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Lo sai che? Se la notifica la riceve un familiare è valida?

Lo sai che? Pubblicato il 22 novembre 2017

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Consegna di raccomandate e atti giudiziari a familiari conviventi: quando impugnare la notifica.

Se la mattina sei spesso fuori di casa, per lavoro o per fare la spesa, è possibile che, in tua assenza, sia arrivato il postino, l’ufficiale giudiziario o un messo del Comune per recapitarti un atto importante. Non trovandoti, però, e per non dover tornare una seconda volta, potrebbe consegnare la busta a chi gli apre la porta: un famigliare, un ospite, la domestica, la badante. Che garanzia avresti, in questi casi, di recuperare l’atto? La questione è di massima importante se si pensa che potrebbe trattarsi di una multa, un atto giudiziario, una cartella di pagamento, un avviso dell’Agenzia delle Entrate, una richiesta di pagamento dell’Inps: tutti atti, questi, contro cui è possibile far ricorso entro termini predeterminati che decorrono proprio dalla loro notifica. Per cui, se non prontamente informato, il destinatario può correre il rischio di non esercitare i propri diritti o di doverli esercitare entro tempi più limitati rispetto a quelli previsti dalla legge. Si pensi al caso di una donna anziana, che ritira la raccomandata per conto della figlia, e poi la dimentica nella borsa senza informare l’interessata. È bene dunque chiedersi: se la notifica la riceve un familiare è valida? Lo scopriremo in questo articolo in cui approfondiremo la materia e indicheremo tutti i casi in cui il destinatario dell’atto può fare ricorso.

La notifica a mani di una persona di famiglia

Il codice di procedura civile [1] stabilisce che, se il destinatario non viene trovato a casa, l’ufficiale giudiziario (e, quindi, anche il postino nel caso si tratti di una notifica a mezzo posta) consegna copia dell’atto a un familiare o un addetto alla casa, all’ufficio o all’azienda, purché abbia almeno 14 anni e non sia palesemente incapace di intendere e volere. L’avverbio «palesemente» lascia intendere che l’ufficiale giudiziario non deve fare indagini, chiedere documenti o sottoporre a test colui che gli apre la porta: l’eventuale stato di menomazione psichica rende nulla la notifica solo se questo si può desumere a prima vista.

Se poi nessuno di tali soggetti è in casa, l’atto può essere consegnato al portiere dello stabile.

Ma come fa il destinatario effettivo della raccomandata a sapere che, quando lui non c’era, è passato il postino o l’ufficiale giudiziario per tentare la notifica e che il documento è stato affidato a un’altra persona? La legge prevede, in tali casi, l’obbligo di inviare all’interessato – a cura dell’ufficio postale – una seconda raccomandata (la cosiddetta Can, ossia la comunicazione di avviso notifica). In essa lo si informa proprio di ciò: ossia che, in una determinata data, è passato l’addetto alla notifica e che questo ha consegnato un atto al familiare convivente.

Dove si deve trovare il familiare convivente

Attenzione: la notifica al familiare è valida solo se questi è “convivente”, ossia deve trovarsi all’interno dell’abitazione del destinatario dell’atto e “frequentarlo in modo abituale”. Questa condizione infatti fa scattare la presunzione che la busta verrà consegnata all’effettivo destinatario per via dei rapporti quotidiani tra i due soggetti [2]. Per cui, l’ufficiale giudiziario non può notificare la raccomandata ad altre persone, sebbene familiari, che si trovano in luoghi diversi dalla abitazione, residenza, dimora o domicilio del destinatario. Se, ad esempio, se l’ufficiale, non trovando il destinatario dell’atto, ma sapendo che nell’appartamento di fronte vive la madre, non potrebbe consegnare la busta a quest’ultima. In tal caso la notifica sarebbe nulla. Manca infatti la presunzione di frequentazione quotidiana su cui si basa il presupposto di consegna dell’atto.

Come contestare la notifica al familiare?

