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Guasto telefonico: quale risarcimento danni?

19 novembre 2017


Guasto telefonico: quale risarcimento danni?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 19 novembre 2017



Oltre agli indennizzi previsti dal contratto con la compagnia telefonica è dovuto un ulteriore risarcimento del danno?

Per alcuni giorni il telefono di casa è rimasto muto. Non hai potuto né telefonare, né ricevere chiamate. Il cellulare era privo di credito e non avevi i soldi per ricaricare la scheda. Sei rimasto, insomma, isolato dal mondo e questo ti ha creato uno stato d’ansia. Peraltro stavi aspettando una telefonata importante da una società alla quale avevi inviato il curriculum, che ti avrebbe dovuto confermare o meno l’assunzione. Probabilmente hai perso un treno importante. E tutto questo per colpa della compagnia telefonica che non ha provveduto a riparare la linea in tempi brevi nonostante i numerosi solleciti. Intenzionato a chiedere un risarcimento per il guasto telefonico, inizi a spulciare il contratto con la società che ti ha attivato l’utenza. Lì però ti rendi conto che gli indennizzi sono irrisori: poche decine di euro al giorno, un’inezia rispetto al danno subìto. Così ti chiedi se, dimostrando l’ulteriore pregiudizio, un giudice potrebbe accordarti un risarcimento ulteriore. Quale risarcimento spetta per il guasto telefonico? La risposta è stata fornita dalla Cassazione qualche giorno fa [1].

Un disagio è cosa diversa da un danno

Ogni compagnia telefonica è tenuta ad adottare la cosiddetta «carta servizi», un documento in cui elenca gli standard qualitativi della propria attività, i tempi di intervento, i diritti dei clienti. Nella carta servizi sono indicati anche gli indennizzi riconosciuti in caso di guasto telefonico. Si tratta di indennizzi di importo minimo, che variano da 5 euro a 100 euro al giorno, a seconda della compagnia e del tipo di utenza (risarcimenti maggiori vengono riconosciuti nel caso di contratti business). L’utente che abbia subìto disservizi può chiedere la compensazione di tali somme con l’importo da versare con la bolletta successiva.

Ci si è chiesto però se l’utente, dimostrando un danno superiore, possa ottenere “qualcosa in più” rispetto a quanto indicato nella carta servizi. Su questo punto, dicevamo, si è appena espressa la Cassazione. Vediamo cosa ha detto.

Da quasi dieci anni la giurisprudenza ha dichiarato guerra alle cosiddette «cause bagatellari», quelle cioè intentate per fastidi, ansie e problemucci della vita quotidiana, quelli che abbiamo un po’ tutti: la fila all’ufficio con la pubblica amministrazione, lo stress per una pratica evasa tardi, un tacco rotto, una fibbia guasta, un taglio di capelli sbagliato. In questi, vi rientrano anche l’agitazione e la paura di aver perso una telefonata importante a causa di un guasto alla linea telefonica. Dunque, per la Suprema Corte, nessun ristoro economico va riconosciuto al cliente che lamentava lo stress subito per il timore di avere perduto una chiamata importante. Impossibile parlare di danno esistenziale. Ci vuole ben altro per adire il giudice. A parere della Cassazione, va tenuto bene a mente il fatto che non si può recriminare alcun danno esistenziale in caso di un semplice sconvolgimento dell’agenda o della mera perdita delle abitudini e dei riti propri della quotidianità della vita. Disagi, fastidi, disappunti, ansie, stress o violazioni del diritto alla tranquillità di tutti i giorni non danno diritto a ottenere alcun risarcimento.

Ci vogliono ben altri sconvolgimenti per ottenere tutela dal giudice che andranno comunque adeguatamente dimostrati concretamente e non con semplici affermazioni. Chi lamenta un danno all’esistenza deve fornire prove tangibili, ulteriori rispetto al fatto che la linea non ha funzionato.

note

[1] Cass. sent. n. 27299 del 16.11.2017.

Autore immagine: Pixabay.com

Corte di Cassazione, sez. VI Civile, ordinanza 30 marzo – 16 novembre 2017, n. 27229
Presidente Armano – Relatore Scarano

Svolgimento del processo

Con sentenza n. 5423 del 2015 il Tribunale di Napoli, in accoglimento del gravame interposto dalla società Telecom Italia s.p.a. e in conseguente riforma della pronunzia G. di P. di Napoli n. 4918 del 2010, ha rigettato la domanda nei suoi confronti proposta dalla sig. Ma. Ro. Sa., quale erede del defunto sig. Ci. Bu., di risarcimento del cd. danno esistenziale dal medesimo lamentato in ragione di “estenuante situazione di disagio e di ansia” causata “dal dubbio di aver perso una telefonata importante in arrivo sull’utenza di casa e determinata dalle disfunzioni presenti sulla propria linea telefonica”.
Avverso la suindicata pronunzia del giudice dell’appello la Sa., nella qualità, propone ora ricorso per cassazione, affidato ad unico motivo.
Resiste con controricorso la società Telecom Italia s.p.a.
E’ stata comunicata al P.G. e notificata ai difensori delle parti costituite proposta ex art. 380 bis c.p.c.

