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Lo sai che? Come evitare pignoramento stipendio

Lo sai che? Pubblicato il 12 novembre 2017

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L’atto di pignoramento presso terzi deve indicare il credito per cui si agisce e l’elenco delle cartelle.

Una nuova speranza per i debitori, specie per chi ha in arretrato qualche cartella esattoriale: una sentenza della Cassazione [1] di qualche giorno fa, nel decidere sul ricorso sollevato da un contribuente, vittima del pignoramento dello stipendio da parte dell’Agente della Riscossione, ha dato un ottimo suggerimento su come evitare il pignoramento dello stipendio. Vediamo allora di capire come sfruttare questo valido consiglio. Prima però sono necessari alcuni chiarimenti per i neofiti della materia che non hanno mai avuto la triste esperienza di vedersi la busta paga ridotta di un quinto e che non sono pertanto al corrente di quali sono le procedure.

Come inizia il pignoramento dello stipendio

Per poter pignorare i beni del debitore bisogna essere in possesso di un «titolo esecutivo», ossia di un documento che attesti, in modo ufficiale, l’esistenza e l’entità del credito. Il titolo esecutivo per antonomasia è la sentenza di un giudice che, all’esito della causa, verifica il diritto di credito e lo quantifica. Ma, oltre ai provvedimenti giudiziali, i titoli esecutivi sono anche le famigerate cartelle esattoriali, le cambiali e gli assegni non pagati. Infine ci sono i contratti di mutuo firmati davanti al notaio: se non paghi la rata del finanziamento, la banca può pignorare i tuoi beni senza bisogno del giudice.

In tutti questi casi, dopo aver ottenuto il titolo esecutivo, il creditore può agire con l’esecuzione forzata e, se lo ritiene possibile, eseguire il pignoramento dello stipendio del debitore.

Vediamo ora come inizia il pignoramento dello stipendio. Questa fase parte con la notifica di un ultimo avviso di pagamento (il cosiddetto «atto di precetto») che dà al debitore altri 10 giorni di tempo per adempiere. Dopo di ché gli viene notificato l’atto di pignoramento vero e proprio che, nel caso in cui si aggredisca lo stipendio, segna il momento a partire dal quale sulla busta paga viene effettuata la trattenuta del 20%.

Se a fare il pignoramento è l’Agente della riscossione, le percentuali sono diverse:

  • sulle buste paga non superiori a 2.500 euro, la trattenuta è del 10% ossia un decimo;
  • se la busta paga si colloca tra 2.501 e 5.000 euro, la trattenuta sale al 14,28% ossia un settimo;
  • infine se la busta paga è superiore a 5.000 euro, la trattenuta è del 20% ossia un quinto.

Qui subentra una importante distinzione tra il pignoramento fatto da un privato e quello azionato da Agenzia Entrate Riscossione:

  • se ad agire è una banca o qualsiasi altro soggetto privato, il datore di lavoro, ricevuto l’atto di pignoramento dello stipendio, effettua la trattenuta ma non la versa al creditore. Deve prima attendere l’udienza (la cui data è indicata nell’atto di pignoramento stesso) in cui il magistrato, all’esito di una verifica formale e sostanziale, lo autorizza a eseguire lo storno delle somme pignorate al creditore;
  • se ad agire è Agenzia Entrate Riscossione non c’è alcuna udienza. Il datore di lavoro e il debitore ricevono l’atto di pignoramento e, da questo momento, le somme trattenute vengono versate all’esattore

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Come difendersi dall’esecuzione forzata

In generale, per difendersi dall’esecuzione forzata bisogna fare molta attenzione ai termini:

  • se il titolo esecutivo è una sentenza o un altro provvedimento del giudice, l’unico modo per sollevare contestazioni è l’appello che, come noto, va proposto entro 30 giorni. Non ci si può svegliare solo quando arriva l’atto di pignoramento perché sarebbe ormai troppo tardi (a meno che il creditore non abbia commesso un errore successivamente alla formazione del titolo stesso, per come a breve vedremo);
  • viceversa, se si tratta di un altro titolo esecutivo diverso dalla sentenza (un assegno, una cambiale, un rogito di un mutuo), è sempre possibile sollevare una opposizione nel merito del credito sostenendo, ad esempio, che l’assegno è stato emesso sulla base di un altro debito, che il contratto di mutuo prevede interessi usurari o anatocistici, ecc.

