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Editoriali Sanzionato l’avvocato che invia le condoglianze

Editoriali Pubblicato il 22 novembre 2017

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> Editoriali Pubblicato il 22 novembre 2017

Una vicenda paradossale che tratteggia il volto di una professione in lento declino.

La deontologia degli avvocati mira a tutelare il triste e superato concetto di decoro della professione, ma ci sono dei comportamenti che vanno ben oltre la deontologia quando ledono il buon costume, la sensibilità e il rispetto sociale. In questi casi è giusto che la norma giuridica invada il sentiero della morale e disciplini come le persone si devono comportare. E questo al di là della professione, dell’arte o del mestiere, visto che ogni lavoro nobilita l’uomo e non esistono attività più “decorose” delle altre, checché ne dicano gli avvocati.

L’ultimo episodio, segno di una galoppante crisi del settore legale e di come la categoria tema l’estinzione, lo si trova narrato in una decisione del Consiglio Nazionale Forense [1]: una storia che rischia di diventare una barzelletta, di quei racconti che si tramandano per ridicolizzare una categoria e per dipingerne i “tratti somatici” in modo grottesco. Il Cnf ha confermato la sanzione disciplinare per un avvocato che era andato “ben oltre i limiti”. Che cosa aveva fatto?

Un avvocato, fingendosi un amico della vittima di un incidente stradale, aveva mandato ai familiari le sue condoglianze rendendosi disponibile per «qualsiasi necessità di carattere legale». Inequivocabile il tentativo di approfittare del lutto per offrire la sua consulenza professionale.

Se fino ad oggi il luogo comune ha sempre disegnato l’avvocato come uno squalo, da oggi ci potrebbe essere chi – conoscendo l’episodio in commento – lo raffigurerà come un avvoltoio: andare a spulciare tra i necrologi per cercare clienti è un po’ simile a chi cerca cadaveri per mangiare. A inchiodare il legale è stato il testo del telegramma con cui il professionista non si limitava ad esprimere le sue condoglianze ma, offrendo la sua consulenza legale, forniva anche i recapiti telefonici nonché l’indirizzo del suo studio. Questo basta, secondo il CNF, per provare la finalità di offrire la prestazione professionale in vista delle probabile azione risarcitoria che avrebbero intrapreso i familiari della vittima nei confronti del responsabile civile.

Il CNF sottolinea che detti comportamenti «erano da soli sintomatici delle volontà dell’incolpato di acquisire un nuovo rapporto di clientela, con una tempistica e con una modalità sicuramente non conformi alla correttezza e decoro professionale».

note

[1] Cnf sent. n. 130/17 del 23.11.2017.

Autore immagine:123rf com

Consiglio Nazionale Forense, sentenza 25 maggio – 23 settembre 2017, n. 130
Presidente Mascherin – Segretario Secchieri

