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Le Guide Divorzio tra marito e moglie: cosa sapere

Le Guide Pubblicato il 20 novembre 2017

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Dalla separazione alle modalità per divorziare: come si calcola l’assegno di divorzio e quello di mantenimento. I diritti sul Tfr e sulla pensione di reversibilità.

Quando marito e moglie divorziano pongono definitivamente fine a ogni precedente legame. Cessano cioè tutti gli obblighi di convivenza, fedeltà e assistenza, se non entro alcuni limiti collegati all’assegno di mantenimento. In più, vengono meno anche i diritti successori: con la conseguenza che, se uno dei due muore, l’altro non è suo erede, salvo la possibilità di rivendicare una quota della pensione di reversibilità. Resta inoltre il diritto a una parte del Tfr percepito dall’ex coniuge una volta che questi abbia cessato il rapporto di lavoro. Insomma, la materia del divorzio, per quanto apparentemente semplice e lineare, trova però una serie di casi e situazioni che val la pena chiarire onde evitare equivoci e futuri conflitti. Procediamo dunque con ordine e vediamo cosa sapere sul divorzio tra marito e moglie.

Come divorziare: la separazione

Per divorziare bisogna prima separarsi. Dalla separazione poi devono passare almeno sei mesi se ci si è separati consensualmente, un anno se ci si è separati facendo una causa perché non si è trovato un accordo. L’anno decorre dalla prima udienza, quella davanti al Presidente del Tribunale.

È possibile divorziare senza separarsi nei seguenti casi:

  • per mancata consumazione del matrimonio;
  • se si verificano determinate situazioni di carattere penale (che a breve vedremo);
  • a seguito di annullamento o scioglimento del matrimonio celebrato all’estero;
  • in caso di rettifica di attribuzione di sesso.

Quanto costa divorziare?

Il costo del procedimento di divorzio dipende dal fatto che la coppia abbia o meno trovato un accordo. Nel primo caso, infatti, le spese sono sicuramente inferiori fino ad azzerarsi completamente nel caso in cui ci si rechi in Comune da soli. Con l’ausilio di un avvocato, invece, occorrono circa 500-1.200 euro a seconda della città e dell’attività da svolgere.

Se si divorzia in via giudiziale, invece, ossia con una causa, il costo può arrivare anche a 2.500 euro.

Come divorziare se c’è accordo

La via più immediata e indolore per divorziare è quella dell’accordo. Se si trova un accordo su tutti gli aspetti del divorzio (dalla divisione dei beni all’assegno di mantenimento, dall’affidamento dei figli alle visite, ecc.) si può divorziare nel giro di poche settimane (mesi se si va in tribunale). Diversamente c’è bisogno di una causa. Ecco i tre metodi per divorziare se c’è l’accordo tra marito e moglie.

Divorzio in Comune

La coppia può divorziare recandosi in Comune. È necessario che, negli accordi, non sia previsto il trasferimento di beni mobili o immobili. Non si può divorziare in Comune se si hanno ancora figli minorenni o portatore di handicap.

Andando al Comune, il Sindaco o un ufficiale di stato civile raccoglie il consenso dei coniugi e redige l’atto di divorzio. Non sono necessari altri adempimenti. Leggi Separazione e divorzio in Comune: come si fa. Ecco i passaggi da seguire:

  • prendere appuntamento con l’ufficiale di Stato civile (ci si può recare personalmente o prendere appuntamento)
  • recarsi presso il Comune per rendere la dichiarazione comune circa la volontà di divorziare;
  • ripresentarsi dopo 30 giorni per confermare l’accordo con la volontà di divorziare.

La procedura dura al massimo 30 giorni.

Documenti da presentare in Comune

  • documento di identità
  • autocertificazione (modulo in fase di elaborazione)
  • sentenza di separazione (nel caso di divorzio)
  • precedente accordo (nel caso di modifica delle precedenti condizioni)

Costi e modalità di pagamento

Divorziare in Comune è una procedura gratuita salvo il pagamento di 16 euro (importo in fase di determinazione), salvo 16 euro come diritti. L’avvocato non è necessario ma facoltativo.

Divorzio con gli avvocati

Il secondo modo per divorziare è con la negoziazione assistita: ciascuna parte nomina un avvocato e questi redigono un accordo che viene sottoscritto dai coniugi. L’accordo viene poi “convalidato” dal tribunale e ha lo stesso effetto di una sentenza. La negoziazione assistita può essere espletata anche in presenza di figli minori o portatore di handicap e di passaggi di proprietà di beni.

Tempi

Di solito i tempi dipendono dagli avvocati. In linea di principio, tutta la procedura potrebbe compiersi entro un mese.

