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Lo sai che? Evasione fiscale: quando si rischia il carcere

Lo sai che? Pubblicato il 14 novembre 2017

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Quando l’evasione fiscale diventa penale ed è reato: anche superata la soglia minima di punibilità c’è la tenuità del fatto, l’archiviazione e il perdono. 

Nella dichiarazione dei redditi di qualche anno fa non hai indicato alcuni pagamenti ricevuti: tra questi vi è il canone di locazione di una appartamento che hai affittato in nero, il compenso per una prestazione professionale eseguita nell’ambito della tua attività lavorativa e la vendita di alcuni prodotti che hai realizzato da solo. Peraltro, hai anche fatto la sciocchezza di versare i soldi in contanti, così ricevuti, sul tuo conto corrente personale; sai bene, infatti, che la tracciabilità di questa operazione ti espone a un rischio serio, essendo essa stessa la prova della tua evasione. Ora l’Agenzia delle Entrate ti ha comunicato l’incongruenza dei dati riportati nella denuncia dei redditi e ti ha invitato a fornire spiegazioni. La tua preoccupazione è ovviamente concentrata sulle possibili conseguenze di un accertamento. Quando si rischia il carcere per evasione fiscale? Peraltro, a ciò si aggiungono anche ulteriori precedenti che non migliorano la tua “buona fede”: qualche mese fa hai ricevuto delle cartelle esattoriali per imposte non versate in passato, ma non le hai né impugnate, né rateizzate, né pagate perché, al momento, le tue condizioni economiche non te lo consentono. Che fai? Cosa rischi in questi casi? La risposta è parzialmente fornita da una recente sentenza della Corte di Cassazione [1]. Ma procediamo con ordine.

Quando l’evasione fiscale è penale

Benché comunemente si dica che non pagare anche un euro allo Stato sia evasione fiscale (ad esempio, è evasore chi non paga il bollo auto, è evasore chi non paga il canone Rai, è evasore chi non paga le tasse sulla casa), in senso strettamente giuridico le cose stanno diversamente. Il reato di «evasione fiscale» scatta solo dopo il raggiungimento di determinati importi evasi. Prima di questa soglia, non siamo nell’ambito del penale e, pertanto, non si va in carcere. Le “evasioni” di modeste dimensioni sono infatti semplici illeciti tributari che fanno scattare semplici sanzioni. Le sanzioni, oltreché economiche (gli aggravi che si aggiungono al capitale non corrisposto allo Stato o alla pubblica amministrazione), possono essere di natura civile (come ad esempio il pignoramento della casa, dello stipendio, del conto corrente o della pensione) o di natura amministrativa (il fermo dell’auto).

Buone notizie anche per chi ha superato la soglia del penale: in caso di evasione fiscale minima non si rischia il carcere. Secondo la Cassazione, infatti, scatta la cosiddetta «tenuità del fatto» che giustifica l’archiviazione del procedimento penale.

Vediamo singolarmente tali ipotesi.

Il limite entro il quale l’evasione fiscale non è reato

Come abbiamo detto, quando il volume delle tasse non pagate rientra entro determinati tetti non scatta il penale. Tali limiti sono diversi a seconda del tipo di comportamento posto dal contribuente. Ecco tutte le ipotesi:

Dichiarazione fraudolenta

Si ha dichiarazione fraudolenta quando il contribuente altera o falsifica i dati riportati nella dichiarazioni dei redditi o Iva inserendo elementi passivi fittizi (falsa fatturazione) o modificando le scritture contabili (per chi è tenuto a compilarle). Il reato sussiste solo se:

  • l’imposta evasa è superiore a 30mila euro;
  • gli elementi sottratti all’imposizione sono superiori al 5% dell’attivo indicato in dichiarazione;
  • gli elementi sottratti all’imposizione sono superiori a 1,5 milioni di euro;
  • l’importo dei crediti e delle ritenute fittizie in diminuzione dell’imposta risulteranno superiori al 5% dell’imposta;
  • l’importo dei crediti e delle ritenute fittizie in diminuzione dell’imposta sono superiori a 30.000 euro.

Superate tali soglie siamo nell’ambito del penale e per l’evasione fiscale si va in carcere. Scatta infatti la reclusione da 1 anno e 6 mesi a 6 anni.

Dichiarazione infedele

  • Quando invece il contribuente, senza falsificare la dichiarazione, comunque omette (comunque in modo cosciente e volontario) dei redditi percepiti o aumenta le spese, si ha l’ipotesi della «dichiarazione infedele». Anche in questo caso, il reato scatta solo al raggiungimento di un tetto prefissato dalla legge:
  • l’imposta evasa deve essere superiore a 150mila euro;
  • i redditi non dichiarati devono superare il 10% del totale o comunque i 3 milioni di euro.