I classici motivi per contestare il pignoramento dello stipendio sono:

  • la mancata notifica del titolo esecutivo o del precetto;
  • la non corretta quantificazione delle somme dovute;
  • la non corretta quantificazione delle somme da pignorare, come nel caso di uno stipendio pignorato oltre i limiti di legge;
  • l’avvenuto pagamento nelle more della notifica del pignoramento;
  • l’esistenza di diritti di terzi sui beni pignorati come nel caso di un conto cointestato.

Contrariamente a quanto si ritiene la presenza di una cessione del quinto dello stipendio a una finanziaria non è un motivo per opporsi al pignoramento dello stipendio trattandosi di un atto volontario del debitore.

Come difendersi dal pignoramento dello stipendio

Finora abbiamo dato delle informazioni generali che valgono nella generalità dei casi e che tuttavia, per essere applicate, devono tenere conto del caso specifico. Impossibile, in questo momento, dare suggerimenti pratici se non si conosce la vicenda concreta. La Cassazione ha tuttavia aggiunto un importante tassello a questo mosaico. Con una interessante motivazione la Corte ha spiegato che l’atto di pignoramento deve indicare chiaramente a che titolo sono dovute le somme pignorate. Se non c’è una motivazione specifica è possibile evitare il pignoramento dello stipendio proponendo opposizione. La questione è meno scontata di quanto a prima vista appare se si considera il caso delle cartelle esattoriali: qui l’atto di pignoramento è nullo se privo dell’indicazione dei crediti per i quali l’esattore procede e dell’elenco delle cartelle cui fa riferimento. Questo vuol dire che il contribuente può impugnare il pignoramento e salvare la retribuzione dalla trattenuta.

La sentenza, dicevamo in apertura, è particolarmente interessante. Difatti, quando l’Agente della Riscossione agisce con il pignoramento dello stipendio è solito inviare al datore di lavoro un generico atto in cui indica l’importo del debito accumulato dal suo dipendente e gli intima di eseguire la trattenuta sulla busta paga. Lo stesso atto viene notificato al contribuente. L’azienda e il debitore però non vengono messi in condizione di conoscere a che titolo sono dovute le somme pignorate: manca cioè l’indicazione dei crediti e delle cartelle azionate. Il che non consente all’interessato di effettuare una verifica sulla correttezza del pignoramento e quindi di difendersi.

La questione giuridica

Il succo della sentenza è che l’atto di pignoramento dell’Agente della riscossione non fa fede di quanto in esso indicato perché è un atto redatto dallo stesso creditore. Il pignoramento presso terzi eseguito dall’agente di riscossione – dice la Cassazione – sebbene preordinato alla riscossione coattiva di crediti erariali, non acquisisce per ciò stesso la natura di atto pubblico ma resta pur sempre un atto processuale di parte. Pertanto l’attestazione ivi contenuta delle attività svolte dal funzionario che ha materialmente predisposto l’atto (nella specie, concernente l’allegazione di un elenco contenente l’indicazione delle cartelle di pagamento relative ai crediti posti in riscossione) non fa piena prova. L’agente della riscossione è pubblico ufficiale solo nell’attività di notifica del pignoramento, ma non quando lo redige.

note

[1] Cass. sent. n. 26519/17 del 19.11.2017.

Autore immagine: 123rf com

Corte di Cassazione, sez. III Civile, sentenza 21 settembre – 9 novembre 2017, n. 26519
Presidente Vivaldi – Relatore D’Arrigo

Svolgimento del processo

Equitalia Sud s.p.a. procedeva, ai sensi dell’art. 72-bis d.P.R. n. 602 del 1973, a sottoporre a pignoramento, per un credito di Euro 11.540,76, le somme dovute dall’Azienda Sanitaria Locale – ASL TA a S.G. .
Il Tribunale di Taranto, con sentenza del 19 maggio 2015, accoglieva l’opposizione agli atti esecutivi proposta dalla S. , dichiarando la nullità dell’atto impugnato per omessa indicazione dei crediti per i quali si procedeva.
Avverso tale decisione l’agente di riscossione propone ricorso straordinario, ai sensi dell’art. 111 Cost., articolato in due motivi. Né la debitrice, né l’ente terzo pignorato hanno svolto attività difensiva.

