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Quanti sms per stalking?

19 novembre 2017


Quanti sms per stalking?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 19 novembre 2017



La persecuzione col telefono scatta solo se l’invio dei messaggi si ripete in un arco temporale consistente. 

Hai una questione in sospeso con la tua ex. Vi siete lasciati in malo modo e vorresti parlarle; ma lei non vuole più sentirti né avere contatti con te. Poiché non risponde alle tue telefonate, hai deciso di inviarle un sms. Ne seguono degli altri ed altri ancora. Anche questi, però, rimangono lettera morta. Inizi a sospettare che lei possa denunciarti per le tue insistenti pressioni in modo da vendicarsi per come l’hai trattata in passato. Con i messaggini le stai lasciando una prova scritta nelle mani perciò ti chiedi dopo quanti sms scatta lo stalking. Una domanda più che legittima: le molestie telefoniche sono infatti punite dal codice penale. Hai capito bene: a inviare troppi messaggi in chat, su Facebook o su WhatsApp si commette reato. Certo, per poter passare dal semplice fastidio all’illecito penale è necessario superare una certa soglia. Ma qual è questa soglia? A chiarirlo è stata la Cassazione con una serie di sentenze, l’ultima delle quali pubblicata qualche giorno fa [1]. Vediamo dunque dopo quanti sms scatta lo stalking.

Volendo semplificare, il reato di stalking (o, per come chiamato dal codice penale, atti persecutori)  scatta solo se la condotta del molestatore cagiona un grave e perdurante stato di ansia e paura nella vittima o la induce a cambiare abitudini di vita come, ad esempio, attivare un nuovo numero telefonico sostituendo il vecchio, cancellarsi da Facebook, cambiare strada al ritorno da casa, non rispondere più alle chiamate da anonimo. Lo stalking è contraddistinto da condotte quali quelle di sorvegliare, aspettare, appostarsi sotto casa o nel luogo di lavoro, pedinare, comunicare per telefono o via sms, minacciare, danneggiare cose di proprietà della vittima o di persone a lei vicine. L’invio continuo e reiterato di sms integra quindi reato: la vittima può denunciare il proprio persecutore o rivolgersi al Questore affinché ammonisca il responsabile.

Secondo poi la Cassazione, il perdurante stato di ansia e di timore della vittima non richiede di essere provato mediante attestazioni mediche che acclarino uno stato patologico ansioso: è sufficiente, infatti, che vi sia un effetto destabilizzante dell’equilibrio psicologico della vittima [2].

In passato la Suprema Corte ha detto che [3] integra il reato di stalking la condotta dii chi, a causa del risentimento per la cessazione del rapporto con la moglie di un collega, aveva indirizzato delle lettere e degli sms a quest’ultimo nei quali lo rendeva edotto che la moglie lo aveva tradito.

In un altro caso è stata confermata la condanna per stalking nei confronti dell’uomo che, nell’arco di dieci mesi, ha posto in essere un’attività persecutoria con sms e telefonate nei confronti della moglie per ottenere una riappacificazione, ingenerando nella stessa un turbamento psicologico concretizzatosi in un crescendo di tensione, preoccupazione, nervosismo, paura, di grave spessore e perdurante nel tempo, data la stabilità dell’atteggiamento intimidatorio rancoroso e vendicativo dell’uomo

Vediamo ora dopo quanti sms scatta lo stalking. Affinché l’invio di molti sms possa costituire il reato di atti persecutori è necessario che la condotta sia prolungata e reiterata nel tempo. A tal fine bisogna valutare due elementi:

  • il numero di sms
  • in un arco temporale relativamente ampio .

Non basta quindi aver inviato numerosi messaggi in un ambito temporale circoscritto (ad esempio una o due ore) per far scattare lo stalking ma è necessario che questi abbiano coperto un periodo prolungato. Il reato si configura infatti solo con una significativa intrusione nell’altrui sfera personale in una dimensione temporale di una certa consistenza.

