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Che rischia il cassiere che non batte lo scontrino?

10 novembre 2017


Che rischia il cassiere che non batte lo scontrino?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 10 novembre 2017



Inutile la scusa della fila dei clienti o il malfunzionamento della cassa: il cassiere deve sempre ottemperare agli obblighi fiscali imposti dalla legge all’azienda.

Perché mai un dipendente che svolge mansioni di cassiere non dovrebbe emettere lo scontrino fiscale? Non è lui a pagare le tasse; per cui, da una possibile evasione, non ne trarrebbe alcun utile. A meno che i soldi pagati dal cliente, non passando per la contabilità ufficiale, finiscano nelle sue tasche. Diciamoci la verità: il sospetto di una appropriazione indebita dei proventi derivanti dalle “vendite in nero” è forte. Talmente forte che, secondo i giudici, il cassiere che non emette lo scontrino rischia il licenziamento. Non importa che non gli vengano trovati soldi contanti addosso. A dirlo è stata proprio ieri la Cassazione [1].

Sì al licenziamento del cassiere che non batte lo scontrino perché si presume che intaschi i soldi

Nel momento in cui non viene emesso lo scontrino, il datore di lavoro subisce potenzialmente due gravi rischi. Il primo è quello di un accertamento fiscale che potrebbe derivare sia da un controllo random fatto dalla finanza all’uscita del negozio, sia dalla verifica “a tavolino” eseguita dall’Agenzia delle Entrate. In secondo luogo, non essendo possibile un controllo del denaro incassato dalle vendite in nero, sarà impossibile accertare se i soldi sono finiti effettivamente nella cassa o sono stati nascosti dal dipendente. È proprio su questi rischi che si fonda la possibilità di interrompere subito il rapporto di lavoro con il dipendente distratto. Secondo infatti la Suprema Corte è legittimo il licenziamento del cassiere che non batte lo scontrino perché si presume che abbia intascato i soldi. A nulla vale il mancato rinvenimento delle somme nella sua disponibilità o che queste siano di modico valore e complessivamente insignificanti rispetto al fatturato dell’azienda; conta infatti la violazione del patto di fedeltà con il datore e la rottura di quel legame di fiducia che, specie con chi maneggia i soldi della cassa, è necessario.

Un esempio chiarirà meglio come stanno le cose. Immaginiamo un ragazzo assunto come barman in un locale notturno. Il giovane fa prima lo scontrino alla cassa e poi serve i clienti. Una sera, in un momento di particolarmente calca, viene colto dal suo datore di lavoro a prendere dei contanti da un cliente senza però regolarizzare l’incasso con lo scontrino. Dinanzi alle contestazioni del capo, il giovane si difende sostenendo di averlo fatto solo per smaltire più velocemente la fila e servire prima gli avventori, nell’interesse sesso del bar. Prova ne è il fatto che in tasca ha solo il suo portafogli e non gli incassi della serata. Il datore non ne vuole sapere e lo licenzia: nulla infatti gli garantisce che lo stesso comportamento sia già stato attuato in precedenza, anche se passato inosservato. Chi dei due ha ragione?

A detta della Cassazione è lecito il licenziamento del cassiere che non batte lo scontrino anche per un solo episodio, perché si presume che intaschi i soldi per sé, senza farli confluire nella cassa. Anche se si tratta di piccole cifre, come ad esempio gli 80 centesimi di un caffè, il dipendente deve ottemperare agli obblighi fiscali previsti dalla normativa. E se la cassa non dovesse funzionare sarebbe tenuto a darne immediata notizia al capo affinché adotti i comportamenti del caso, senza però prendere iniziative personali. Evenienze quali il malfunzionamento del registratore di cassa, l’impegno del dipendente in altre mansioni e la mancanza di dati identificativi degli oggetti pagati e non registrati non sono giustificazioni sufficienti a perdonare questo comportamento. Il fatto, dunque, è di estrema gravità ed integra una giusta causa di licenziamento, ossia una di quelle ipotesi in cui è possibile il licenziamento in tronco, senza preavviso.

note

[1] Cass. sent. n. 26599/17 del 9.11.2017.


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