Come abbiamo appena detto, la consegna dell’atto al familiare richiede che questi sia:

  • maggiore di 14 anni;
  • non palesemente incapace;
  • legato da un rapporto di convivenza non occasionale;
  • all’interno dell’abitazione o residenza del destinatario effettivo dell’atto.

È quindi nulla la notifica effettuata nel luogo di residenza del familiare che ha ricevuto l’atto e non del destinatario dell’atto stesso. È inoltre nulla la notifica se il destinatario dell’atto riesce a dimostrare la presenza occasionale e temporanea del familiare che ha preso in mano l’atto da notificare [3].

Chi deve dimostrare che il familiare non è convivente?

L’ufficiale giudiziario o il postino, prima di consegnare la busta al familiare, non devono fare indagini circa il rapporto di effettiva e stabile convivenza di questo con il destinatario dell’atto. Spetta piuttosto a quest’ultimo, in un momento successivo, se vuol constare la veridicità di tale dichiarazione, dimostrare il contrario. Se tale prova viene raggiunta la notifica è nulla. Ad esempio si può dimostrare che il familiare era presente per ragioni occasionali e momentanee nel luogo di abitazione del destinatario (si pensi alla madre che è andata a trovare la figlia lontana in occasione delle feste natalizie).

Non è invece sufficiente, per far annullare la notifica, la produzione di un certificato anagrafico attestante che il familiare abbia altrove la propria residenza. Come dire che contano i fatti più che i documenti [4].

Il familiare deve far parte dello stesso nucleo familiare?

La notifica al familiare convivente non richiede necessariamente che quest’ultimo appartenga allo stesso nucleo familiare. L’atto può essere consegnato anche a coloro che sono legati al destinatario da vincoli di sangue o di parentela, comportanti diritti e doveri reciproci e che implicano la presunzione della successiva consegna dell’atto al destinatario medesimo da parte del convivente che l’abbia accettato.

Cosa deve scrivere l’ufficiale giudiziario nella relata di notifica?

La mancata indicazione del rapporto di convivenza, così inteso nella relata e/o nell’avviso di ricevimento, non è, sufficiente per fa ritenere la nullità della notifica, che può essere dichiarata solo se il notificando, assumendo di non aver ricevuto l’atto, dimostri che la presenza del familiare in casa era del tutto occasionale e momentanea.

È valida la notifica alla fidanzata?

Secondo la Cassazione [5], la fidanzata del destinatario dell’atto da notificare non rientra tra le persone di famiglia abilitate, in assenza del destinatario ricevere l’atto, anche se si trova nella casa di abitazione di quest’ultimo. (Cass. 30.3.1992, n. 3858).

Se la notifica riguarda una cartella di pagamento

C’è una cosa molto importante che devi sapere e che spesso non si sa. Nel caso di notifica di cartelle esattoriali, quelle cioè inviate da Agenzia Entrate Riscossione, non è prevista la Can: questo significa che non riceverai al seconda raccomandata che ti informa della consegna della busta al familiare convivente. Questo significa che se vivi con una persona smemorata o con cui non vi parlate, il rischio è di non sapere per tempo della notifica. Con pericolose conseguenze sull’esercizio dei tuoi diritti.

note

[1] Art. 139 cod. proc. civ.

[2] Cass. sent. n. 25391/2017.

[3] Cass. sent. n. 187/2000.

[4] Cass. sent. n. 6953/2006 del 27.3.2006.

[5] Cass. sent. n. 3858/1992.

Cassazione sentenza n. 25391/2017

Svolgimento del processo – Motivi della decisione

Preso atto che:

il Consigliere relatore Dott. A. Scalisi ha proposto che la controversia fosse trattata in Camera di consiglio non partecipata della Sesta Sezione Civile di questa Corte, ritenendo il ricorso infondato giusti i principi espressi da questa Corte di Cassazione con Ordinanza n. 7750 del 05/04/2011 e perchè non viene censurata l’effettiva ratio della sentenza impugnata.