La punizione consiste nella reclusione da 1 a 3 anni.

Dichiarazione omessa

Chi invece non presenta la dichiarazione dei redditi, Iva e anche del 770 entro 90 giorni dalla scadenza commette il reato di «dichiarazione omessa» ma solo a condizione che l’imposta evasa sia superiore a 50mila euro. Sotto questa soglia non si va in carcere. Al di sopra, invece, scatta la reclusione da 1 a 3 anni.

Omesso versamento Iva e ritenute certificate

Il reato di omesso versamento Iva e ritenute certificate scatta solo se il debito è superiore a 250mila euro.

Emissione di fatture false e occultamento di documenti contabili

Altri due reati sono

  • emissione di fatture false o ricevute per operazioni inesistenti al fine di consentire a terzi l’evasione dell’imposta sui redditi o dell’Iva. Scatta la reclusione da 1 anno e 6 mesi a 6 anni;
  • occultamento o distruzione di documenti contabili: il reato scatta in caso di distruzione o occultamento di scritture contabili o altri documenti di cui è obbligatoria la conservazione per non consentire la ricostruzione dei redditi o del volume d’affari. Scatta la reclusione da 6 mesi a 5 anni.

La particolare tenuità del fatto

Da oggi ci sono speranze anche per chi supera, ma solo di poco, i tetti appena elencati, tetti oltre i quali – come abbiamo appena detto – scatta il penale. Secondo infatti la Cassazione per chi sfora di poco la soglia di rilevanza penale – e quindi, tutto sommato, commette «piccole evasioni» – si può ricorrere al meccanismo del codice penale chiamato «particolare tenuità del fatto» [2]. Ciò consente di chiedere l’immediata archiviazione del procedimento penale e la non applicazione della pena. Resta la fedina penale macchiata e, ovviamente, il debito tributario che verrà iscritto a ruolo e confluirà nelle cartelle esattoriali. Con tutte le conseguenze sotto il profilo esecutivo che esse comportamento (pignoramenti, ipoteche, ecc.).

Lo “sforamento” dai limiti del reato deve essere minimo poiché solo in questo caso è possibile parlare di danno lieve per l’erario o la pubblica amministrazione.

Le stesse Sezioni unite della Cassazione [3], pronunciandosi sulla guida in stato di ebbrezza, hanno affermato la possibilità di applicare la «particolare tenuità del caso» anche alle fattispecie che prevedono soglie di punibilità, aprendo così la strada all’estensione del principio anche a quelle in cui sono presenti le cosiddette soglie quantitative di punibilità, come nella quasi totalità dei reati tributari.

Per la Suprema Corte, dunque, la causa di non punibilità vale anche per i reati tributari; questa non può essere negata solo sulla base del peso dato ai beni giuridici tutelati dalle norme anti-evasione.

note

[1] Cass. sent. n. 51597/2017.

[2] Art. 131-bis cod. pen.

[3] Cass. S.U. sent. n. 13681/2016.

Autore immagine: 123rf com

Corte di Cassazione, sez. III Penale, sentenza 22 giugno – 13 novembre 2017, n. 51597
Presidente Cavallo – Relatore Rosi

Ritenuto in fatto

1. Con ordinanza del 23 settembre 2016 il Tribunale di Perugia, in sede di riesame ha rigettato l’istanza proposta da I.A. , avverso il decreto di sequestro preventivo emesso dal G.I.P. del medesimo Tribunale avente ad oggetto la somma di Euro 144.568,00 Euro, ritenuta profitto illecito conseguito dal predetto indagato del reato di cui all’art. 10 bis d.lgs n. 74 del 2000, profitto dell’importo di Euro 150.369, delle quali versate Euro 440,51, ritenendo, tra le altre argomentazioni, che il fatto non potesse essere ricondotto alla causa di non punibilità per lieve entità ex art. 131 bis c.p.
2. Avverso l’ordinanza l’indagato, per mezzo del difensore di fiducia, ha proposto ricorso per cassazione chiedendone l’annullamento per i seguenti motivi: 1) Violazione di legge ex art. 606 lett. b) ed e) c.p.p., in relazione all’art. 10 bis d.lgs n. 74 del 2000, ed all’art. 131 bis c.p., mancanza e contraddittorietà della motivazione: il Tribunale pur avendo dato atto che il superamento della soglia di punibilità, indicato dalla norma in 150.000 Euro, è minimo ha poi affermato contraddittoriamente che il danno all’erario non è esiguo. Ma recentemente le Sezioni Unite con la sentenza n. 13681 del 2016 hanno affermato la possibilità di applicare l’art. 131 bis c.p. anche alle fattispecie che prevedono soglie di punibilità; 2) Violazione di legge e contraddittorietà della motivazione in relazione alla legge extrapenale di cui all’art. 25 D.P.R. 600/73, quanto alla natura della prestazione lavorativa svolta dalla sig. C. , che invece può essere qualificata come una collaboratrice occasionale.