Detto ciò, secondo la Cassazione [1] non c’è molestia per l’invio di 10 sms nel giro di un’ora perché è esclusa la condotta continuata e prolungata nel tempo. L’insistenza non deve essere limitata a un breve periodo quindi specie se avviene in orari consoni e normali.

Perché si configuri il reato – si legge in sentenza – è pur sempre necessaria una significativa intrusione nell’altrui sfera personale che assurga al livello di molestia o disturbo ingenerato dall’attività di comunicazione di per sé, a prescindere dal suo contenuto, che non può prescindere da una dimensione temporale del fenomeno che raggiunga una certa consistenza. In una sola ora, del resto, è difficile pensare che la vittima abbia potuto subire uno stato di ansia o un timore per la propria incolumità.

In un’altra sentenza [5] il Consiglio di Stato ha condannato una donna per l’invio massivo di ben 19 sms in poco meno di un mese.

note

[1] Cass. sent. n. 52585/17 del 17.11.2017.

[2] Cass. sent. n. 4968/17.

[3] Cass. sent. n. 29826/2015.

[4] Cass. sent. n. 5316/2014.

[5] Cons. Stato sent. n.  4241/2016.

Corte di Cassazione, sez. V Penale, sentenza 26 settembre – 30 ottobre 2017, n. 49681
Presidente Zaza – Relatore Catena

Ritenuto in fatto

1.Con la sentenza impugnata la Corte di Appello di Lecce sez. distaccata di Taranto, in riforma della sentenza emessa dal Tribunale di Taranto in composizione monocratica in data 22/12/2014 – con cui M.R. era stata condannata a pena di giustizia, oltre che al risarcimento dei danni nei confronti della costituita parte civile, in relazione al reato di cui agli artt. 612 bis, 594, 81, comma 2, cod. pen., per avere, con condotte reiterate, molestato e minacciato, nonché offeso C.M.G. , inviandole messaggi telefonici e facendole telefonate del tenore sopracitato, ed inoltre seguendola dappertutto, in modo da cagionarle un perdurante e grave stato di ansia e di paura; in (omissis) – dichiarava non doversi procedere nei confronti di M.R. in relazione al reato di cui all’art. 594 cod. pen., perché il fatto non è previsto dalla legge come reato, rideterminando la relativa pena e riducendo il risarcimento del danno.
2. M.R. ricorre personalmente, in data 24/02/2017, per:
2.1. violazione di legge e vizio di motivazione, ex art. 606, lett. b) ed e), cod. proc. pen., in riferimento all’art. 612 bis, cod. pen., in quanto l’evento indicato dalla norma, ossia lo stato di ansia o paura, nel caso in esame, difetterebbe dei necessari requisiti della perduranza e della gravità, essendo stata fornita, sul punto, dalla sentenza impugnata, una motivazione lacunosa e contraddittoria, basata, implicitamente, sulla condotta tenuta dall’imputata, come descritta dalla persona offesa, escludendosi la necessità di attestazioni mediche, e snaturando, in tal modo, la connotazione del reato come reato di evento; inoltre, le minacce non si sarebbero mai realizzate, nel tempo, dimostrando, in tal modo, la loro chiara infondatezza e l’assenza di lesività per la persona offesa, evidenziandosi, anche sotto detto aspetto, l’insussistenza di qualsivoglia fondato timore, nonché l’insussistenza dell’alterazione delle abitudini di vita, sicuramente non configurabile per la sola circostanza che la persona offesa avesse adottato una nuova utenza telefonica, al fine di evitare di essere raggiunta dalle chiamate della ricorrente;
2.2. violazione di legge, ex art. 606, lett. b), cod. proc. pen., in riferimento all’art. 612 bis, cod. pen., con riguardo alla pena inflitta, eccessiva rispetto alla scarsa gravità dei fatti, anche considerato che non sarebbe stato applicato il vincolo della continuazione con i fatti posti a base di altra sentenza di condanna, emessa nei confronti della M.R. in data 23/09/2014, avverso la quale pende ricorso per cassazione; né sarebbe adeguata la motivazione circa il mancato riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche e della sospensione condizionale della pena.

