti del nucleo familiare privi di reddito non incidono sulla determinazione del parametro reddituale.

2.- Nel dispositivo dell’ordinanza di rimessione il giudice ha richiesto una sentenza ablativa della disposizione censurata, da cui deriverebbe l’espunzione dall’ordinamento dell’obbligo di computare, ai fini dell’ammissione al beneficio, i redditi conseguiti dagli altri componenti della famiglia.

In realtà, la motivazione dell’ordinanza è incentrata sulla necessità di integrare il dettato normativo, così da includere, nella valutazione del presupposto reddituale, le variabili che, incidendo sulla misura astratta del parametro, ne condizionano in concreto la dimensione e il potere effettivo di spesa di cui è espressione.

Infatti, l’ordinanza di rimessione ritiene irragionevole, contrario ai doveri di solidarietà sociale e familiare, lesivo del diritto di difesa nonché del diritto alle agevolazioni in favore delle famiglie numerose (art. 31, primo comma, Cost.), il fatto che lo stato di bisogno sia apprezzato con riferimento al solo parametro del reddito percetto, senza che siano valutate anche le effettive condizioni economiche del richiedente, derivanti sia dall’entità delle entrate che dalla quantità e qualità delle uscite del nucleo familiare, sostenute in ragione del numero dei suoi componenti, dell’età e delle condizioni di salute di essi.

Sulla scorta di tali argomentazioni, considerato che la corretta individuazione del petitum richiede la lettura coordinata del dispositivo dell’ordinanza di rimessione e della motivazione (in tal senso, ex multis, sentenze n. 203 e n. 94 del 2016, n. 170 del 2013), la richiesta del rimettente va intesa come volta ad ottenere una pronuncia additiva.

3.- La questione è inammissibile.

Va osservato che il giudice a quo, nel richiedere l’integrazione della norma con una pronuncia additiva, così da ancorare il presupposto di accesso al beneficio ad un dato economico sostanziale e significativo, sollecita la considerazione del numero, dell’età e delle condizioni di salute dei familiari conviventi, ma non attribuisce a tali elementi uno specifico valore.

Il riferimento fatto dall’ordinanza di rimessione alla disciplina delle controversie transfrontaliere (decreto legislativo 27 maggio 2005, n. 116, recante «Attuazione della direttiva 2003/8/CE intesa a migliorare l’accesso alla giustizia nelle controversie transfrontaliere attraverso la definizione di norme minime comuni relative al patrocinio a spese dello Stato in tali controversie»), che tiene conto della composizione del nucleo familiare, è ininfluente, rimanendo, nel caso in esame, il reddito della ricorrente comunque superiore anche al limite previsto da tale normativa.

La prospettata questione di costituzionalità così come formulata, e cioè con la previsione dell’obbligo di tenere in considerazione l’incidenza dei fattori indicati sulla capacità di spesa del nucleo familiare, è inammissibile, in quanto rimetterebbe la concessione del beneficio alla discrezionale determinazione del singolo giudice, quando invece la determinazione dei presupposti di accesso a tale provvidenza è riservata alla competenza del legislatore.

La legge è intervenuta nella regolazione di fattispecie diverse, quali il patrocinio a spese dello Stato nelle controversie civili transfrontaliere e nel processo penale; in particolare, con riferimento a quest’ultimo, questa Corte, con la sentenza n. 237 del 2015, ha ritenuto ragionevole la differenziazione della disciplina, rispetto a quella del processo civile, in ragione della diversità degli oneri economici dei diversi procedimenti che vengono in rilievo.

Sebbene l’ontologica diversità dei singoli procedimenti possa giustificare discipline differenziate, tuttavia la necessità di una concreta valutazione delle condizioni economiche, da prendere in considerazione per la concessione del beneficio, rappresenta una ineludibile istanza di giustizia.

Ed invero, l’attuale formulazione dell’art. 76, comma 2, del d.P.R. n. 115 del 2002 considera in maniera unilaterale la composizione plurisoggettiva della famiglia, poiché attribuisce rilievo alla convivenza solo quando essa comporti un accrescimento delle capacità economiche del nucleo familiare (dovendosi computare, ai fini della determinazione della soglia di ammissione al beneficio, anche il reddito percetto dai componenti diversi dall’istante), mentre, senza una logica giustificazione, non viene in considerazione la simmetrica situazione di un reddito familiare destinato al mantenimento di una pluralità di soggetti.

Nel decidere per l’inammissibilità della questione, va comunque sottolineata l’esigenza di un intervento normativo volto a sanare l’evidente inadeguatezza dell’attuale disciplina, dando la dovuta rilevanza agli elementi idonei ad incidere sul livello reddituale richiesto per l’ammissione al beneficio del patrocinio a spese dello Stato.

PQM

per questi motivi

LA CORTE COSTITUZIONALE

dichiara inammissibile la questione di legittimità costituzionale dell’art. 76, comma 2, del decreto del Presidente della Repubblica 30 maggio 2002, n. 115, recante «Testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di spese di giustizia (Testo A)», sollevata, in riferimento agli artt. 2,3,24 e 31, primo comma, della Costituzione, dal Tribunale ordinario di Verona, con l’ordinanza indicata in epigrafe.

Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, l’11 luglio 2017.

DEPOSITATA IN SEGRETERIA IL 20 OTT. 2017.


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1 Commento

  1. Se il reddito lo consente, l’avvocato è iscritto al patrocinio gratuito, ma nega il patrocinio, cosa bisogna fare?

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