Costi

Il costo della procedura deve tenere in questo caso conto dell’onorario degli avvocati e può variare da 500 a 1.200 euro.

Divorzio in tribunale

Ultimo modo per divorziare se c’è accordo è presentare un ricorso congiunto in Tribunale. Si può essere rappresentati, questa volta, anche da un solo avvocato, la cui spesa verrà divisa tra le parti, salvo diverso accordo. Il Presidente del Tribunale fissa un’udienza in cui le parti, a seguito di un tentativo di conciliazione, confermano la volontà di divorziare. La sentenza passa dal pubblico ministero ed è poi definitiva.

Tempi

I tempi dipendono dal carico di lavoro dei tribunali. Dalla data del deposito del ricorso possono passare anche 4-6 mesi per l’udienza.

Costi

Il costo della procedura deve tenere in questo caso conto dell’onorario degli avvocati e può variare da 500 a 1.200 euro.

Come divorziare se non c’è accordo

Se non c’è un accordo, l’unico modo per divorziare è in via giudiziale, ossia con una causa. Ognuna delle due parti nomina un avvocato e questi si affrontano in giudizio sulle varie questioni.

Tempi

I tempi sono molto ampi e dipendono dal carico di lavoro dei tribunali e dall’attività istruttoria da svolgere (prove, testimoni, acquisizioni di documenti, indagini, ecc.). Di solito la causa non dura meno di due, tre anni. Prima però si tiene un’udienza davanti al Presidente del tribunale che fissa i provvedimenti temporanei in attesa della sentenza definitiva (entità del mantenimento, assegnazione dei figli, visite, ecc.).

Costi

I costi sono molto elevati e dipendono dalla durata del giudizio e dall’attività che l’avvocato deve esperire. Si può arrivare anche a 2.500-3.000 euro.

Cosa succede se mio marito o mia moglie non vuol darmi il divorzio?

Se uno dei due coniugi si rifiuta di firmare l’accordo di divorzio, l’altro può ugualmente agire in tribunale anche in sua assenza. Il giudice valuterà la domanda e, constatata l’intollerabilità della convivenza, disporrà il divorzio.

Cosa mi spetta dopo il divorzio? Il mantenimento

Con la separazione dei coniugi, il coniuge più forte economicamente versa all’altro l’assegno di mantenimento affinché questi possa provvedere a sé stesso. L’entità viene determinata dal giudice (in caso di separazione giudiziale) o dall’accordo delle parti. Il mantenimento deve consentire al coniuge più “povero” di mantenere lo stesso tenore di vita che aveva durante il matrimonio.

Dopo il divorzio è invece dovuto l’assegno divorzile (o anche «assegno di divorzio»). I presupposti però sono completamente diversi. Infatti, con la sentenza della Cassazione del 10 maggio 2017 [1], l’assegno di divorzio non mira più a garantire lo stesso tenore di vita, ma solo l’autosufficienza economica, il minimo indispensabile cioè per vivere da soli. Se quindi l’ex coniuge ha già la disponibilità economica per mantenersi o se, pur non avendola (perché ad esempio disoccupato), è nelle condizioni fisiche di procurarsela (perché con meno di 50 anni, in buono stato di salute e con formazione adeguata), non può rivendicare più l’assegno economico.

Per ottenere l’assegno di divorzio, il coniuge che non ha la possibilità (fisica ed economica) di mantenersi deve dimostrare la propria personale condizione di non indipendenza economica sulla base di alcuni indici orientativi: il mancato possesso di redditi o cespiti patrimoniali, l’incapacità e impossibilità effettive di lavoro personale, l’indisponibilità di una casa di abitazione.

Una volta verificato il diritto all’assegno di divorzio, la misura viene determinata sulla base del reddito necessario a mententi in quel determinato ambito territoriale, tenendo quindi conto del reddito medio. A Milano, ad esempio, i giudici hanno ritenuto che sono sufficienti mille euro al mese; per cui se l’ex coniuge guadagna già 500 euro, avrà diritto ad altri 500 euro a titolo di assegno, sempre che le condizioni dell’ex gli consentano di pagare tale cifra.

Quando non spetta l’assegno di divorzio?

Non spetta l’assegno divorzile all’ex moglie che non fornisce prove sufficienti a dimostrare la sua non indipendenza economica.

Di solito l’assegno di divorzio viene riconosciuto alle donne che hanno superato i 50 anni per aver prima fatto da casalinghe e badato al ménage domestico. In tal caso la donna perde la capacità lavorativa. L’assegno viene inoltre riconosciuto all’ex moglie con una invalidità che, seppur giovane, non può impiegarsi.