Fatto

Con ricorso depositato il 08/01/2015 nella segreteria del Consiglio dell’Ordine di Tivoli,
l’avv. [ricorrente] impugnava la decisione pronunziata nel procedimento disciplinare
n. 28/2013 il 26/9/2014, depositata il 21/11/2014, notificata il 22/12/2014, che lo aveva
ritenuto responsabile dell’illecito disciplinare contestatogli nel capo di incolpazione ed
applicato la sanzione della sospensione dall’esercizio della professione per mesi sei.
La vicenda trae origine dalla segnalazione del signor [tizio], pervenuto al COA di
Tivoli il 27/8/2013 (prot. A/1653), che era stato inoltrato anche ad una nota trasmissione
televisiva, mediante il quale riferiva che pochi giorni dopo l’omicidio stradale del cognato,
avvenuto nel centro abitato di Roma, provocato da un’automobilista in stato di ebbrezza
alcolica, l’avv. [ricorrente] aveva inviato un telegramma alla famiglia della vittima,
con il quale manifestava il cordoglio per la morte dell’amico [caio] ed offriva la propria
assistenza legale amichevole ai familiari.
L’esponente lamentava sostanzialmente che il [ricorrente] non conoscesse
affatto la vittima dell’incidente, e che attraverso il telegramma intendesse accreditarsi
presso la famiglia, particolarmente scossa a causa dell’evento luttuoso, offrendo la
propria consulenza legale in vista della pratica risarcitoria che molto probabilmente
sarebbe stata intrapresa in danno dell’omicida stradale e dell’assicuratore.
Il Consiglio territoriale, previa richiesta di chiarimenti, con nota del 16/9/2013, in
ordine all’esposto predetto, con deliberazione del 25/10/2013 apriva il procedimento
disciplinare nei confronti dell’Avv. [ricorrente] per il seguente addebito: “L’avv.
[ricorrente], nato a [omissis] il [omissis], con studio in [omissis] presso l’avv.
[sempronio] in via [omissis], iscritto all’Albo degli Avvocati di Tivoli con anzianità di
iscrizione [omissis] inviava alla famiglia [alfa], che aveva subito un tragico lutto
familiare a seguito incidente stradale, telegramma del seguente tenore: Poste Italiane
s.p.a. Famiglia gent.ma [alfa] (00137) Roma – Esprimo il mio più sentito cordoglio per
l’assurda scomparsa dell’amico [CAIO]. Rimango a vostra disposizione in via amichevole
per qualsiasi necessità di carattere legale alle mie si uniscono le condoglianze di mia
moglie [mevia]. avv. [ricorrente] (mobile [omissis], [omissis]), via [omissis]”.
Fatto commesso in Roma il 9 agosto 2013, in violazione degli articoli 5, 17, canone 19,
canone III e IV, 56.”
2
All’adunanza disciplinare del 14/2/2014, il COA, pur ritenendo indimostrato il
legittimo impedimento rappresentato dal difensore dell’incolpato, avv. [mevia], differiva
per ragioni di opportunità la discussione del procedimento al 9 maggio 2014, mandando
al Cons. segretario per la comunicazione del rinvio a mezzo PEC all’incolpato ed al
difensore.
Anche l’adunanza del 9/5/2014 veniva differita al 26/09/2014 per allattamento del
difensore dell’incolpato, avv. [mevia], disponendo la comunicazione del rinvio, sempre a
mezzo PEC, all’incolpato ed al difensore.
All’adunanza del 26/9/2014, assenti l’incolpato, il difensore ed il P.M., verificata la
ritualità delle comunicazioni, il Consiglio territoriale assumeva la impugnata decisione per
cui oggi è procedimento.
Con il suindicato ricorso depositato il 08/01/2015 l’avv. [ricorrente] eccepiva
la nullità della decisione pronunziata in violazione del diritto di difesa, in quanto il
provvedimento di differimento dell’adunanza disciplinare dal 9/5/2014 al 26/9/2014 non
gli era stato comunicato; la nullità della decisione assunta malgrado il legittimo
impedimento a comparire dell’incolpato, che era stato colpito da un grave lutto di
famiglia; nel merito, deduceva la infondatezza dell’illecito disciplinare. Il ricorrente,
concludeva chiedendo, in via preliminare, dichiararsi la nullità della decisione impugnata;
in via subordinata il proscioglimento per insussistenza dell’illecito contestato; in via
estremamente gradata, attenuarsi la sanzione applicata.