La proposta del relatore è stata notificata alle parti.

Letti gli atti del procedimento di cui in epigrafe.

Il Collegio premesso che:

1.- La società S.A.I.T.T., con ricorso del 27 aprile del 2016 ha chiesto a questa Corte la cassazione della sentenza n. 625 del 2015 (non notificata), con la quale la Corte di Appello di Bologna riformava la sentenza del Tribunale di Rimini, il quale, con sentenza del 30 agosto 2006 aveva dichiarato l’inammissibilità dell’opposizione al decreto ingiuntivo emesso a carico di B.R.P. per un importo di Lire 42.312.000 oltre interessi, perchè tardiva, aveva dichiarato il difetto di legittimazione passiva di R.N. e aveva rigettato la domanda della società SAITT a carico dell’opponente. Secondo la Corte di Appello di Bologna l’opposizione di cui si dice non era tardiva perchè era stata correttamente proposta con atto notificato il 30 marzo 2000, entro il termine ordinario di quaranta giorni dalla notifica del ricorso per, dichiarazione di fallimento avvenuta il 24 febbraio 2000. Nel merito l’opposizione era fondata e andava accolta perchè la parte opposta non aveva dato prova del fatto costitutivo della pretesa creditoria. La cassazione della sentenza è stata chiesta per due motivi: 1) per violazione e falsa applicazione, ex art. 360 c.p.c., comma 2, n. 3, dell’art. 650 c.p.c., laddove ha ritenuto ammissibile l’opposizione tardiva, pur non sussistendo la prova della mancata conoscenza dell’ingiunzione da parte della B.. 2) per violazione e falsa applicazione, ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, art. 2697 c.c. e degli artt. 115, 116 e 132 c.p.c., per non aver dato ingresso alle prove orali che la società SAITT aveva ritualmente riproposto in secondo grado. Parte ricorrente ha depositato memoria ex art. 378 c.p.c..

2.- Con il primo motivo di ricorso la società SAITT si duole del fatto che la Corte felsinea abbia ritenuto legittima l’opposizione tardiva proposta dalla B., adducendo che il luogo di notifica non fosse collegato, altrimenti, a quello di residenza della B. e fosse assodata la falsità della sottoscrizione apposta sulla cartolina di ricezione dell’atto ingiuntivo non tenendo conto che la B. si era sempre difesa, sostenendo che l’atto era stato ritirato dalla madre con cui non era convivente senza comprovare che l’atto era stato indirizzato in luogo diverso dalla sua residenza e in un posto privo di un qualsivoglia collegamento con la sua persona. Il Giudice del merito, secondo la ricorrente, avrebbe manifestamente derogato al principio dettato dall’art. 650 c.p.c., che impone la prova rigorosa in capo all’opponente del quando e del come l’opponente ha avuto conoscenza della notifica irregolare del decreto.

2.1.- Il motivo è infondato. Come ha già detto questa Corte in altre occasioni, in tema di notifica effettuata a mani di un familiare del destinatario, la presunzione di convivenza non meramente occasionale non opera nel caso in cui questa sia stata eseguita nella residenza propria del familiare, diversa da quella del destinatario dell’atto, con conseguente nullità della notifica stessa, non sanata dalla conoscenza “aliunde” della notificazione dell’atto di citazione, non accompagnata dalla costituzione del convenuto. (Ordinanza n. 7750 del 05/04/2011). In termini analoghi Cass. Sez. 1, Sentenza n. 6817 del 02/07/1999: “In tema di notifica effettuata a mani di un familiare del destinatario, la presunzione di convivenza non meramente occasionale non opera nel caso in cui la notificazione sia stata eseguita nella residenza propria del familiare, diversa da quella del destinatario dell’atto, in tal caso non potendosi ritenere avverato il presupposto della frequentazione quotidiana, sul quale si basa l’ipotesi normativa della presumibile consegna”.

