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Domande sul sesso al colloquio di lavoro: posso denunciare?

2 gennaio 2018 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 2 gennaio 2018



Durante un colloquio di lavoro, sono vietate le domande di natura personale, comprese quelle riguardanti la sfera sessuale.

Il colloquio è un momento fondamentale per ogni (aspirante) lavoratore: in pochi minuti si decide la sorte professionale del candidato. È noto che gli esaminatori sottopongono diverse domande, molte delle quali a trabocchetto: lo scopo è quello di spiazzare il candidato e verificare la sua prontezza nel risolvere questioni impreviste. I quesiti, però, non possono mai superare il limite della decenza, né possono ledere la privacy: pertanto, ogni domanda a sfondo sessuale è sicuramente vietata. Cerchiamo allora di rispondere a quanti si pongono la seguente domanda: posso denunciare domande sul sesso al colloquio di lavoro? 

Domande sul sesso al colloquio di lavoro: sono lecite?

Purtroppo, il triste fenomeno delle domande sul sesso al colloquio di lavoro è più frequente di quanto si possa pensare. Le denunce (soprattutto di donne) che hanno fatto salire alla ribalta questa deprecabile pratica sono numerose. Le domande sulle abitudini sessuali riguardano la sfera più intima della persona e, pertanto, nessuna relazione possono avere con obiettive esigenze di lavoro.

Queste domande sono assolutamente vietate. Secondo la legge, infatti, «è vietata qualsiasi discriminazione per quanto riguarda l’accesso al lavoro, in forma subordinata, autonoma o in qualsiasi altra forma, compresi i criteri di selezione e le condizioni di assunzione, nonché la promozione, indipendentemente dalle modalità di assunzione e qualunque sia il settore o il ramo di attività, a tutti i livelli della gerarchia professionale» [1].

Nello specifico, la discriminazione è vietata anche se attuata:

  • attraverso il riferimento allo stato matrimoniale o di famiglia o di gravidanza, nonché di maternità o paternità, anche adottive;
  • in modo indiretto, attraverso meccanismi di preselezione ovvero a mezzo stampa o con qualsiasi altra forma pubblicitaria che indichi come requisito professionale l’appartenenza all’uno o all’altro sesso.

La violazione dei precetti appena indicati comporta l’applicazione di un’ammenda che va da 103 a 516 euro.

La norma appena analizzata è figlia dei principi della nostra Costituzione. In quest’ultima, infatti, si fa espresso riferimento ai principi di parità e di uguaglianza di opportunità tra uomini e donne [2].

La norma sopra riportata fissa precisi limiti all’autonomia privata del datore di lavoro nell’organizzazione dell’impresa, vietando qualsiasi discriminazione per ragioni di genere in materie fondamentali quali l’accesso al lavoro e le iniziative in materia di orientamento e formazione. La disposizione prevede possibili deroghe solo per mansioni di lavoro particolarmente pesanti, individuate attraverso la contrattazione collettiva, e, nei soli settori della moda, dell’arte e dello spettacolo, qualora l’appartenenza ad un determinato sesso sia essenziale alla natura del lavoro o della prestazione.

La legge italiana, però, non prevede che questo comportamento del datore di lavoro possa costituire reato. La tutela del lavoratore, pertanto, passa per un’altra via.

Domande sul sesso al colloquio di lavoro: cosa fare

In caso di domande sul sesso al colloquio di lavoro, la persona che si ritiene discriminata (o, per sua delega, le organizzazioni sindacali, le associazioni e le organizzazioni rappresentative del diritto o dell’interesse leso, la consigliera o il consigliere di parità provinciali o regionali territorialmente competenti) può proporre dinnanzi al Giudice del Lavoro un particolare procedimento speciale d’urgenza. Il Giudice, convocate le parti e assunte sommarie informazioni, se ritiene sussistente la discriminazione, può ordinare all’autore del comportamento denunciato la cessazione del comportamento illegittimo e la rimozione degli effetti, e, se richiesto, può anche condannare l’autore del comportamento illecito al risarcimento dei danni subiti dalla persona discriminata.

Domande sul sesso al colloquio di lavoro: quando costituiscono reato?

Le domande sul sesso al colloquio di lavoro possono integrare gli estremi del reato solamente quando si spingono fino a divenire delle vere e proprie condotte moleste. Il codice penale punisce con la reclusione da cinque a dieci anni chi, mediante violenza, minaccia o abuso di autorità, costringe taluno a compiere o subire atti sessuali [3]. Perché le richieste possano integrare il reato di violenza sessuale è necessario che le stesse si concretizzino in un atto sessuale vero e proprio. Per approfondire questo argomento, si rinvia alla lettura dell’articolo Violenza sessuale: quando è reato.

A dire il vero, è difficile che un colloquio di lavoro possa trascendere in un reato così grave; più probabile, invece, è che le richieste indesiderate sfocino nel reato minore di molestie [4], per il quale si rinvia alla lettura dell’articolo Violenza e molestia sessuale: qual è la differenza.

note

[1] Art. 27, d. lgs. 198/2006 (cosiddetto Codice delle pari opportunità).

[2] Art. 37 Cost.: «La donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore. Le condizioni di lavoro devono consentire l’adempimento della sua essenziale funzione familiare e assicurare al-la madre e al bambino una speciale adeguata protezione».

[3] Art. 609-bis cod. pen.

[4] Art. 660 cod. pen.

Autore immagine: Pixabay.com

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