Motivi della decisione

1.1 Con il primo motivo si deduce la violazione o falsa applicazione dell’art. 72-bis d.P.R. n. 602 del 1973, dell’art. 543 cod. proc. civ. e degli artt. 2699 e 2700 cod. civ.
1.2 La sentenza impugnata, posta in disparte la questione della regolare notificazione delle cartelle di pagamento o degli avvisi di mora, si fonda su due considerazioni, l’una in punto di diritto e l’altra in punto di fatto.
La considerazione in punto di diritto è che al pignoramento presso terzi ex art. 72-bis d.P.R. n. 602/1973 si applica, in quanto non espressamente derogato dalla disciplina speciale e con essa compatibile (art. 49, comma 2, d.P.R. n. 602/1973), il disposto dell’art. 543, secondo comma, n. 1, cod. proc. civ., secondo cui l’atto in questione deve contenere l’indicazione del credito per cui si procede. Poiché nell’esecuzione forzata esattoriale gli unici atti che rendono edotto il debitore del contenuto del titolo esecutivo sono la cartella di pagamento ed eventualmente l’avviso di mora, la previsione del requisito contenutistico dell’atto di pignoramento implica quantomeno il riferimento a tali atti, i quali a loro volta indicano, specificandone la fonte e la natura, il credito per il quale si procede a riscossione.
In punto di fatto, il tribunale ha rilevato che l’atto di pignoramento contiene una insufficiente specificazione del credito, indicato solamente con la generica dicitura “Euro 11.540,76 per tributi/entrate”, senza alcun riferimento alle relative cartelle di pagamento. Poi aggiunge: “Non può dirsi che tali indicazioni possano ritrarsi per relationem dal corpo dell’atto di pignoramento notificato, come sostiene la società opposta. Non vi è infatti dimostrazione che con tale atto sia stato effettivamente notificato all’opponente anche l’elenco delle cartelle per cui si procede, il quale, nella produzione di Equitalia Sud S.p.A., si trova materialmente spillato all’atto di pignoramento presso terzi (…). In realtà, (…) non vi è alcuna ragionevole sicurezza che tale elenco facesse effettivamente parte dell’atto di pignoramento, come notificato il 20 novembre 2012 alla S. , posto che esso non reca alcun timbro di unione a tale atto, contiene una data apparente posteriore a questo (13 novembre 2012), redatto su un documento separato rispetto a quello principale, è posto dopo la parte conclusiva di quello recante la data dell’8 novembre 2012 ed è anche privo di alcuna autonoma sottoscrizione”.
1.3 Il ricorso in esame non contiene alcuna censura delle ragioni di diritto poste a fondamento della decisione impugnata.
La ricorrente, piuttosto, sostiene che l’effettiva allegazione, all’atto di pignoramento, dell’elenco delle cartelle di pagamento per cui si procedeva non potesse essere posta in discussione, stante la fede privilegiata di cui godono i fatti accertati dal pubblico ufficiale. Tale fidefacienza, in particolare, doveva essere riferita all’attestazione del responsabile della procedura contenuta a pag. dell’atto di pignoramento, relativa all’allegazione allo stesso dell’elenco delle cartelle di pagamento.
1.4 Il motivo è infondato e deve essere rigettato, non ricorrendo i presupposti per l’applicazione degli artt. 2699 e 2700 cod. civ..
Infatti, l’atto di pignoramento presso terzi, anche quando è predisposto nelle forme previste dall’art. 72-bis d.P.R. n. 602 del 1973, in tema di esecuzione esattoriale, ha la natura di atto esecutivo e, quindi, di atto processuale di parte. La fidefacienza di cui all’art. 2700 cod. civ. è riservata ai soli atti pubblici, sicché si rivela infondata l’affermazione secondo cui il pignoramento eseguito dall’agente di riscossione fa piena fede, fino a querela di falso, dell’attività compiuta per la sua redazione, inclusa l’effettiva allegazione dei documenti ivi menzionati.
