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Editoriali Come contestare la multa sulle strisce blu

Editoriali Pubblicato il 9 novembre 2017

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> Editoriali Pubblicato il 9 novembre 2017

Motivi di ricorso contro le multe sulle aree a pagamento: quando conviene fare ricorso e quando invece è meglio pagare.

Hai lasciato, per qualche ora, l’auto in una zona a pagamento, dove erano presenti le strisce blu. Quando sei ritornato hai però trovato una multa sul parabrezza che ti intima di versare circa 40 euro nelle casse del Comune. Anche se si tratta di un importo minimo, che non pesa sul tuo bilancio familiare, vorresti cercare un modo per non pagare visto che, in città, non c’è più uno spazio libero dove lasciare la macchina e, dall’altro lato, la polizia Municipale non sempre applica criteri imparziali nello scegliere chi multare e chi no. Con tante auto in divieto di sosta, perché la contravvenzione è stata elevata proprio a te che, comunque, non hai intralciato il traffico? Così ti chiedi come contestare la multa sulle strisce blu. Ecco alcuni suggerimenti utili che faranno al caso tuo. Ricorda però che non pagare, né fare ricorso o peggio non ritirare le raccomandate con le multe ti porrà prima o poi davanti a un problema più grosso: quello della cartella esattoriale e, dopo di questa, verosimilmente il fermo amministrativo dell’auto. Quindi è meglio che corri ai ripari per tempo.

Multa sulle strisce blu: a quanto ammonta?

Prima di capire come contestare la multa sulle strisce blu, vediamo a quanto ammonta l’importo da pagare e, quindi, se davvero vale la pena aprire una contestazione. La multa per parcheggio sulle strisce blu ammonta a 41 euro. Se però si paga nei primi 5 giorni dalla notifica (ossia dall’arrivo della raccomandata a casa e non da quando si trova il preavviso di contravvenzione sul tergicristalli) la multa scende a 28,70 euro. Sicuramente, a voler fare ricorso al giudice di Pace si paga quasi il doppio solo di tasse (43 euro di contributo unificato), senza considerare il tempo e il costo dell’eventuale avvocato (anche se, per le multe stradali, ci si può difendere anche da soli partecipando a tutte le udienze).

Se non vuoi spendere un euro per contestare la multa sulle strisce blu, potresti valutare l’ipotesi di un ricorso al Prefetto che è totalmente gratuito, salvo i costi della raccomandata con cui presenti il ricorso stesso. In più, con questa soluzione, potresti affidarti all’eventualità che il Prefetto non risponda nei termini di legge: in tal caso infatti il ricorso si considera accolto (in base alla regola del silenzio-assenso) e la multa annullata. Il Prefetto deve rispondere entro 220 giorni se invii direttamente a lui il ricorso; entro 180 giorni invece se lo invii all’autorità che ha elevato il verbale (ad esempio la polizia municipale).

Se il Prefetto dovesse rigettare la tua richiesta, ti intimerebbe però a pagare la multa in misura piena con una maggiorazione del 10% a titolo di interessi per ogni sei mesi. C’è dunque questo rischio che, tuttavia, può essere contrastato facendo ricorso, contro la suddetta ordinanza-ingiunzione, al giudice di pace entro 30 giorni dal ricevimento della stessa.

Se le strisce blu non si vedono si può contestare la multa

Se il tuo problema è come contestare multa sulle strisce blu, una questione solitamente usata contro le multe per parcheggio in aree a pagamento è la scarsa visibilità delle strisce blu, spesso cancellate dal tempo o addirittura sovrapposte alle precedenti strisce bianche che erano state disegnate sulla stessa area (non di rado, infatti, i Comuni rendono a pagamento spazi che prima non lo erano). Questa contestazione tuttavia non dà alcuna speranza di vittoria. Difatti, è sufficiente all’inizio della strada il cartello che prescrive la sosta a pagamento, indicando gli orari e le tariffe. In pratica nel contrasto tra la segnaletica orizzontale (quella sull’asfalto) e verticale (i cartelli) prevale quest’ultima. È quindi sufficiente il cartello per documentare che l’area di sosta è a pagamento.