Diritto

Il ricorso non è fondato, per cui deve essere respinto.
Con il primo motivo il ricorrente eccepiva la nullità della decisione, deducendo che il Coa
territoriale di Tivoli aveva omesso di notificargli l’ordinanza di differimento dell’adunanza
disciplinare dal 9/5/2014 al 26/9/2014, pregiudicando il suo diritto di difesa.
In particolare, il COA di Tivoli, ritenuto legittimo l’impedimento a comparire del difensore
dell’incolpato, con ordinanza pronunziata il 9/5/2014 aveva disposto il differimento del
procedimento al 26/9/2014, mandando al Consigliere segretario di comunicare a mezzo
PEC il verbale all’avv. [mevia] (difensore e coniuge dell’incolpato) e all’avv.
[ricorrente].
La comunicazione veniva eseguita a mezzo PEC solo all’avv. [mevia], e non anche
all’avv. [ricorrente], ma il parziale inadempimento dell’ordinanza consigliare non
costituisce un motivo di nullità del procedimento.
Infatti, l’avv. [MEVIA] con istanza del 25/1/2014, depositata nella segreteria del COA il
29/1/2014 prot. A190, aveva domandato il rinvio dell’adunanza disciplinare del 14/2/2014
per legittimo impedimento, allegando il certificato medico del 23/1/2014 e la nomina di
3
difensore eseguita dall’avv. [ricorrente] il precedente 22 gennaio 2014, contenente
l’elezione di domicilio presso lo studio dello stesso avv. [mevia], in [omissis] a via
[omissis].
Dunque, la omessa notificazione dell’ordinanza, che l’avv. [ricorrente] ha dedotto a
fondamento del primo motivo del ricorso, non ha violato il diritto di difesa dell’incolpato,
perché l’ordinanza del 9/5/2014 era stata notificata ritualmente a mezzo PEC il
12/5/2014, ore 12:26, nel domicilio eletto dall’incolpato presso il suo difensore avv.
[mevia].
Non è superfluo aggiungere che l’avv. [mevia] è la moglie dell’avv. [ricorrente], la
qualcosa consente di ritenere con elevata “certezza” che l’incolpato avesse avuto
conoscenza della data dell’adunanza disciplinare.
Con la seconda censura il ricorrente ha dedotto la nullità del procedimento disciplinare, in
quanto celebrato in presenza di un legittimo impedimento dell’incolpato, costituito dalla
morte, in data 26/9/2014, della nonna materna, di cui l’incolpato era pure amministratore
di sostegno.
L’incolpato non ha precisato, tuttavia, se e quando aveva presentato al COA di Tivoli
l’istanza di rinvio dell’adunanza disciplinare del 26/9/2014, per il suddetto impedimento,
istanza che, peraltro, non è stata rinvenuta nel fascicolo del procedimento.
Con il terzo motivo l’avv. [ricorrente] ha censurato la decisione, deducendo
che il COA territoriale aveva affidato la decisione di responsabilità ad opinioni e
congetture personali circa le modalità di manifestazione del cordoglio, piuttosto che su
elementi obbiettivi.
La censure non è meritevole di accoglimento, in quanto il fatto oggetto del capo di
incolpazione risulta pienamente provato sulla base delle risultanze dibattimentali, di cui
viene dato conto nella decisione impugnata in modo congruo e coerente.
Ed invero, il telegramma inoltrato dall’incolpato alla famiglia [alfa] aveva
sicuramente la finalità di offrire la prestazione professionale in vista della probabile
azione risarcitoria che i familiari della vittima del tragico investimento stradale avrebbero
sicuramente intrapreso nei confronti del responsabile civile.
In tale direzione conduce il testo del telegramma, laddove il [ricorrente], dopo
aver manifestato il cordoglio per la scomparsa “dell’amico [caio]”, non si limitava ad
offrire la propria prestazione professionale “amichevole”, ma forniva i recapiti telefonici,
suo e della moglie avvocato, nonché l’indirizzo dello studio.
Il contenuto del telegramma esonerava il Consiglio territoriale da ogni indagine sul
supposto rapporto intercorrente tra l’avv. [ricorrente] ed il povero [caio], di amicizia
o di mera conoscenza, perché la pubblicizzazione del titolo professionale, dei recapiti
4
telefonici e dell’indirizzo dello studio legale erano da soli sintomatici della volontà
dell’incolpato di acquisire un nuovo rapporto di clientela, con una tempistica e con
modalità sicuramente non conformi alla correttezza e decoro professionale,
comportamento questo disciplinarmente rilevante in riferimento agli artt. 5 e 19 del
previgente codice deontologico.
Di contro, l’incolpato deve essere prosciolto in riferimento alla contestazione degli
illeciti di cui agli artt. 17 e 56 del previgente codice deontologico, in ordine ai quali la
decisione impugnata è muta, né questo Consiglio potrebbe esercitare il potere di
integrare la motivazione, dal momento che le risultanze processuali non evidenziano
comportamenti integranti le violazioni di cui agli articoli citati.
Per quanto riguarda il trattamento sanzionatorio, occorre subito precisare che ai
sensi dell’art. 3, co. 3 della legge n. 247/2012, il nuovo Codice Deontologico, approvato
dal C.N.F. il 31 gennaio 2014, pubblicato il 16.10.2014 sulla G.U. n. 241 ed entrato in
vigore il 16.12.2014, avrebbe dovuto per quanto possibile “…individuare tra le norme in
esso contenute quelle che, rispondendo alla tipologia di un interesse pubblico al corretto
esercizio della professione hanno rilevanza disciplinare. Tali norme, per quanto possibile,
devono essere caratterizzate dall’osservanza del principio della tipizzazione della
condotta e contenere l’espressa indicazione della sanzione applicabile”. Il Codice
Deontologico vigente è stato quindi strutturato attribuendo ad ogni singola previsione una
rilevanza disciplinare con l’indicazione della relativa sanzione, pur nella consapevolezza
di non potere arrivare ad una completa tipizzazione per la variegata e potenzialmente
illimitata casistica di tutti i comportamenti costituenti illecito disciplinare legati allo status
anche privato dell’avvocato. Nel caso di specie vengono in rilievo l’art. 9 “Doveri di
probità, dignità e decoro e indipendenza” del Codice deontologico forense (che contiene
il riferimento ai doveri di probità, dignità e decoro già previsti dall’art.5 del codice
previgente), e l’art. 37, commi 1-3-4 “Divieto di accaparramento della clientela” (che
prescrive il divieto di qualsiasi comportamento finalizzato all’acquisizione di rapporti di
clientela con modi non conformi alla correttezza ed al decoro, divieto già prescritto
dall’art. 19 del previgente codice) che prevede come sanzione edittale base la censura.
L’art. 65, comma 5, della Legge n. 247/2012 prevede a sua volta che le norme del
nuovo Codice Deontologico, nelle more entrato in vigore, si applicano ai procedimenti
disciplinari in corso se più favorevoli per l’incolpato. Ne consegue la necessità di valutare
la condotta costituente illecito disciplinare prima alla luce delle norme deontologiche così
come previste dal Codice in vigore al tempo del compimento dell’illecito;
successivamente, di valutare la medesima condotta alla luce del Nuovo Codice
attualmente vigente, per poi applicare la norma che, in concreto, risulta più favorevole
5
all’incolpato (C.N.F. 29/7/2016 n. 287, CNF 29/7/2916 n. 274, Cass. SS.UU. 29/7/2016 n.
15819).
La determinazione della sanzione deve avvenire, quindi, alla luce della disciplina
sopravvenuta (cfr. Cass. Sez. Unite 16 febbraio 2015, n. 3023).
Tutto ciò premesso, valutati gli elementi tutti acquisiti al procedimento, questo
Consiglio ritiene equo degradare la sanzione della sospensione dall’esercizio
professionale alla sanzione edittale della censura prevista dall’art. 37 ncdf.