Motivi della decisione

Con unico motivo la ricorrente, nella qualità, denunzia “violazione e falsa applicazione” degli artt. 2043, 2059, 1218, 1225 e 1226 c.c., in riferimento all’art. 360, 1. co. n. 3, c.p.c.
Lamenta che “non può … negarsi che la privazione del servizio telefonico in entrata per quasi due anni menoma il diritto dell’utente alla libertà di comunicazione di cui all’art. 15 Cost. e di manifestazione del pensiero di cui all’art. 21 Cost. Inoltre, una situazione di volontaria inerzia per quasi due anni, ad onta dell’obbligo di assolvere alla richiesta entro il numero limitato di giorni previsto dalla carta dei servizi integra indubbiamente il delitto di cui all’art. 340 c.p.”.
Il ricorso è sotto plurimi profili inammissibile.
Va anzitutto osservato che i motivi risultano formulati in violazione dell’art. 366, 1. co. n. 6, c.p.c, atteso che la ricorrente fa riferimento ad atti e documenti del giudizio di merito [ in particolare, all’"atto di citazione notificato il 10.6.2008”, all’"atto di citazione in riassunzione, notificato l’11.9.2008”, alla sentenza del giudice di prime cure, all’atto di appello della Telecom, alla "Carta dei Servizi di Telecom Italia”] limitandosi a meramente richiamarli, senza invero debitamente ( per la parte strettamente d’interesse in questa sede ) riprodurli nel ricorso ovvero, laddove riprodotti, senza fornire puntuali indicazioni necessarie ai fini della relativa individuazione con riferimento alla sequenza dello svolgimento del processo inerente alla documentazione, come pervenuta presso la Corte di Cassazione, al fine di renderne possibile l’esame (v., da ultimo, Cass., 16/3/2012, n. 4220), con precisazione ( anche ) dell’esatta collocazione nel fascicolo d’ufficio o in quello di parte, e se essi siano stati rispettivamente acquisiti o prodotti ( anche ) in sede di giudizio di legittimità ( v. Cass., 23/3/2010, n. 6937; Cass., 12/6/2008, n. 15808; Cass., 25/5/2007, n. 12239, e, da ultimo, Cass., 6/11/2012, n. 19157 ), la mancanza anche di una sola di tali indicazioni rendendo il ricorso inammissibile (cfr., da ultimo, Cass., Sez. Un., 19/4/2016, n. 7701 ).
A tale stregua non deduce la formulata censura in modo da renderla chiara ed intellegibile in base alla lettura del solo ricorso, non ponendo questa Corte nella condizione di adempiere al proprio compito istituzionale di verificare il relativo fondamento ( v. Cass., 18/4/2006, n. 8932; Cass., 20/1/2006, n. 1108; Cass., 8/11/2005, n. 21659; Cass., 2/81/2005, n. 16132; Cass., 25/2/2004, n. 3803; Cass., 28/10/2002, n. 15177; Cass., 12/5/1998 n. 4777 ) sulla base delle sole deduzioni contenute nel medesimo, alle cui lacune non è possibile sopperire con indagini integrative ( v. Cass., 24/3/2003, n. 3158; Cass., 25/8/2003, n. 12444; Cass., l./2/1995, n. 1161 ).
Non sono infatti sufficienti affermazioni -come nel caso-apodittiche, non seguite da alcuna dimostrazione ( v. Cass., 21/8/1997, n. 7851 ), a fortiori allorquando come nella specie da esse emerge una prospettazione del fatto diversa da quella desumentesi dall’impugnata sentenza, ove viene fatto testualmente riferimento al danno da “estenuante situazione di disagio e di ansia” causata “dal dubbio di aver perso una telefonata importante in arrivo sull’utenza di casa e determinata dalle disfunzioni presenti sulla propria linea telefonica”, e non già derivante dalla violazione della “libertà di comunicazione di cui all’art. 15 Cost. e di manifestazione del pensiero di cui all’art. 21 Cost.” per “una situazione di volontaria inerzia per quasi due anni”, come in questa sede dedotto in termini invero prospettanti inammissibili profili di novità.
Trattasi dunque di doglianza inidonea a censurare la suindicata ratio deciderteli, e inammissibilmente formulata in questa sede, altresì presupponente -a prescindere dalla relativa valutazione nel merito-un accertamento fattuale di spettanza del giudice del merito.
Nell’impugnato provvedimento risulta a tale stregua fatta allora corretta applicazione del consolidato principio in base al quale all’esito delle pronunzie delle Sezioni Unite del 2008 deve escludersi che il danno cd. esistenziale rimanga integrato non già in presenza di uno “sconvolgimento esistenziale” bensì del mero “sconvolgimento dell’agenda” o nella mera perdita delle “abitudini e dei riti propri della quotidianità della vita”, e in particolare da meri disagi, fastidi, disappunti, ansie, stress o violazioni del diritto alla tranquillità ( cfr. Cass., 19/10/2016, n. 21059; Cass., 3/10/2016, n. 19641; Cass., 20/8/2015, n. 16992; Cass., Sez. Un., 11/11/2008, n. 26972; Cass., Sez. Un., 11/11/2008, n. 26973 ).
Orbene, l’esame del motivo non offre elementi per mutare orientamento al riguardo ( art. 360 bis, 1. co. n. I, c.p.c. ).
Le spese del giudizio di cassazione, liquidate come in dispositivo, seguono la soccombenza.

P. Q. M.

La Corte dichiara inammissibile il ricorso. Condanna il ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di cassazione, che liquida in complessivi Euro 1.600,00, di cui Euro 1.400,00 per onorari, oltre a spese generali ed accessori come per legge.
Ai sensi dell’art. 13, co. 1 quater, D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, come modif. dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento da parte del ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso, a norma del comma 1 bis dello stesso art. 13.


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