Ticket strisce blu pagato ma non esposto o non visibile

Ti sei mai chiesto che cosa rischi se, dopo aver lasciato l’auto sulle strisce blu e aver pagato la sosta, ti dovessi dimenticare di esporre il relativo ticket vicino al parabrezza oppure questo risulti poco visibile? Sarebbe valida la multa se, ad esempio, il bigliettino che attesta il pagamento è rimasto sul sedile del passeggero lato guida o se, per una ragione o per un’altra, dovesse cadere sul tappetino dell’auto? La risposta è stata data da una recente sentenza della Cassazione [2] secondo cui non si può elevare la multa per il mancato pagamento sulle strisce blu a chi invece acquista il ticket e poi dimentica di esporlo o lo mette in un posto poco visibile al vigile. Una cosa è infatti non pagare proprio, un’altra è invece pagare ma non esporre la ricevuta. Vittoria per gli automobilisti distratti? Non proprio. Infatti la stessa sentenza ha detto che, però, in questi casi, il giudice compensa le spese processuali tra le parti vista l’assenza di colpa del verbalizzante per non essere stato in grado di vedere il tagliando. Risultato: per non pagare 27,50 euro se ne pagano 41 di contributo unificato.

Nulla la multa sulle strisce blu se non ci sono parcheggi gratuiti

Un altro classico cavallo di battaglia contro le multe sulle strisce blu è la necessaria alternanza tra aree di sosta a pagamento e quelle gratuite che il Comune deve osservare per non fare cassa sulle spalle dei cittadini. In buona sostanza, una strada non può avere solo strisce blu, ma deve avere anche quelle bianche e le due aree devono equivalersi per estensione. L’utilizzo dei parcheggi a pagamento non può diventare un business e una speculazione ai danni degli automobilisti e della attuale difficoltà a trovare uno spazio libero dove lasciare l’auto.

Per difendersi dall’eventuale multa, l’automobilista può:

  • fotografare le zone limitrofe a quella in cui l’auto è stata parcheggiata e dimostrare al giudice di pace che tutta la zona prevede spazi di sosta a pagamento (non solo il lato opposto della strada, ma anche le vie adiacenti);
  • chiedere al Comune la mappa della città ove figuri la ripartizione tra strisce bianche e strisce blu e provare che non vi è un’equa distribuzione degli spazi, con maggiore prevalenza di quelli a pagamento.

Questa regola dell’alternanza trova però eccezioni nei seguenti casi:

  • nelle zone a traffico limitato,
  • nelle aree pedonali,
  • nei centri storici di particolare importanza e
  • nelle altre zone di particolare rilevanza urbanistica, opportunamente individuate e delimitate dalla giunta, nelle quali sussistano esigenze e condizioni particolari di traffico.

In tali casi quindi è possibile trovare solo strisce blu senza anche quelle bianche.

L’ultima delle ipotesi appena elencata, quella relativa alle zone urbane con particolari condizioni di traffico, ha consentito alle amministrazioni locali di estendere notevolmente l’ambito delle strisce blu a tutte le strade particolarmente sature e intasate dalla circolazione (si pensi a una via ove si formano puntualmente ingorghi, file e c’è sempre molto traffico). Secondo la Cassazione [3], la delibera comunale che istituisce zone di parcheggio a pagamento potrebbe, per esempio, giustificarsi in una zona densa di uffici e di servizi per il cittadino. Ma il fatto che una strada sia “satura” basta a rendere legittima l’istituzione della sosta a pagamento da parte del Comune. Dunque, non serve un’esplicita dichiarazione che la strada è «di particolare rilevanza urbanistica».

Attenzione però: il Comune non può aumentare a proprio piacimento le aree con le strisce blu senza una apposita delibera che deve essere anche motivata. Il cittadino ha la possibilità di prendere visione della delibera e vedere se esiste effettivamente. In caso contrario la multa è illegittima. Se invece la delibera dovesse esistere ma non dovesse essere motivata, la stessa andrà impugnata al Tar, il che aprirebbe un giudizio nel giudizio, con eccessivo dispendio di denaro [4].

In sintesi, se la strada dovesse risultare piena di strisce blu perché l’area è stata dichiarata di valore storico o di particolare interesse ambientale il’automobilista può difendersi:

  • chiedendo, innanzi al giudice di Pace, che il Comune depositi l’originale della delibera con cui tale zona cittadina è stata dichiarata di valore storico o ambientale (cosiddetta Zru, ossia zona a rilevanza urbanistica);
  • se il Comune deposita tale delibera, il cittadino può sempre dimostrare che l’area urbana non ha, in realtà, le caratteristiche richieste alle Zru (valore storico, artistico o ambientale) e che, pertanto, la delibera è stata adottata solo per fare cassa.