P.Q.M.

visti gli artt. 50 e 54 del RDL 27/11/1933, n. 1578 e gli artt. 59 e segg. del RD 22/1/1934,
n. 37,
Il Consiglio Nazionale Forense in parziale riforma dell’impugnata decisione, dichiara l’avv.
[Iricorrente] responsabile degli illeciti di cui agli artt. 9 e 37, commi 1, 3, 4 C.d.F.,
applicando la sanzione della censura, e lo proscioglie dagli altri illeciti contestatigli nel
capo di incolpazione.
Dispone che in caso di riproduzione della presente sentenza in qualsiasi forma per
finalità di informazione su riviste giuridiche, supporti elettronici o mediante reti di
comunicazione elettronica sia omessa l’indicazione delle generalità e degli altri dati
identificativi degli interessati riportati nella sentenza.

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3 Commenti

  1. Bene . Pero’ si e’ giudicato un comportamento ai limiti che e’ stato lesivo della posizione di un collega gia’ presente in quella pratica . Tuttavia nulla si dice delle societa’ che offrono consulenze , assistenza legale e medica nonche’ servizi per casi di colpa professionale , sinistri automobilistici ” e incidenti sul lavoro ” , con necessita’ anche di perizie medico legali , il tutto gratis senza che il cliente anticipi nulla . Facendo persino pubblicita’ in televisione o sui giornali per tale attivita’ . E i giovani avv.ti.? Per fare una concorrenza lecita se queste societa’ anticipano anche le spese funerarie devono forse pagare il cliente per avere la pratica ? Vergogna . L’avvocato ha innanzitutto la spina dorsale. Poi giochiamo con la deontologia e i regolamenti.

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