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Come dimostrare che la vendita è in realtà una donazione?

12 novembre 2017


Come dimostrare che la vendita è in realtà una donazione?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 12 novembre 2017



Gli eredi lesi nella quota di legittima possono provare la falsa donazione con ogni mezzo di prova.

Quando era ancora in vita, tuo padre ha trasferito una casa a tuo fratello e, nell’atto notarile, ha fatto apparire che si trattava di una vendita. In realtà il prezzo pattuito era irrisorio rispetto al valore effettivo dell’immobile e, peraltro, ti risulta che non ci sia mai stato il trasferimento di un euro dal conto dell’uno a quello dell’altro. Fin troppo naturale sospettare che non si sia trattato di una vendita ma di una falsa donazione. Perché mai questo artificio? Semplice, rispondi a te stesso. L’intento era quello di evitare che gli altri eredi potessero recriminare la loro parte sulla casa regalata al figlio prediletto. Così ti convinci di dover tutelare i tuoi diritti e rivolgersi al tribunale contro tuo fratello. A questo punto il problema si sposta sul fronte della prova: come dimostrare che la vendita è, in realtà, una donazione? La risposta è stata fornita dalla Cassazione con una recente sentenza [1]. Vediamo cosa dicono i giudici supremi e qual è il loro suggerimento per poter vincere il giudizio.

Gli eredi legittimari hanno sempre diritto a una parte di eredità

Partiamo dalla regola generale fissata dal codice civile. Quando muore una persona, i suoi familiari più stretti hanno sempre diritto a una quota minima del suo patrimonio anche se ciò dovesse essere in contrasto con le volontà espresse nel testamento. È la cosiddetta «quota di legittima» che spetta per legge al coniuge e ai figli (o, in loro assenza, ai nipoti) o, in ultima istanza, ai genitori (o, in loro assenza, ai nonni). Gli eredi legittimari non possono mai essere tagliati fuori dalla successione (secondo quote predeterminate dal codice civile e che variano a seconda di quanti essi sono: leggi Quali sono le quote di legittima). Il testatore è libero di disporre solo della residua parte del suo patrimonio, lasciandola a chi preferisce (cosiddetta «quota disponibile»).

I legittimari sono però tutelati non solo dalle cessioni del parente fatte nel proprio testamento, ma anche dalle donazioni compiute in vita. Ciò per evitare che una persona, in prossimità della morte, possa donare i propri beni a chi voglia, ledendo i diritti dei legittimari. Pertanto, qualora una donazione dovesse impoverire il patrimonio del familiare defunto, tanto da ridurre le quote di legittima, gli eredi potrebbero impugnarla:

  • entro 20 anni da quando è stata eseguita (ossia trascritta nei registri pubblici immobiliari);
  • entro 10 anni dalla morte del titolare.

La donazione nascosta sotto forma di vendita

Per eludere l’azione dei legittimari, succede spesso che gli anziani, anziché donare, fingano di vendere i propri beni al parente o al figlio prediletto; in tal modo, gli altri eredi non possono rivendicare alcun diritto. Difatti, appare chiaro che, se si trattasse di una compravendita, gli eredi del venditore non potrebbero eccepire nulla dopo la sua morte; invece, se si tratta di una donazione, del suo valore bisogna tenere conto al fine di verificare se la legittima è stata rispettata.

Chi si accorge che, dietro la vendita, si nasconde in realtà una donazione, può agire in tribunale a tutela dei propri diritti. Ma come dimostrare che la vendita è in realtà una donazione?

La prova della falsa donazione

Se dietro un contratto se ne nasconde in realtà un altro si dice che è stata realizzata una simulazione. La simulazione non è in sé un atto vietato dalla legge (si pensi al conto corrente del marito cointestato alla moglie solo al fine di consentirle i prelievi), salvo che vada a frodare il fisco o i diritti di altre persone. Chi viene leso da una simulazione la può impugnare entro cinque anni. Ma deve dimostrare la falsità dell’atto, ossia che le parti, pur avendo dichiarato di voler perseguire uno scopo (ad esempio la vendita di una casa) ne abbiano in realtà realizzato un altro (la donazione). Sorge allora il problema dell’onere della prova. Come fa una persona estranea agli accordi stretti privatamente tra due soggetti a dimostrare il loro effettivo intento simulatorio? A riguardo, il codice civile [2] stabilisce quanto segue:

  • se ad impugnare la simulazione è uno dei due contraenti, la prova della simulazione può essere solo documentale: bisognerà cioè tirar fuori una scrittura ove sia stata formalizzata l’intenzione delle parti di dar luogo a un effetto diverso da quello dichiarato nella scrittura stessa;
  • se ad impugnare la simulazione è un creditore o un terzo, la prova può essere di qualsiasi tipo, anche la dichiarazione di un testimone informato sui fatti (che sia cioè al corrente dei reali accordi tra le parti). Questo regime di favore è proprio volto a garantire gli estranei che, altrimenti, avrebbero serie difficoltà a dimostrare la simulazione.

La ragione della norma è che il contraente di un negozio simulato se ne può agevolmente procurare la prova documentale redigendo l’accordo simulatorio, vale a dire il contratto con il quale si dà atto dell’intento simulatorio dei contraenti del contratto simulato; invece, coloro che sono terzi rispetto ai contraenti, si trovano in una evidente situazione di eccezionale difficoltà nel procurarsi la prova della simulazione perpetrata da altri e, quindi, per essi la legge facilita l’onere probatorio.

Ebbene, gli eredi legittimari sono equiparati ai «terzi» e, quindi, non incontrano alcun limite di prova a dimostrare la simulazione.

Il figlio si tutela con tutti i mezzi possibili 

Detto ciò è facile tirare le somme. Il figlio tagliato fuori dall’eredità perché il genitore ha lasciato una casa al fratello, fingendo una vendita ma realizzando in realtà una donazione, può ricorrere a qualsiasi tipo di prova per dimostrare al giudice che si è trattato di una simulazione. Ad esempio, può chiedere alla banca gli estratti conto da cui si evince che non vi è mai stato alcun trasferimento di denaro; oppure potrebbe chiedere la testimonianza di un altro familiare che fosse consapevole del disegno truffaldino ai danni degli eredi.

note

[1] Trib. Milano sent. n. 8057/17 del 17.07.2017.

[2] Art. 1417 cod. civ.

Autore immagine: 123rf com

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