Considerato in diritto

Il ricorso va dichiarato inammissibile.
I motivi di ricorso appaiono del tutto reiterativi delle doglianze poste a fondamento del gravame, non risultando alcuna critica, rilevante in sede di legittimità, della motivazione della sentenza impugnata.
La Corte territoriale ha ricordato, anche alla luce della giurisprudenza di legittimità puntualmente citata, come, ai fini delle verificazione di uno degli eventi richiesti dalla fattispecie di cui all’art. 612 bis, cod. pen., il perdurante e grave stato di ansia e di paura non deve assurgere a livello di patologia, salvo che nel caso di contestazione del concorrente delitto di lesioni personali, essendo pertanto sufficiente, ai fini dell’integrazione del delitto di atti persecutori, che si sia prodotto un effetto destabilizzante dell’equilibrio psicologico della vittima.
In tal senso la sentenza impugnata ha affermato che non rileva, ai fini della prova dell’evento del reato, la mancata produzione di certificazione medica, considerata la condotta posta in essere dall’imputata – consistita in ossessive e reiterate telefonate minatorie e ingiuriose, oltre ad appostamenti presso l’abitazione della vittima -, che aveva prodotto un effetto destabilizzante per l’equilibrio della persona offesa, la quale aveva riferito di aver patito uno stato ansioso ed una condizione di turbamento, aggravate dall’analoga condizione in cui si erano trovati anche i suoi figli, per cui ella si era vista costretta a cambiare numero telefonico, evitando, altresì, di uscire da casa da sola, e comunque senza evitare di verificare che la M. si trovasse nei paraggi.
In tal senso, è stato specificato, la circostanza che le minacce non fossero mai state portate a realizzazione non ne escludeva la concretezza e l’idoneità a produrre uno stato di turbamento nella vittima; ciò senza considerare che la eventuale realizzazione delle minacce avrebbe determinato la verificazione di altre e diverse ipotesi criminose.
Detta motivazione appare chiaramente immune da censure rilevabili in sede di legittimità, in quanto logicamente ineccepibile ed assolutamente in linea con i principi più volte espressi da questa Corte regolatrice.
Ed infatti risulta pacifico che ai fini della integrazione del reato in esame non sia affatto necessario l’accertamento di uno stato patologico enucleabile attraverso perizie e/o certificazioni sanitarie, posto che sotto detto profilo verrebbe meno la differenza con la diversa fattispecie di lesioni personali; altro è, infatti, l’evento del delitto di lesioni – che non può che essere costituito da una malattia, intesa in senso ampio, ossia una patologia rilevabile e documentabile tanto a livello fisico che a livello mentale – rispetto ad uno degli eventi alternativamente richiesti dall’art. 612 bis, cod. pen., che evidenziano la produzione di effetti destabilizzanti per la serenità e/o l’equilibrio psicologico della vittima anche in riferimento alle sua quotidiane abitudini di vita (Sez. 5, sentenza n. 18646 del 17/02/2017, C., Rv. 270020; Sez. 5, sentenza n. 43085 del 24/09/2015, P.M. in proc. A., Rv. 265231; Sez. 5, sentenza n. 18999 del 19/02/2014, C. ed altro, Rv. 260412).
