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Equitalia e vizi della cartella esattoriale #1: Motivazione

19 novembre 2012


Equitalia e vizi della cartella esattoriale #1: Motivazione

> Diritto e Fisco Pubblicato il 19 novembre 2012



Quali sono i “vizi propri” della cartella esattoriale che si possono impugnare con ricorso al giudice?

Esistono una serie di vizi che possono comportare la nullità della cartella di pagamento: essi, quindi, giustificano un ricorso al giudice da parte del contribuente per ottenere l’annullamento dell’atto notificatogli.

Come però abbiamo già ricordato in due precedenti articoli (Riscossione e accertamento immediatamente esecutivo e Che fare se arriva un avviso di accertamento?), la proposizione del ricorso è comunque subordinata al pagamento di 1/3 dell’imposta: per cui, nonostante l’impugnazione, una parte della cartella va pagata ugualmente.

La cartella di pagamento può essere impugnata solo per vizi propri e non per vizi riguardanti il precedente atto impositivo (per es., l’accertamento dell’Agenzia delle Entrate, un verbale Inps, la liquidazione delle imposte da parte del Comune, e così via). Dunque, si possono impugnare solo i vizi formali, che attengono proprio alla richiesta in sé di pagamento da parte di Equitalia e non i vizi dell’atto originario da cui nasce il debito.

Il contribuente che voglia impugnare i vizi del precedente accertamento lo può fare solo impugnando quel primo atto, altrimenti decade da tale possibilità e l’accertamento diventa definitivo [1]. A tale regola fanno eccezione – come vedremo più avanti – solo gli atti con cui il contribuente venga a conoscenza della pretesa impositiva, per la prima volta, proprio attraverso la notifica della cartella esattoriale [2].

Errori di calcolo

Rientrano comunque tra i vizi “propri” del ruolo e della cartella gli errori di calcolo dell’imposta iscritta a ruolo come quelli che potrebbero derivare da un errore materiale o un errore di calcolo che l’Ufficio potrebbe aver compiuto in sede di iscrizione a ruolo delle somme (al riguardo, pertanto, bisogna confrontare le singole leggi d’imposta che disciplinano le varie categorie di iscrizione a ruolo).

Difetto di motivazione

Per individuare i vizi del ruolo e della cartella che possono comportarne la nullità, bisogna conoscere gli elementi essenziali di tali atti.

1) Il ruolo deve indicare:

– codice fiscale del contribuente;

– la specie del ruolo;

– la data in cui il ruolo diverrà definitivo;

– il riferimento all’eventuale precedente atto di accertamento o, in mancanza, la motivazione – anche sintetica – della pretesa.

Se mancano tali indicazioni, non si può procedere all’iscrizione a ruolo [3].

2) La cartella (o l’avviso di accertamento) deve indicare:

– il riferimento all’eventuale precedente atto di accertamento o, in mancanza, la motivazione della pretesa tributaria [4].

Senza questa indicazione, infatti, per il contribuente sarebbe assai difficile comprendere le ragioni della pretesa di Equitalia e si violerebbe l’obbligo della chiarezza e motivazione degli atti impositivi, obbligo sancito dalla legge [5].

L’ente impositore, pertanto, ha sempre l’obbligo di chiarire nella cartella esattoriale, sia pure succintamente, le ragioni dell’iscrizione a ruolo, in modo da consentire al contribuente l’esercizio della difesa.

Tali indicazioni possono consistere nell’indicazione della mera causale o nella motivazione vera e propria [6]. Bisogna insomma indicare il tipo di violazione addebitata e le causali dei singoli importi richiesti.

L’Amministrazione non si può limitare a indicare soltanto il tipo dell’imposta iscritta a ruolo e l’importo ad essa corrispondente. Occorre invece, a pena di nullità della cartella, indicare dati e circostanze che hanno fatto sorgere l’obbligo in capo al contribuente, e le norme relative [7].

Motivazione per richiamo di altri atti

L’obbligo di motivazione può essere adempiuto se l’Amministrazione richiama precedenti atti del procedimento, già comunicati al contribuente e, in particolare, il verbale di accertamento [8]. Questa tecnica è valida solo a condizione che tali atti siano stati correttamente notificati al cittadino; diversamente, infatti, non avrebbe senso richiamare, nella motivazione, dei provvedimenti di cui il destinatario non ha mai preso conoscenza.