Strisce blu fuori dalla carreggiata

Altro motivo tipico di ricorso contro le strisce blu è stato a lungo quello del mancato rispetto delle regole del codice della strada sugli spazi da destinare a parcheggio a pagamento. Il codice prevede [5] che le aree destinate alle strisce blu debbano essere collocate fuori della carreggiata e comunque in modo che i veicoli parcheggiati non ostacolino lo scorrimento del traffico (come noto, la carreggiata è quella parte della strada destinata allo scorrimento dei veicoli, composta da una o più corsie di marcia). Sarebbero quindi illegittime le contravvenzioni elevate per sosta sulle strisce blu se queste aree sono state ricavate (come quasi sempre avviene) lungo la stessa strada destinata al traffico, con conseguente restringimento della carreggiata. Questo rende di fatto nulle gran parte delle multe per mancato pagamento del ticket.

Una contestazione di tale tipo potrebbe essere argomentata, nel ricorso, con le seguenti parole:

«Il Codice della Strada (art. 7, comma VI) prevede espressamente che le aree destinate al parcheggio devono essere ubicate fuori della carreggiata. Lo stesso Codice della Strada prevede (art. 3, comma I, n. 7) che per carreggiata debba intendersi la “parte della strada destinata allo scorrimento dei veicoli; essa è composta da una o più corsie di marcia ed, in genere, è pavimentata e delimitata da strisce di margine”. Ne consegue che la condotta contestata all’odierno ricorrente non integra gli estremi di alcuna fattispecie di responsabilità, poiché l’area in cui la presunta violazione sarebbe stata rilevata è stata adibita a parcheggio (a pagamento) in assoluto dispregio delle norme dettate dal Codice della Strada».

Se la multa è elevata dall’ausiliario del traffico

Le multe sulle strisce blu possono essere elevate dagli ausiliari del traffico. In questo caso l’automobilista può verificare che la nomina degli stessi sia avvenuta correttamente ossia con precisa individuazione dei poteri e con delibera del Comune. Se invece gli ausiliari del traffico sono dipendenti di una ditta esterna che ha ottenuto la gestione in appalto la gestione dell’area, è necessario che tale convenzione non sia scaduta.

L’automobilista, in questo caso, si può difendere:

  • chiedendo al Comune di esibire, davanti al giudice, la delibera che ha nominato o assunto l’ausiliare del traffico e che detta delibera ne delimiti concretamente i poteri;
  • oppure chiedendo di mostrare la convenzione che lega il Comune al gestore degli spazi a pagamento, per dar prova che essa non sia scaduta.

Se il parchimetro non consente il pagamento con carta di credito

La legge di bilancio 2016 ha imposto ai Comuni di dotare i parchimetri per la sosta sulle aree blu di meccanismo per pagare con bancomat salvo che l’amministrazione locale dimostri «impedimenti tecnici». Si tratta di una norma che, come tutte le novità approvate nel nostro Paese, richiede tuttavia l’approvazione di un decreto attuativo ministeriale, il quale ancora non è intervenuto (e chissà quanto ancora ci vorrà). Nel frattempo qualche giudice, evidentemente ansioso di attuare la novità, già ha iniziato ad annullare le multe ritenendo la norma già perfetta in sé per sé senza bisogno di attuazione. Risultato: secondo alcune sentenze, se non si paga la sosta sulle strisce blu, la multa è sin d’ora nulla se il parchimetro è senza bancomat (leggi Strisce blu: multa nulla col parchimetro senza bancomat).

Se il parchimetro non funziona la multa sulle strisce blu è nulla

Il fatto che l’auto sia parcheggiata sulle strisce blu e il parchimetro più vicino non funziona non consente di non pagare la sosta. Bisognerà cercare un secondo parchimetro posto nelle adiacenze. La legge non dice entro quale distanza debba spingersi il cittadino nella ricerca di un parchimetro funzionante, tuttavia non è possibile chiedergli uno sforzo eccessivo e tale da rendere vana la stessa sosta. Anche perché, nella ricerca di un parchimetro, potrebbe arrivare il vigile ed elevare la multa.

