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Lo sai che? Lavoro durante la malattia: ecco quando è possibile

Lo sai che? Pubblicato il 21 novembre 2017

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> Lo sai che? Pubblicato il 21 novembre 2017

Il lavoratore, assente per malattia, che svolge un altro lavoro, essere licenziato solo se viola i doveri di correttezza, buona fede, diligenza e fedeltà al datore.

Hai avuto un brutto incidente e ora sei ingessato. Per 30 giorni non potrai tornare al lavoro. Hai il certificato medico che ti copre e la malattia ti verrà pagata regolarmente. Ma, nel frattempo, hai trovato qualcosa da fare a casa tramite il tuo computer: un’azienda ti ha offerto di svolgere un altro lavoro per questo periodo limitato. La cosa non ti dispiace perché, oltre a farti passare il tempo, ti consentirà di arrotondare lo stipendio. Il tuo datore di lavoro però lo viene a sapere e ti invita a smettere altrimenti ti licenzierà. Ti sembra un’affermazione assurda visto che la tua malattia è reale e, per di più, il secondo lavoro non è in concorrenza con il primo. Insomma, da nessuna parte è scritto che devi stare per forza a letto a guardare la televisione. Chi dei due ha ragione? Con una recentissima sentenza [1] la Cassazione spezza una lancia a favore del dipendente, ma solo a determinate condizioni. Ecco dunque quando è possibile un altro lavoro durante la malattia.

Tra i primi doveri del dipendente vi è quello di comportarsi secondo buona fede, rispettando i propri obblighi contrattuali di diligenza e fedeltà. Questo significa innanzitutto non enfatizzare la malattia e restare a casa il tempo necessario per una completa guarigione, non un giorno in più (ma neanche un giorno in meno, pena altrimenti una responsabilità dell’azienda che ha fatto lavorare un dipendente senza averne le condizioni fisiche). In secondo luogo, sebbene sia possibile avere due lavori contemporaneamente, il dipendente non deve mai svolgere attività tra loro in concorrenza; quindi i settori in cui operano le aziende datrici devono essere completamente differenti. In terzo luogo il dipendente deve fare in modo di non pregiudicare il rapido decorso della malattia, non aggravando il proprio stato di salute.

Alla luce di ciò, ecco quando è possibile lavorare durante la malattia:

  • la malattia deve essere effettiva e non simulata. Pertanto il dipendente deve essere coperto da un valido certificato medico che sia confermato anche dal medico fiscale;
  • il dipendente non deve assentarsi da casa durante gli orari di reperibilità per le visite fiscali;
  • il dipendente non deve, con il secondo lavoro, compromettere la guarigione della malattia o allungarla. Il suo dovere è guarire nel più breve tempo possibile. Questo non significa restare necessariamente a casa: laddove il tipo di malattia lo consenta, il lavoratore potrebbe anche uscire fuori dalle fasce di reperibilità, ma sempre che questo non comporto un aggravamento del suo stato;
  • la seconda attività svolta non può svolgersi in un settore identico o simile a quello dell’altra azienda. Infatti il lavoratore, per tutta la durata del contratto, ha il divieto di eseguire altre attività concorrenti col datore.

È pertanto possibile il licenziamento quando il comportamento del lavoratore sia di per sé sufficiente a far desumente l’inesistenza dell’infermità addotta a giustificazione dell’assenza, dimostrando così una fraudolenta simulazione, oppure quando, in relazione alla natura e alle caratteristiche della malattia denunciata e alle mansioni svolte sul posto di lavoro, l’attività extra lavorativa sia tale da compromettere o ritardare, anche solo in via potenziale, la guarigione del lavoratore ed il suo rientro in servizio.

note

[1] Cass. sent. n. 27333/17 del 17.11.2017.