Quindi è sempre bene, una volta ricevuta una cartella di pagamento, verificare che gli atti su cui essa è fondata e che vengono richiamati all’interno della cartella (quale giustificazione della stessa) siano stati ricevuti con una notifica regolare.

Se invece non vi è mai stato un precedente atto o avviso di accertamento o di liquidazione, allora la cartella esattoriale deve contenere una dettagliata motivazione della pretesa, per consentire al contribuente il necessario controllo sulla correttezza della pretesa impositiva [9].

Senza, del resto, tali chiarimenti nella cartella, non avrebbe neanche senso consentire al contribuente un termine di 60 giorni per scegliere se pagare la cartella o presentare un ricorso al giudice: termine che gli viene evidentemente concesso proprio perché egli possa predisporre le proprie difese. Ma come potrebbe difendersi da una richiesta di cui non conosce la motivazione?

Pertanto, la cartella priva dell’indicazione degli elementi identificativi della pretesa va annullata: è questo l’orientamento di numerosi tribunali [10]. Gli importi richiesti dall’Amministrazione devono essere comprensibili e consentire al contribuente la possibilità di una rapida verifica sull’esattezza dei dati e calcoli forniti dall’ufficio [11].

Non spetta al cittadino, dunque, pervenire alla ricostruzione della pretesa impositiva attraverso operazioni interpretative condotte sulla base di elementi offerti in forma criptica nella cartella [12].

L’obbligo della motivazione diventa particolarmente pregnante nel caso di cartella di pagamento derivante da liquidazione automatica o da controllo formale. Infatti, in tali casi, la cartella è il primo e unico atto notificato al contribuente, non essendovi stato alcun avviso di accertamento. Pertanto la cartella deve contenere “un chiaro riferimento alla natura e ai motivi della pretesa” [13]. Sarebbe nulla una cartella da cui non si evinca quali atti siano stati portati a riscossione o quando gli estremi dei provvedimenti relativi alle iscrizioni a ruolo siano errati.

Senza l’indicazione della motivazione la cartella di pagamento è nulla.

 

 

note

[1] Cass. sent. n. 1434 del 25.01.2006; Cass. sent. n. 21477 del 11.11.2004;  Cass. sent. n. 17937 del 06.09.2004; Cass. sent. n. 6029 del 24.04.2002.

[2] Cass. sent. n. 23184 del 16.11.2005; Cass. sent. n. 21477/2004; Cass. sent. n. 3231/2005.

[3] Art. 12, comma 3, DPR 602/73.

[4] Art. 7, comma, 3, L. n. 212/2000.

[5] Art. 7, l. n. 212/2000. Cass. sent. n. 18415 del 16.09.2005.

[6] Cass. sent. n. 18415 del 16.09.2005; Cass. sent. n. 15638 del 12.08.2004; Cass. sent. n. 17947 del 6.09.2004.

[7] Così Perrucci, in Riscossione sempre più travagliata, in Boll. Trib. n. 14/2001.

[8] Cass. setn. N. 19209 del 8.09.2010.

[9] Cass. sent. n. 11722 del 14.05.20120.

[10] Comm. Trib. Torino, sent. n. 38 del 24.09.2008.

[11] Comm. Trib. Torino, sent. n. 42 del 25.09.2008.

[12] Comm. Trib. Prov. Avellino, sent. del 17.03.2008.

[13] Cass. sent. n. 18415/2005. Per un contrario orientamento confronta Cass. sent. n. 26671/2009. Secondo quest’ultima, al contrario dell’orientamento riportato nell’articolo, “nel caso di mera liquidazione dell’imposta sulla base dei dati forniti dal contribuente nella propria dichiarazione, nonché qualora vengano richiesti interessi e sovratasse per ritardato od omesso pagamento, il contribuente si trova già nella condizione di conoscere i presupposti di fatto e le ragioni giuridiche della pretesa fiscale, con l’effetto che l’onere di motivazione può considerarsi assolto dall’Ufficio mediante mero richiamo alla dichiarazione medesima”.


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