Ne discende, pertanto, che non risulta affatto necessario che la vittima prospetti espressamente e descriva con esattezza uno o più degli eventi alternativi del delitto, potendo la prova di essi desumersi dal complesso degli elementi fattuali altrimenti acquisiti e dalla condotta stessa dell’agente, qualora, in base a massime di esperienza, essa sia idonea a produrre un effetto destabilizzante su di una persona comune (Sez. 5, sentenza n. 47195 del 06/10/2015, P.M. in proc. S., Rv. 265530; Sez. 5, sentenza n. 24135 del 09/05/2012, G., Rv. 253764).
In relazione, in particolare, alla individuazione del cambiamento delle abitudini di vita, occorre considerare il significato e le conseguenze emotive della costrizione sulle abitudini di vita cui la vittima sente di essere costretta e non la valutazione, puramente quantitativa, delle variazioni apportate (Sez. 5, sentenza n. 24021 del 29/04/2014, G., Rv. 260580).
Quanto al mancato riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche, la sentenza impugnata aveva già osservato che il relativo motivo di gravame fosse già di per sé generico e, comunque, erroneamente formulato, essendosi fatto riferimento ad un giudizio di equivalenza o prevalenza rispetto ad una recidiva mai contestata; in ogni caso, è stata sottolineata la gravità delle condotte e la precedente condanna per fatti analoghi, con indicazione specifica della circostanza che la pena risultasse fissata in prossimità del minimo edittale. Peraltro la doglianza contenuta in ricorso appare, sul punto, del tutto generica, omettendo di indicare quali specifiche circostanze non sarebbero state valutate nei giudizio di merito ai fini della graduazione della pena e del riconoscimento delle invocate circostanze attenuanti.
In riferimento, infine, alla continuazione, questa era stata chiesta con i motivi di appello in maniera generica, senza l’indicazione della sentenza relativamente alla quale avrebbe dovuto essere applicata, indicando solo l’epoca degli episodi – da marzo-aprile 2010 al febbraio 2011 – neanche specificati quanto al titolo di reato. In ogni caso, il motivo di ricorso è assolutamente generico, non comprendendosi sulla scorta di quali elementi e circostanze sarebbe verificabile l’identità del disegno criminoso; ferma restando, in ogni caso, la possibilità di richiedere l’applicazione della continuazione anche in sede esecutiva.
Dall’inammissibilità del ricorso discende, ex art. 616 cod. proc. pen., la condanna della ricorrente al pagamento delle spese del procedimento e della somma di Euro 2.000,00 in favore della Cassa delle Ammende. In caso di diffusione del presente provvedimento andranno omesse le generalità e gli altri dati identificativi, a norma dell’art. 52 d. lgs. 196/2003 in quanto imposto dalla legge.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese del procedimento e della somma di Euro 2.000,00 in favore della Cassa delle Ammende. Motivazione semplificata. In caso di diffusione del presente provvedimento omettere le generalità e gli altri dati identificativi, a norma dell’art. 52 d. lgs. 196/2003 in quanto imposto dalla legge.


