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Lo sai che? Limite versamenti in contanti

Lo sai che? Pubblicato il 13 novembre 2017

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> Lo sai che? Pubblicato il 13 novembre 2017

Solo la data certa sulla scrittura privata può evitare un accertamento fiscale sul versamento sul conto corrente bancario.

Hai accumulato una grossa somma in contanti, frutto della vendita a un privato di una serie di quadri e gioielli che conservati a casa da diverso tempo. Ora però, non potendo conservare il denaro in casa perché non hai una cassaforte, è arrivato il momento di depositarlo in banca. Non vuoi però insospettire il fisco che, un giorno, potrebbe chiederti da dove hai preso questi soldi e, magari, ipotizzare che si tratti di una evasione fiscale, mentre invece non lo è (visto che le vendite dei beni usati non devono essere dichiarate). Ecco perché ti chiedi se esiste un limite al versamento di contanti sul conto corrente bancario. Stai anche pensando a far firmare, all’acquirente, una carta in cui ammette di averti dato la somma come prezzo della vendita, in modo tale da avere un documento da esibire all’Agenzia delle Entrate qualora ve ne dovesse essere la necessità. Come risolvere questo problema? La risposta è stata data da una recente sentenza della Commissione Tributaria Provinciale di Milano [1]. Vediamo, nel dettaglio, cosa hanno detto i giudici in merito alle cautele da adottare, nel momento in cui si fa un versamento di contanti sul conto corrente e come non insospettire il fisco.

Per salvarsi da un accertamento fiscale per contanti versati sul conto bisogna giocare d’anticipo

Prima però di spiegare quali sono le cautele da porre in essere nel momento in cui si versa del denaro in banca, cerchiamo di capire se esiste un limite al versamento di contanti sul conto. La risposta è abbastanza semplice e banale: non esiste alcun tetto massimo di soldi che si possono depositare. La regola è identica sia per i prelievi che per i versamenti: il correntista può movimentare qualsiasi importo sul proprio conto, senza che ciò costituisca un illecito ai sensi della normativa sull’antiriciclaggio. Difatti, la legge pone il limite di 3mila euro solo per i «trasferimenti di denaro tra soggetti diversi», laddove per «trasferimenti» si intendono sia le vendite che le donazioni, mentre per «soggetti diversi» non ci si riferisce ai rapporti tra correntista e banca. Quando si preleva o si versa sul proprio conto corrente, infatti, la proprietà del denaro resta sempre del cliente, il quale delega la banca solo alla custodia del denaro. Dunque, non c’è un vero e proprio «trasferimento» della proprietà dei soldi. Risultato: si può effettuare un versamento sul conto anche oltre tremila euro.

Esistono però limiti di natura diversa.

Quanto ai prelievi, gli imprenditori non devono sforare il tetto di mille euro al giorno o di 5mila euro al mese; oltre questi importi, il titolare di reddito di impresa deve poter giustificare il beneficiario di tali prelievi (in altre parole, deve poter dire a cosa gli sono serviti i soldi presi dal conto corrente). Per tutti gli altri contribuenti, invece, questo tetto non vale e sono liberi di prelevare importi anche molto consistenti o, addirittura, estinguere in un sol colpo il conto e prendere il deposito in contanti.

Quanto invece ai prelievi, chiunque deve poter giustificare – qualora l’Agenzia delle Entrate glielo chieda (e può farlo fino a cinque anni dopo) – da dove proviene il denaro, come cioè se l’è procurato. E qui viene “il bello”. Non bastano dichiarazioni testimoni e – sottolinea la sentenza in commento – neanche una semplice scrittura privata firmata dalle parti. In caso di denaro proveniente da una vendita tra privati di un bene di seconda mano, è necessaria la cosiddetta «data certa», ossia un’attestazione – posta da un pubblico ufficiale – che certifichi il momento esatto in cui il documento è stato firmato. Questo perché altrimenti sarebbe fin troppo facile, intervenendo un controllo fiscale, trovare l’accondiscendenza di un amico che possa dichiarare di aver corrisposto dei contanti come prezzo della vendita di un bene usato. Una dichiarazione, fatta per iscritto, ma ex post, che non avrebbe quindi alcun valore per vincere un accertamento fiscale. Allora bisogna prevedere per tempo il rischio che l’Agenzia delle Entrate possa chiedere chiarimenti sulla provenienza dei contanti versati sul conto corrente. Bisognerà quindi stilare un contratto, che attesta la vendita, e poi bisognerà munirlo di data certa. Sono diversi i metodi per dare a un documento la data certa. Il più usato è quello della spedizione tramite raccomandata a se stesso. In buona sostanza, uno degli originali del contratto viene consegnato all’ufficio postale e spedito all’indirizzo dello stesso contribuente. In questo modo, il timbro del postino (in quanto pubblico ufficiale) è una valida attestazione del giorno, del mese e dell’anno in cui la spedizione è avvenuta. Spedizione però che non deve avvenire in busta chiusa ma con plico ripiegato su se stesso (leggi Cos’è la raccomandata a me stesso e come si fa?).

Il metodo più tradizione per dare a un documento la data certa è la registrazione all’Agenzia delle entrate. In alternativa si può chiedere l’autentica di firma del notaio.

Chi invece è pratico degli strumenti tecnologici può redigere una scrittura privata tramite computer, munirla di firma elettronica e poi spedirla a se stesso e all’altro contraente tramite posta elettronica certificata.

note

[1] Ctp Milano, sent. n. 5078/3/2017.


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