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Mantenimento ex moglie: che valore ha l’accordo?

21 novembre 2017


Mantenimento ex moglie: che valore ha l’accordo?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 21 novembre 2017



Sono privi di effetti i patti prematrimoniali che fissano la misura dell’assegno di mantenimento o di divorzio.

Se marito e moglie si vogliono separare o intendono procedere al divorzio lo possono fare solo in una delle seguenti tre forme: davanti al giudice, con un accordo firmato in presenza dei rispettivi avvocati o in Comune. Ogni patto fatto in autonomia, al di là di queste procedure, non ha alcun valore: sia per quanto riguarda lo scioglimento del matrimonio, che per quanto riguarda l’assegno di mantenimento. È quanto chiarito dalla Cassazione con una recente sentenza [1]. La Cassazione ha così sciolto ogni dubbio in merito alla validità dei cosiddetti «accordi pre-matrimoniali» e degli «accordi post-matrimoniali». Ma procediamo con ordine e vediamo che valore ha l’accordo sul mantenimento dell’ex moglie. Per comprendere meglio la questione ricorreremo a un esempio.

Immaginiamo che un uomo e una donna, sposati da alcuni anni, non vadano più d’accordo e decidano di separarsi. Per accelerare la definizione del distacco e definire subito i reciproci impegni, i due firmano una carta in cui si danno atto della intervenuta cessazione dell’unione, si autorizzano a vivere separati e ad intraprendere, se del caso, nuove relazioni. Inoltre, il marito si impegna a versare alla moglie 300 euro al mese a titolo di mantenimento. Nel frattempo, la coppia dà  incarico a un avvocato per avviare la pratica di separazione davanti al giudice in modo da formalizzare l’accordo e far decorrere i sei mesi dopo i quali è possibile divorziare. Senonché, in questo frangente, i due iniziano a litigare e l’iniziale spirito collaborativo viene meno. Così, la moglie decide di non aderire più alla separazione consensuale, richiesta congiuntamente con l’ex marito, ma di avviare un procedimento di separazione giudiziale, davanti cioè al tribunale, per ottenere un assegno di mantenimento più alto. L’uomo si difende producendo la scrittura privata firmata a suo tempo da entrambi, con la quale la coppia aveva predefinito l’entità degli alimenti: a suo dire, l’ex moglie non può più tirarsi indietro, avendo accettato un mantenimento di 300 euro. Secondo quest’ultima, invece, l’accordo non è valido. Chi dei due ha ragione?

Secondo la Cassazione, sono nulli tutti gli accordi firmati tra coniugi prima del matrimonio o successivamente ad esso, con cui definiscono le condizioni di una eventuale separazione o divorzio. La formalizzazione di tali intese può avvenire solo mediante:

  • separazione in tribunale: che sarà di tipo «giudiziale» se i due non trovano un accordo e decidono così di farsi causa; sarà invece «consensuale» se vi è una intesa sugli aspetti della separazione, intesa che comunque deve sempre passare dal giudice per il vaglio definitivo, specie se ci sono figli;
  • separazione con negoziazione assistita: quella cioè firmata davanti ai rispettivi avvocati e da questi autenticata, con successivo passaggio in tribunale per la ratifica;
  • separazione in Comune, davanti all’ufficiale di Stato civile: possibile solo se la coppia non ha figli minorenni o portatori di handicap e, tra gli accordi, non è previsto il trasferimento di beni.

Se, al di fuori di queste tre forme, marito e moglie si mettono d’accordo al momento di separarsi e firmano un documento che fissa, nero su bianco, l’ammontare che il marito verserà alla moglie in caso di separazione o divorzio questo accordo non ha valore. Il nostro Paese, infatti, a differenza di altri anglosassoni, non ammette gli accordi pre-matrimoniali o post-matrimoniali. La Suprema corte ribadisce che solamente il giudice può stabilire se l’assegno va versato, in che misura e se è possibile fare un versamento una tantum. Pertanto, gli accordi tra coniugi per fissare i reciproci rapporti economici in vista di un futuro divorzio sono nulli.

Le parti possono comunque accordarsi in modo tale che l’assegno venga versato in un’unica soluzione (senza poi alcuna ulteriore pretesa economica), ma solamente al momento del giudizio di divorzio. Gli accordi raggiunti in sede di separazione non possono implicare in alcun caso la rinuncia all’assegno di divorzio.

note

[1] Cass. sent. n. 2224/2017.

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