Consiglio di Stato, sez. III, 13/10/2016, (ud. 29/09/2016, dep.13/10/2016),  n. 4241 

FATTO e DIRITTO

1. Col provvedimento emesso in data 18 agosto 2009, in applicazione del decreto legge n. 11 del 2009, come convertito nella legge -OMISSIS-8 del 2009, il Questore della Provincia di Bologna ha ammonito l’appellante, con invito ad astenersi dal porre in essere atti persecutori nei confronti della signora -OMISSIS-

L’interessato ha proposto ricorso gerarchico al Prefetto di Bologna, che con la decisione n. -OMISSIS-del 4 novembre 2009 lo ha respinto.

2. Col ricorso -OMISSIS-del 2009 (proposto al TAR per l’Emilia Romagna, Sede di Bologna), l’appellante ha impugnato il provvedimento emesso il 18 agosto 2009, chiedendone l’annullamento per violazione di legge ed eccesso di potere.

3. Il TAR, con la sentenza -OMISSIS- del 2016, ha respinto il ricorso ed ha condannato il ricorrente al pagamento delle spese del giudizio.

4. Con l’appello in esame, l’interessato ha chiesto che, in riforma della sentenza del TAR, il ricorso di primo grado sia accolto.

5. A fondamento dell’impugnazione, egli ha dedotto col primo motivo (pp. 5-14) che il Questore avrebbe dovuto inviare l’avviso di avvio del procedimento, previsto dall’art. 7 della legge n. 241 del 1990, la cui assenza avrebbe anche comportato un difetto di istruttoria, ed avrebbe anche dovuto sentire le ‘persone informate dei fatti’.

6. Ritiene la Sezione che tali censure siano infondate e vadano respinte.

6.1. L’art. 8 del d.l. n. 11 del 2009, convertito nella legge -OMISSIS-8 del 2009, prevede che:

“1. Fino a quando non è proposta querela per il reato di cui all’ art. 612 bis c.p. , …, la persona offesa può esporre i fatti all’autorità di pubblica sicurezza avanzando richiesta al questore di ammonimento nei confronti dell’autore della condotta. La richiesta è trasmessa senza ritardo al questore”.

“2. Il questore, assunte se necessario informazioni dagli organi investigativi e sentite le persone informate dei fatti, ove ritenga fondata l’istanza, ammonisce oralmente il soggetto nei cui confronti è stato richiesto il provvedimento”.

Come ha rilevato questo Consiglio (Sez. III, 6 giugno 2016, n. 2419), sulla base di tali disposizioni il Questore, nell’ambito dei suoi poteri discrezionali, può valutare il se ed il quando emanare il provvedimento di ammonizione: oltre ad essere titolare del potere di emettere o meno la misura, egli può decidere se emanare senza indugio il provvedimento di ammonizione, oppure se le circostanze consentano di avvisare il possibile destinatario dell’atto, con l’avviso di avvio del procedimento, previsto dall’art. 7 della legge n. 241 del 1990.

Ciò si spiega perché l’eventuale anche lieve differimento dell’emanazione del provvedimento può avere gravi e a volte anche irreversibili conseguenze per chi abbia segnalato i fatti all’autorità di pubblica sicurezza.

6.2. La censura di violazione dell’art. 7 della legge n. 241 del 1990 risulta inoltre infondata, poiché l’interessato a suo tempo ha proposto ricorso gerarchico avverso l’atto del Questore (senza prospettare con l’atto d’appello di aver proposto in quella sede la censura di violazione del citato art. 7), sicché sotto tale profilo si deve ritenere che in sostanza comunque egli ha potuto rappresentare le proprie ragioni in sede amministrativa, prima ancora di proporre il ricorso giurisdizionale (in termini, Sez. III, 6 giugno 2016, n. 2419).

6.3. Quanto alla mancata acquisizione di elementi istruttori da parte delle persone informate, osserva la Sezione che la censura è infondata in punto di fatto, poiché il Questore ha tenuto conto delle informative già acquisite e di quanto risultava agli atti dell’istituto scolastico, presso il quale a suo tempo lavoravano le persone coinvolte.

La censura è comunque infondata in punto di diritto, poiché la normativa sopra riportata attribuisce al Questore il potere di valutare se sia “necessario” acquisire le informazioni, ben potendo l’Amministrazione ravvisare gli estremi per provvedere immediatamente, per evitare la reiterazione dei comportamenti, in un’ottica di non ritardabile protezione della persona offesa.

7. Col secondo motivo (v. pp 14-21), l’appellante ha dedotto che:

– sarebbero stati violati il principio di legalità e quello di irretroattività, poiché l’atto ha richiamato anche episodi che risalirebbero al 2007, dunque ad epoca antecedente alla data di entrata in vigore della normativa attributiva del potere al Questore;

– quanto agli episodi successivi ad essa successivi, si sarebbe attribuito rilievo “ad alcuni SMS pervenuti da utenze fisse sempre diverse sul cellulare dell’esponenti, insufficienti ad integrare la fattispecie e la cui provenienza e riconducibilità … non è mai stata in nessun modo accertata né periziata”;

– la ricostruzione della richiedente il provvedimento di ammonizione – circa la sussistenza del suo ‘grave stato di ansia’ – si dovrebbe considerare sostanzialmente inattendibile, poiché ella in data 12 marzo 2009 ha telefonato ad una cugina dell’appellante, per sincerarsi del suo stato di salute in quanto coinvolto in un incidente stradale.