Ecco come bisogna fare per difendersi e contestare la multa in questi casi:

  • fotografare o filmare con lo smartphone il dispositivo non funzionante
  • chiamare la stazione dei vigili urbani o la società che gestisce detti apparecchi (il numero è di solito riportato sugli stessi) in modo da far accertare la situazione e poter, in un momento successivo, documentare la sua buona fede;
  • chiamare un testimone che possa, in un eventuale giudizio davanti al giudice di pace, dichiarare che i parchimetri più vicini erano tutti fuori uso.

note

[1] Cass. ord. n. 24779/17 del 19.10.2017.

[2] Cass. sent. n. 8282/2016.

[3] Cass. ord. n. 24939/14 del 24.11.2014.

[4] Tar Liguria sent n. 95/2017.

[5] Art. 7, comma 8, Cod. della Strada.

[6] Cass. ord. n. 22867/14 del 28.10.2014.

Autore immagine 123rf com

Cassazione civile, sez. VI, 27/04/2016, (ud. 03/12/2015, dep.27/04/2016),  n. 8282 

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

1. L’avv. A.P. impugna la sentenza n. 3806/2013 del Tribunale di Milano, depositata in data 19.3.2013 e non notificata, che ha respinto la sua impugnazione alla sentenza del giudice di pace che, pur accogliendo la sua opposizione avverso sanzione amministrativa per violazione al Codice della Strada (mancato pagamento di sosta tariffata), compensava le spese.

2. – Rileva il ricorrente che “il Giudice di Pace accoglieva il ricorso, ma compensava le spese di mediante la classica formula “Sussistono giusti motivi, ravvisabili nella particolare natura della controversia e nelle considerazioni poste a base della decisione, per compensare tra le parti le spese di lite””.

3. Impugna tale decisione il ricorrente che formula due motivi.

Nessuna attività in questa sede ha svolto la parte intimata.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

1. I motivi del ricorso.

1.1 – “Erronea motivazione e conseguente violazione e falsa applicazione di una norma di diritto ex art. 360, comma 1, n. 3, precisamente dell’art. 91 c.p.c., comma 1 e art. 92 c.p.c., comma 2”.

Rileva il ricorrente che “la compensazione parziale o totale delle spese, al di fuori dei casi di reciproca soccombenza, può essere disposta solo ed esclusivamente per gravi ed eccezionali ragioni, esplicitamente indicate nella motivazione”, e che “non è assolutamente ammissibile la ed motivazione implicita. che costituisce, dunque, palese violazione di legge”. Richiama al riguardo Cass. 2013 n. 3723. Il GDP di Cassano d’Adda non ha speso una sola parola sulle ragioni della compensazione, limitandosi puramente e semplicemente ad accogliere quanto dedotto dal ricorrente ed aggiungendo la sopra citata formula, definita “di stile”. Il giudice di pace nulla aveva motivato al riguardo, mentre “il giudice di secondo grado… ha risolto la questione con il rigetto dell’appello e con una laconica motivazione”, affermando che “il GDP ha esplicitamente descritto le ragioni giustificanti la compensazione richiamando non solo genericamente la particolare natura della controversia, ma indicando e richiamando (per evidenti ragioni di sinteticità) le considerazioni che lo hanno indotto ad accogliere l’opposizione esposte nel periodo immediatamente precedente”.

Aggiunge che il giudice dell’appello “ha laconicamente fato proprie le considerazioni del Giudice di Pace di Cassano D’Adda, senza fare alcun riferimento e/o richiamo alla mancata descrizione, da parte del GDP, delle gravi ed eccezionali ragioni giustificanti la compensazione delle spese del giudizio, nè tantomeno una motivazione implicita”. Precisa che la “grave ed eccezionale ragione” richiamata dalla norma, “non poteva di cedo essere riferita al fatto di non aver esposto “correttamente” il tagliando o ticket della sosta sul sedile anteriore, lato passeggero dell’autovettura”. Aggiunge che “secondo il Giudice dell’appello, la presunta “correttezza dell’operato del vigile” (che secondo il GDP, ha “legittimamente elevato il verbale di contravvenzione” perchè il ticket esposto sul sedile anteriore della auto non era assolutamente visibile e quindi non esposto in modo “corretto”) avrebbe legittimato una grave ed eccezionale ragione per la compensazione”. Rileva che manca una norma che disciplini espressamente le modalità di esposizione del ticket, posto che “l’art. 7, comma 1, lett. f (e non l’art. 157 C.d.S., comma 6 come erroneamente contestato), recita infatti: “Nei luoghi ove la sosta è permessa per un tempo limitato è fatto obbligo ai conducenti di segnalare, in modo chiaramente visibile, tondo in cui la sosta ha avuto inizio””. Il ricorrente sostiene che debba ritenersi “chiaramente visibile il ticket posto sul sedile anteriore e non necessariamente sul parabrezza”, e aggiunge che comunque tale fatto non può “essere considerato (grave ed eccezionale ragione per compensare le spese di lite, ex art. 92 c.p.c. in caso di opposizione alla contravvenzione come nel caso di specie”.