Considerato in diritto

1. Va rilevato che il ricorso per cassazione contro le ordinanze emesse in materia di sequestro preventivo è ammesso solo per violazione di legge, in tale nozione dovendosi comprendere sia gli “errores in iudicando” o “in procedendo”, sia quei vizi della motivazione così radicali da rendere l’apparato argomentativo posto a sostegno del provvedimento o del tutto mancante o privo dei requisiti minimi di coerenza, completezza e ragionevolezza e quindi inidoneo a rendere comprensibile l’itinerario logico seguito dal giudice (così, Sez. 6, n. 6589 del 10/1/2013, Gabriele, Rv. 254893, SSUU., n. 25932 del 26 giugno 2008, Ivanov, Rv. 239692; in precedenza, con la sentenza Sez. U, n. 5876 del 13/2/2004, P.C. Ferazzi in proc. Bevilacqua, Rv. 226710, è stato precisato che mentre rientra nel sindacato di legittimità la mancanza di motivazione o la presenza di una motivazione meramente apparente, non vi rientra la sua eventuale illogicità manifesta). Infatti il controllo operato dai giudici di legittimità investe la congruenza delle argomentazioni rispetto al fine giustificativo del provvedimento (in tal senso, Sez. 6, n. 7472 del 21/1/2009, P.M. in proc. Vespoli e altri, Rv. 242916; Sez. 6, n. 3529 dell’1/2/1999, Sabatini, Rv. 212565; Sez. 4, n. 2050 del 24/10/1996, Marseglia, Rv. 206104).
2. Pertanto, nel caso di specie, il motivo che può essere preso in considerazione afferisce unicamente ai profili segnalati di erronea applicazione del disposto di cui all’art. 131 bis c.p., rispetto alla fattispecie per la quale è stato adottato il sequestro preventivo nei confronti del ricorrente. A tale proposito è ben vero che la causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto ex art. 131 bis c.p., può essere applicata anche ai reati tributari, per i quali è prevista una soglia di punibilità collegata ad un valore. Questa Corte ha affermato il principio, in materia di omesso versamento IVA, che essa causa è applicabile, ma soltanto alla omissione per un ammontare vicinissimo alla soglia di punibilità, in considerazione del fatto che il grado di offensività che dà luogo a reato è già stato valutato dal legislatore nel determinare la soglia di rilevanza penale (cfr. Sez. 3, n. 13218/2016 del 20/11/2015, Reggiani Viani, Rv. 266570;
3. Il Tribunale delle cautela ha negato l’applicazione della invocata causa di non punibilità ex art. 131 bis c.p., unicamente sulla rilevanza dei beni giuridici tutelati dalla norma incriminatrice, senza avere svolto alcun esame sulla concreta lesione posta in essere con il reato e senza aver tenuto conto che la soglia nella fattispecie di cui trattasi costituisce il confine della insussistenza, rectius irrilevanza a fini penali del danno provocato all’Erario con il mancato versamento di quanto dovuto.
4. Pertanto il motivo deve essere accolto con conseguente annullamento dell’ordinanza e rinvio al Tribunale di Perugia, dovendo il Collegio della cautela reale effettuare nuovamente una valutazione sulla invocata tenuità del fatto, ai fini della configurabilità della causa di esclusione della punibilità prevista dall’art. 131 bis c.p., mediante “una valutazione complessa e congiunta di tutte le peculiarità della fattispecie concreta, che tenga conto, ai sensi dell’art. 133, c. 1, c.p., delle modalità della condotta, del grado di colpevolezza da esse desumibile e dell’entità del danno o del pericolo (vedi S.U. n. 13681 del 25/02/2016, Tushaj, Rv. 266590), considerando altresì le linee tracciate dalla giurisprudenza sopra menzionata in tema di reati tributari.

P.Q.M.

Annulla l’ordinanza impugnata e rinvia per nuovo esame al Tribunale di Perugia.

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