8. Ritiene la Sezione che anche tali censure siano infondate.

In primo luogo, il provvedimento disciplinato dall’art. 8, sopra riportato, non comporta l’irrogazione di una sanzione penale, sicché il principio di irretroattività risulta non propriamente richiamato.

Al contrario, l’art. 8 ha attribuito al Questore il potere di porre rimedio anche alle situazioni sorte prima della sua entrata in vigore: non solo rileva il principio tempus regit actum, ma rilevano anche la ratio e il testo del medesimo art. 8, che hanno mirato ad evitare che possano degenerare le situazioni, anche quelle sorte prima dell’entrata in vigore di quella legge.

In altri termini, in linea di principio subito dopo l’entrata in vigore dell’art. 8 la persona offesa ben poteva esporre i fatti all’autorità di pubblica sicurezza, sollecitando l’esercizio dei poteri da esso previsti.

Peraltro, nella specie sono risultati anche comportamenti posti in essere successivamente all’entrata in vigore dell’art. 8.

Come ha puntualmente evidenziato la sentenza impugnata, tra il 19 giugno 2009 e il 13 luglio 2009 (ben oltre la sua entrata in vigore), la persona offesa ha ricevuto 19 sms, di cui ha preso cognizione il verbalizzante della Stazione dei Carabinieri di -OMISSIS-.

Malgrado la contestazione dell’appellante sulla riconducibilità alla sua persona di tali sms, ritiene la Sezione che del tutto ragionevolmente l’Amministrazione (sia il Questore che i Carabinieri) ha a lui attribuito la loro trasmissione, in ragione delle circostanze di tempo e del loro contenuto.

Non ha infine rilievo la circostanza riguardante la telefonata che l’appellante riferisce vi sia stata tra la persona offesa e la propria cugina, volta a sapere le sue condizioni di salute successive ad un incidente stradale: tale telefonata – significativamente non intercorsa con l’appellante – non può essere intesa quale elemento tale da far escludere la sussistenza dei presupposti per l’emanazione del provvedimento del Questore e comunque è di data anteriore alla trasmissione degli sms prima indicati (trasmissione che di per sé può aver fatto sorgere lo stato d’ansia e va considerata giustificativa dell’emanazione dell’atto medesimo).

9. Per le ragioni che precedono, l’appello va respinto.

La condanna al pagamento delle spese e degli onorari del secondo grado del giudizio segue la soccombenza. Di essa è fatta liquidazione nel dispositivo.

PQM

P.Q.M.

Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (Sezione Terza) respinge l’appello n. 4791 del 2016.

Condanna l’appellante al pagamento di euro 3.000 (tremila) in favore delle Amministrazioni appellate, per spese ed onorari del secondo grado del giudizio.

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall’autorità amministrativa.

Ritenuto che sussistano i presupposti di cui all’art. 52, comma 1 D. Lgs. 30 giugno 2003, n. 196, a tutela dei diritti o della dignità della parte interessata, manda alla Segreteria di procedere all’oscuramento delle generalità, nonché di qualsiasi altro dato idoneo ad identificare i signori -OMISSIS-e -OMISSIS-.

Così deciso in Roma, presso la sede del Consiglio di Stato, Palazzo Spada, nella camera di consiglio del giorno 29 settembre 2016, con l’intervento dei magistrati:

Luigi Maruotti, Presidente, Estensore

Lydia Ada Orsola Spiezia, Consigliere

Giulio Veltri, Consigliere

Massimiliano Noccelli, Consigliere

Pierfrancesco Ungari, Consigliere

DEPOSITATA IN SEGRETERIA IL 13 OTT. 2016.

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