Quando spetta l’assegno di divorzio?

L’assegno di divorzio spetta solo all’ex coniuge che sia privo dei mezzi sufficienti a vivere (non più dei mezzi necessari a conservare lo stile di vita coniugale) o che non possa procurarseli per ragioni legate all’età, alla salute o al mercato lavorativo.

Cosa significa indipendenza economica?

Per «indipendenza economica» si intende la capacità di una persona adulta e sana di provvedere al proprio sostentamento, cioè la capacità di avere risorse sufficienti per le spese essenziali: vitto, alloggio, esercizio dei diritti fondamentali. Un parametro può essere la soglia per accedere al patrocinio a spese dello Stato: 11.528,41 euro l’anno, circa 1.000 euro al mese. Un altro parametro può essere il reddito medio nella zona in cui vive chi chiede l’assegno. Niente assegno all’ex con reddito annuo di circa 36mila euro.

Come si stabilisce l’indipendenza economica dell’ex moglie?

Il giudice nega l’assegno di divorzio alla donna che è in grado di mantenersi da sola, ossia che è indipendente economicamente. Questa capacità la si desume da precisi indici: possesso di redditi o cespiti, capacità e possibilità effettive di lavoro, stabile disponibilità di un’abitazione. Ma se attestare il possesso, da parte dell’altro, di redditi o beni, non porrà particolari problemi, sarà più arduo dimostrarne la capacità lavorativa o le concrete chance di reperire un impiego. Per non perdere l’assegno bisogna quindi conservare carteggi (domande, annunci) che, in qualche modo, provino la volontà di trovare un lavoro e rendersi indipendente, anche se, per Cassazione  non si può pretendere da chi fruisca dell’assegno la prova “diabolica” dell’impossibilità assoluta di trovare lavoro, specie se la non indipendenza possa intuirsi anche da altri fattori.

A quanto ammonta l’assegno di divorzio dell’ex coniuge?

Non c’è una misura fissa; questa risente di due principali parametri:

  • l’eventuale titolarità di redditi da parte del coniuge che chiede l’assegno;
  • la disponibilità economica da parte del coniuge che deve versare l’assegno.

La misura dell’assegno in favore del divorziato non economicamente indipendente e non in grado di diventarlo deve tenere conto del reddito medio sufficiente a vivere nell’ambito territoriale in cui questi risiede; deve essere tale da consentirgli di condurre un’esistenza libera e dignitosa, ma contenuta in una forbice che permetta di raggiungere lo scopo senza provocarne l’illegittimo arricchimento. Il matrimonio infatti – ha detto la Cassazione – non è un’assicurazione sulla vita.

Cosa succede se l’ex moglie inizia a guadagnare?

Se successivamente alla sentenza di divorzio l’ex moglie ottiene un reddito proprio che le consente l’autosufficienza economica, l’altro coniuge può chiedere la revoca o la riduzione dell’assegno. La sentenza in materia di famiglia infatti non è mai definitiva e può sempre essere oggetto di revisione. Ma attenzione: il coniuge non può mai agire di propria iniziativa e sospendere il pagamento da solo, ma deve prima fare un ricorso al giudice affinché sia questi ad autorizzarlo modificando il proprio precedente provvedimento.

Quando non pagare l’assegno di divorzio?

Oltre alla disponibilità di redditi da parte dell’ex coniuge, c’è un altro caso in cui l’assegno di divorzio non è dovuto: quando il coniuge più debole economicamente sia stato causa, con il proprio comportamento, della rottura del matrimonio. In questi casi il giudice pronuncia il cosiddetto addebito, ossia imputa la responsabilità della rottura del matrimonio al coniuge colpevole. Le ipotesi più frequenti sono: tradimento, abbandono del tetto coniugale, violenza fisica o psicologica, ecc.

Se a subire l’addebito è il coniuge più ricco, non cambia nulla, poiché questi, anche in assenza di addebito, avrebbe comunque dovuto versare il mantenimento.

Il mantenimento per i figli

Se, come abbiamo appena detto, l’assegno di divorzio è ormai svincolato dal tenore di vita della coppia durante l’unione e mira solo a garantire l’indipendenza economica, l’assegno di mantenimento per i figli invece deve consentire a questi di continuare a vivere come nel periodo in cui i genitori erano ancora sposati. In questo caso, dunque, il tenore di vita precedente resta ancora il parametro per determinare la misura dell’assegno di mantenimento ordinario. Oltre a ciò è dovuta la partecipazione, in percentuale (di solito al 50%) delle spese straordinarie come i viaggi, i corsi di ripetizione scolastici, le spese mediche, ecc.