1.5 Piena conferma di ciò si trae anche dalla previsione, contenuta nell’art. 49, comma 3, d.P.R. n. 602 del 1973, secondo cui “le funzioni demandate agli ufficiali giudiziari sono esercitate dagli ufficiali della riscossione”.
In sostanza, nell’ambito dell’attività dell’ufficiale di riscossione, occorre distinguere il caso in cui egli esercita le funzioni proprie dell’ufficiale giudiziario, rispetto alle quali assume la veste di pubblico ufficiale ed è conseguentemente dotato dei poteri di fidefacienza previsti dagli artt. 2699 e 2700 cod. civ.; dal caso in cui agisce quale operatore privato ed è quindi sprovvisto dei citati poteri.
Mentre la notificazione dell’atto di pignoramento costituisce funzione tipica dell’ufficiale giudiziario, sicché all’agente di riscossione che ad esso si sostituisce vanno riconosciuti gli stessi poteri, altrettanto non può dirsi per la stesura dell’atto medesimo, che non rientra fra le attribuzioni dell’ufficiale giudiziario, ma costituisce un atto di parte.
Consegue, in ultima analisi, che le affermazioni contenute nell’atto di pignoramento presso terzi predisposto dall’ufficiale di riscossione non godono, al pari di quelle contenute in un qualsiasi atto processuale di parte, di alcuna presunzione di veridicità fino a querela di falso.
1.6 Va dunque affermato il seguente principio di diritto:
“L’atto di pignoramento presso terzi eseguito dall’agente di riscossione ai sensi dell’art. 72-bis d.P.R. n. 602 del 1973 in sede di esecuzione esattoriale, sebbene preordinato alla riscossione coattiva di crediti erariali, non acquisisce per ciò stesso la natura di atto pubblico, ai sensi e per gli effetti degli artt. 2699 e 2700 cod. civ., conservando invece quella di atto processuale di parte. Consegue che l’attestazione ivi contenuta delle attività svolte dal funzionario che ha materialmente predisposto l’atto (nella specie, concernente l’allegazione di un elenco contenente l’indicazione delle cartelle di pagamento relative ai crediti posti in riscossione) non è assistita da fede pubblica e non fa piena prova fino a querela di falso, a differenza di quanto avviene quando l’agente di riscossione esercita – ex art. 49, comma 3, d.P.R. n. 602 del 1973 – le funzioni proprie dell’ufficiale giudiziario, ad esempio notificando il medesimo atto”.
1.7 Le ulteriori considerazioni esposte nel motivo in esame concernono profili di fatto (circa l’effettività dell’allegazione dell’elenco di cui si è più volte detto) sono quindi inammissibili in questa sede.
1.8 Il primo motivo va quindi respinto.
2. Il secondo motivo, relativo alla condanna alle spese processuali, è prospettato come meramente consequenziale all’accoglimento del motivo principale. Pertanto, esso è assorbito dal rigetto del primo motivo.
3. Nulla si dispone per le spese del presente giudizio di cassazione, in quanto né la S. , né l’ASL TA hanno svolto attività difensiva.
Sussistono, invece, i presupposti per l’applicazione dell’art. 13, comma 1 quater, del d.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, inserito dall’art. 1, comma 17, della legge 24 dicembre 2012, n. 228, sicché va disposto il versamento, da parte dell’impugnante soccombente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per l’impugnazione da lui proposta, senza spazio per valutazioni discrezionali (Sez. 3, Sentenza n. 5955 del 14/03/2014, Rv. 630550).

P.Q.M.

rigetta il ricorso. Nulla spese.
Ai sensi dell’art. 13, comma 1-quater, del d.P.R. n. 115 del 2002, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, dal parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma del comma 1-bis dello stesso art. 13.

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1 Commento

  1. il datore di lavoro puo trasmettere al mef il recupero di 4 mesi di malattia al 50% e trattenerla in una unica soluzione o comunque deve garantire il 50% sempe al dipendente

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