1.2 – Col secondo motivo il ricorrente lamenta “la palese ingiustizia della sentenza impugnata in violazione dell’art. 24 Cost.”, posto che “il ricorso avverso detta contravvenzione è stato presentato soltanto per una meni questione di giustizia, stante l’esiguità della somma da pagare Euro 45,00 oltre al costo del ticket”. Osserva che “per ottenere l’annullamento di una contravvenzione ingiusta di Euro 45,00 ha dovuto sborsare, a dir poco, dieci volte la somma della contravvenzione stessa” (costi di spostamento e costi di iscrizione a ruolo), nonchè “le spese per l’impugnazione in sede di appello ed oggi alla S.C.”.

2. Il ricorso è infondato e va rigettato.

2.1 – Data la peculiarità della vicenda appare opportuno riportare la motivazione del giudice dell’appello.

“Ciò promesso, va osservato che il giudice di Pace ha esplicitamente descritto le ragioni giustificanti la compensazione richiamando non solo, genericamente, la particolare natura della controversia, ma indicando e richiamando (per evidenti ragioni di sinteticità) le considerazioni che lo hanno indotto ad accogliere l’opposizione esposte nel periodo immediatamente precedente. Ivi, pur dando alto che tagliando per il pagamento della sosta non era stato esposto correttamente all’intento dell’abitacolo, il Giudice tuttavia ha escluso la sanzionabilità del comportamento, a affermando che, appunto, la mancata regolare esposizione non può essere assimilata alla mancanza di titolo abilitante alla sosta. E’ di tutta evidenza.

quindi, il ragionamento giustificante la compensazione: l’agente accertatore ha legittimamente elevato il verbale di contravvenzione opposto, giacchè l’auto era in sosta senza tagliando di pagamento;

solo successivamente è emersa che il contravventore-opponente aveva pagato il corrispettivo della sosta, il cui tagliando non era stato esposto in maniera visibile (sembra fosse sul sedile anteriore):

insussistenza della violazione contestata, ma correttezza dell’operato del vigile che, per difetto dell’opponente, non aveva potuto verificare l’assolvimento dell’obbligo; accertamento elevato quindi, era stato indotto da un erroneo comportamento dell’opponente.

Valutazione, quindi, del tutto condivisibile e integrante le gravi ragioni evocate nell’art. 92 c.p.c., comma 2”.

2.2 – La motivazione esposta chiarisce adeguatamente le ragioni della disposta compensazione. Il comportamento del vigile risulta corretto perchè non era dato riscontrare la presenza del tagliando, nè, se anche fosse stato lasciato sul sedile, in tale posizione sarebbe stato agevole operare il dovuto controllo. Al riguardo, data la tipologia della infrazione, è evidentemente affidato al buon senso dei conducenti esporre in modo visibile il tagliando, per agevolare l’attività di controllo e per evitare disguidi. Del resto, il giudice di pace ha correttamente escluso che la mancata adeguata esposizione del tagliando potesse legittimare la contestazione della violazione, ma ha sostanzialmente affermato che la specifica vicenda non poteva consentire di individuare un errore o negligenza riferibile al vigile e di conseguenza alla Autorità amministrativa, ai fini anche della regolazione delle spese di giudizio.

I giudici di merito hanno quindi applicato correttamente la normativa processuale in materia di regolazione delle spese, restando le altre considerazioni svolte dal ricorrente non rilevanti in questa sede.

3. Nulla per le spese in mancanza di attività in questa sede della parte intimata. Sussistono i presupposti per il versamento, da parte del ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso a norma del comma 1-bis dello stesso art. 13.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso. Nulla per le spese. Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, si dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso a norma del comma 1-bis dello stesso art. 13.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 3 dicembre 2015.

Depositato in Cancelleria il 27 aprile 2016


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