Se c’è l’accordo, i coniugi possono quantificare anche il mantenimento dei figli ma questo non può mai essere oggetto di completa rinuncia.

Il Tfr dell’ex coniuge

Il coniuge divorziato può ottenere una quota del Tfr percepito dall’ex. Ma solo se sussistono le seguenti condizioni:

  • i coniugi devono essere divorziati: non è quindi sufficiente che essi abbiano ottenuto la sola separazione personale (consensuale o giudiziale che sia);
  • il giudice deve aver riconosciuto al coniuge che richiede la quota di TFR il diritto ad un assegno di divorzio; assegno che, però, non deve essere stato liquidato in un’unica soluzione bensì deve essere corrisposto in forma periodica (di solito mensile). Dunque non basta che sussista un astratto diritto al mantenimento, ma occorre l’assegno sia stato liquidato dal giudice nel giudizio di divorzio;
  • l’ex coniuge che richiede la quota di T.F.R. non deve essere passato a nuove nozze: è invece irrilevante che si sia risposato il coniuge lavoratore o che abbia avuto dei figli dal nuovo matrimonio.

Sussistendo le suddette condizioni, la percentuale di TFR alla quale ha diritto l’ex coniuge spetta nella misura del 40 per cento della liquidazione maturata dal lavoratore, riferibile agli anni in cui il rapporto di lavoro è coinciso con il matrimonio. Il periodo va, quindi, calcolato ricomprendendovi anche l’intera fase della separazione, poiché il matrimonio non viene meno né con la cessazione della convivenza (separazione di fatto) né con la separazione giudiziale, ma permane fino alla pronuncia di divorzio.

Il suddetto 40 per cento va calcolato sull’importo netto (ossia effettivamente dovuto e percepito dall’ex coniuge lavoratore) e non, invece, su quello “lordo” (cioè gravato dagli oneri fiscali ).

Leggi Come ottenere il Tfr dall’ex coniuge.

La pensione di reversibilità dall’ex coniuge

l’ex coniuge può chiedere la pensione di reversibilità (o una quota di essa se il defunto si era risposato, in concorso con il coniuge rimasto/a vedovo/a) a queste condizioni:

  • il rapporto di lavoro da cui trae origine il trattamento pensionistico deve essere anteriore alla sentenza di divorzio;
  • il coniuge divorziato deve già percepire dall’ex coniuge defunto un assegno divorzile versato con cadenza periodica: in altri termini, se al momento del decesso il coniuge superstite non aveva diritto all’assegno (perché tale diritto non era mai stato riconosciuto o perché era stato riconosciuto e poi revocato) o se ha ricevuto l’assegno di divorzio in un’unica soluzione (una tantum), non avrà diritto alla pensione di reversibilità dell’ex coniuge defunto;
  • l’ex coniuge non deve essersi risposato (circostanza che, peraltro, escluderebbe nei suoi confronti l’assegno di divorzio).

Leggi Pensione di reversibilità all’ex coniuge.

Posso avere un’altra relazione se sono solo separato?

Dopo la separazione cessano gli obblighi di fedeltà e convivenza tra coniugi. Per cui è possibile avere una nuova relazione, ma non ci si può sposare ancora.

Che succede se vado a vivere con un’altra persona?

Chi va a vivere con un’altra persona perde il diritto all’assegno di divorzio se con questa persona intrattiene una relazione stabile, ossia si crea una famiglia di fatto come quelle basate sul matrimonio. L’ex però non può interrompere spontaneamente il pagamento dell’assegno di divorzio ma deve prima ottenere un provvedimento del giudice.

note

[1] Cass. sent. n. 11504/17.


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3 Commenti

  1. La mia ex moglie ha 51 anni e lavora in nero e percepisce il mantenimento cosa posso fare per provare ke lavora in nero giakke’ l ispettorato ke controlla nn mi dice se la becca durante il lavoro e quindi segnalando io nn ho la sicurezza ke ki controlla l abbia beccata per far si ke lo dimostri…posso assumere un detective privato e valere come prova?

  2. mi sto per separando da mia moglie l’appartamento che ho mi e stata donata dai miei genitori dopo il matrimonio il matrimonio e stato celebrato in comunione dei beni ho una figlia di 19 anni ed un bambino di 11 anni adesso nella mia casa vive mia moglie con i miei 2 figli voglio sapere l’appartamento e solo mio a mia moglie la posso cacciare di casa e mi ci metto io ed i miei figli quando vogliono possono venire a vivere con me oppure la mia casa per loro e sempre aperta per la mia ex mai ciao fatemi sapere

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