Pertanto, correttamente, la Corte di Appello di Bologna ha rilevato che “(….) il fatto che la raccomandata sia stata ritirata dalla madre dell’appellante non sana il vizio della notifica, nè rileva il precedente ritiro da parte della madre dell’appellante di corrispondenza indirizzata sempre a (OMISSIS) trattandosi di una raccomandata specifica il 4 ottobre 1997 prima che l’appellante trasferisse la propria residenza e d’altro lato, nessun valore può rivestire dopo la cancellazione del registro delle imprese avvenuta nel marzo del 1999 (….) La cessazione di ogni collegamento tra l’appellante ed il luogo ove è avvenuta la notifica del decreto ingiuntivo è ulteriormente confermata dall’esito negativo del tentativo di notifica, presso lo stesso indirizzo, del ricorso per dichiarazione di fallimento.

2.2.- Sotto altro aspetto va osservato che, come ha affermato la Corte felsinea, la B. ha correttamente dimostrato la non tempestiva conoscenza del decreto a causa dell’invalidità della notifica, avendo dato prova del quando e del come ne sia venuta a conoscenza. È orientamento pacifico della Corte di Cassazione che in tema di presupposti di ammissibilità dell’opposizione tardiva a decreto ingiuntivo la conoscenza “non tempestiva” del decreto ingiuntivo per effetto della irregolarità della sua notificazione non si identifica con una conoscenza avvenuta il giorno successivo a quello della decorrenza del termine per la proposizione dell’opposizione tempestiva, bensì con una conoscenza acquisita o dopo la scadenza di detto termine o, prima di essa, in un momento nel quale l’opposizione non può più essere predisposta e proposta in modo adeguato per lo sviluppo e l’approfondimento delle difese dell’ingiunto. Tale principio (che è ispirato ad una logica non dissimile da quello di cui all’art. 294 c.p.c., comma 1, ed all’art. 327 c.p.c., comma 2) comporta che la prova della non tempestiva conoscenza può essere fornita a mezzo di presunzioni ed, in particolare, trattandosi di fatto negativo, attraverso la dimostrazione del fatto positivo costituito dal modo e dal quando la conoscenza sia avvenuta.

3.- Con il secondo motivo la ricorrente si duole del fatto che la Corte distrettuale abbia ritenuto che le richieste istruttorie formulate in primo grado non fossero state riproposte nel giudizio di appello e che fossero irrituali. Piuttosto la società SAITT ha ripresentato le richieste istruttorie che si manifestavano pertinenti e rilevanti poichè finalizzate a dimostrare che la merce era stata ritualmente ordinata dalla B. ed alla medesima consegnata ed ancora che al pagamento aveva proceduto il sig. G.M., consegnando due assegni andati, successivamente, insoluti e protestati.

3.1. – Il motivo è infondato perchè non coglie l’effettiva ratio decidendi e, soprattutto, la ricorrente non ha censurato in sede di appello, come avrebbe dovuto fare con idoneo motivo di appello, le ragioni per le quali il Tribunale aveva respinto le istanze istruttorie, perchè non ritualmente formulate. E, comunque, La Corte distrettuale riconferma la decisione del Tribunale in ordine al rigetto delle istanze istruttorie e tale motivazione non sembra sia stata oggetto di alcuna censura, essendosi la ricorrente limitata a censurare l’affermazione di mancata riproposizione delle istanze istruttorie, che è altra e diversa ragione rispetto alla prima.

In definitiva, il ricorso va rigettato e la ricorrente condannata a rimborsare a parte controricorrente le spese del presente giudizio di cassazione che vengono liquidate con il dispositivo. Il Collegio dà atto che, ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, sussistono i presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso, condanna la ricorrente a rimborsare a parte controricorrente le spese del presente giudizio di cassazione che liquida in Euro 2.500,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre spese generali pari al 15% del compenso ed accessori, come per legge; dà atto che, ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, sussistono i presupposti per il versamento da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

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