Corte di Cassazione, sez. Lavoro, sentenza 8 giugno – 17 novembre 20147, n. 27333
Presidente Nobile – Relatore De Marinis

Fatti di causa

Con sentenza del 10 febbraio 2015, la Corte d’Appello di Firenze, in parziale riforma della decisione resa dal Tribunale di Lucca, accoglieva la domanda proposta da G.A. nei confronti della Schott Italvetro S.p.A., avente ad oggetto la declaratoria di illegittimità del licenziamento intimatogli per aver svolto, durante un periodo di assenza per malattia, attività lavorativa corrispondente a quella eseguita quale lavoratore dipendente (lavori di meccanica) in un proprio locale attiguo alla propria abitazione, ordinando la reintegrazione del lavoratore e disponendo in suo favore la condanna a titolo di risarcimento danni delle retribuzioni maturate e maturande dal licenziamento alla reintegra.
La decisione della Corte territoriale discende dall’aver questa ritenuto il limitato impegno lavorativo del dipendente insuscettibile di influire in senso pregiudizievole sul decorso della malattia sofferta e sulle necessità terapeutiche.
Per la cassazione di tale decisione ricorre la Società, affidando l’impugnazione a due motivi, cui resiste, con controricorso, il G. .

Ragioni della decisione

Con il primo motivo, la Società ricorrente, nel denunciare la violazione e falsa applicazione degli artt. 1175, 1375, 2104 e 2119 c.c. imputa alla Corte territoriale l’omessa valutazione del comportamento del lavoratore sotto il profilo dell’osservanza degli obblighi di correttezza e buona fede, in relazione all’asserita inosservanza delle prescrizioni mediche.
Nel secondo motivo il vizio di omesso esame di un fatto controverso decisivo per il giudizio è prospettato in relazione all’asserita identità dell’attività lavorativa svolta durante la malattia con quella oggetto della prestazione resa alla Società tale da indurre a dubitare della sussistenza e, comunque, dell’effetto invalidante della malattia lamentata.
I due motivi, che in quanto strettamente connessi, possono essere qui trattati congiuntamente, si appalesano del tutto infondati, atteso che la Corte territoriale, muovendo dal principio accolto da questa Corte (cfr. da ultimo Cass. 29.11.2012, n. 21253 richiamata in motivazione) per cui il comportamento del dipendente che presti attività lavorativa durante il periodo di assenza per malattia può costituire giustificato motivo di recesso da parte del datore di lavoro ove esso integri una violazione dei doveri generali di correttezza e buona fede e degli specifici obblighi contrattuali di diligenza e fedeltà, configurabile allorché il comportamento medesimo sia di per sé sufficiente a far presumere l’inesistenza dell’infermità addotta a giustificazione dell’assenza, dimostrando una sua fraudolenta simulazione o quando, valutato in relazione alla natura ed alle caratteristiche dell’infermità denunciata ed alle mansioni svolte nell’ambito del rapporto di lavoro, sia tale da pregiudicare o ritardare, anche potenzialmente, la guarigione ed il rientro in servizio del lavoratore, con violazione dell’obbligazione preparatoria e strumentale rispetto alla corretta esecuzione del contratto, ha disatteso la tesi della Società ricorrente circa la ravvisabilità nella specie di simili evenienze sulla base di un iter valutativo da ritenersi immune da vizi logici e giuridici, per essere l’esclusione, tanto della fraudolenta simulazione, quanto del pregiudizio alla tempestiva ripresa del servizio, fondata sul dato, ammesso dalla stessa Società ricorrente, della marginalità dell’impegno lavorativo, indubbiamente, da un lato, inidoneo a fondare la presunzione dell’inesistenza dell’infermità, del resto accertata in sede di CTU e, dall’altro, tale da rendere il comportamento stesso compatibile con la prescrizione medica del riposo.
Il ricorso va dunque rigettato.
Le spese seguono la soccombenza e sono liquidate come da dispositivo.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna parte ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio di legittimità, che liquida in Euro 200,00 per esborsi ed Euro 4.500,00 per compensi, oltre spese generali al 15% ed altri accessori di legge.
Ai sensi dell’art. 13, comma 1 quater del d.P.R. n. 115 del 2002, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento da parte del ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma del comma 1 bis dello stesso art. 13.

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