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Lo sai che? Alcoltest: dopo quante ore è inattendibile?

Lo sai che? Pubblicato il 23 novembre 2017

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> Lo sai che? Pubblicato il 23 novembre 2017

La legge non fissa dei termini massimi entro cui va fatta la prova del palloncino da quando l’automobilista viene fermato.

Vieni fermato dalla polizia mentre sei alla guida dell’auto. Siccome la volante ti ha visto uscire da una discoteca, vuol farti la “prova del palloncino” per vedere se sei in stato di ebbrezza. Tuttavia, insieme a te, vengono bloccate altre auto e la pattuglia è una sola. Tra multe, identificazioni dei conducenti, contestazioni varie, le operazioni con l’alcoltest nei tuoi confronti iniziano solo dopo un’ora. Il che non ti dispiace perché credi che più tempo passa da quando hai bevuto l’ultimo drink, meno saranno le tracce di alcol nel sangue. Ma così non è. L’etilometro segna ugualmente il superamento della soglia limite. Una cosa impossibile, a tuo dire, frutto evidentemente di un difetto di funzionamento dell’apparecchio o, forse, di un reflusso esofageo che ha riportato “a galla” i liquidi già nello stomaco. Così ti chiedi dopo quante ore è inattendibile l’alcoltest? La risposta è stata data di recente dalla Cassazione [1].

Secondo la Cassazione è del tutto irrilevante il decorso di una o due ore dal momento in cui l’auto viene fermata dalle forze dell’ordine. Il mancato funzionamento dell’apparecchio di controllo del tasso alcolemico va dimostrato concretamente e non per presunzioni. Si legge nella sentenza che «il decorso di un intervallo temporale tra la condotta di guida incriminata e l’esecuzione del test alcolimetrico è inevitabile e non incide sulla validità del rilevamento alcolemico». Una prova significativa è data dall’«esito di un accertamento strumentale che replichi le cadenze e le modalità previste dal Codice della strada e dal relativo regolamento». Detto in parole più semplici il semplice decorso del tempo tra la conduzione del veicolo e l’effettuazione del test alcolimetrico non è sufficiente per mettere in dubbio i risultati dell’alcoltest che attestano la guida in stato di ebbrezza. Per cui la multa resta valida.

Sempre in tema di alcoltest la Cassazione ha precisato che «è configurabile il reato di guida in stato di ebbrezza anche quando lo scontrino dell’alcooltest, oltre a riportare l’indicazione del tasso alcolemico in misura superiore alle previste soglie di punibilità, contenga la dicitura “volume insufficiente”, qualora l’apparecchio non segnali espressamente l’avvenuto errore» [2].

Che succede però se gli agenti non hanno in auto la macchina dell’alcoltest? In questo caso il rifiuto a seguirli presso la stazione o presso l’ospedale più vicino viene considerato come rifiuto a sottoporsi all’esame dell’alcol; scatta così la sanzione più elevata per la guida in stato di ebbrezza. Il rifiuto di accompagnare le autorità è tuttavia legittimo se l’ospedale o il comando soni particolarmente distanti (anche a 10 km.) dal luogo in cui il conducente è stato fermato [3].

note

[1] Cass. sent. n. 50973/17 dell’8.11.2017.

[2] Cass. sent. n. 41965/2017 del 14.11.2017.

[3] Cass. sent. n. 40758/17.

Autore immagine: 123rf com

Corte di Cassazione, sez. IV Penale, sentenza 5 luglio – 8 novembre 2017, n. 50973
Presidente Izzo – Relatore Ranaldi

Ritenuto in fatto

1. Con sentenza del 13.4.2015 la Corte di appello di Venezia, in riforma della sentenza assolutoria di primo grado, appellata dal PM, ha dichiarato An. De. colpevole del reato ex art. 186 cod. strada, condannandolo alla pena di Euro 2.300 di ammenda.
2. Avverso tale sentenza ha proposto ricorso il difensore dell’imputato lamentando, con unico articolato motivo, violazione di legge e vizio di motivazione in relazione all’art. 186 cod. strada.
Osserva che l’imputazione si fonda sull’accertamento del tasso alcolemico con due misurazioni eseguite a distanza di 1 ora e 17 minuti e 1 ora e 27 minuti dal momento della guida, con risultati rispettivamente di 0,88 g/l e 0,89 g/l. Nel giudizio di primo grado, svoltosi con rito abbreviato, veniva acquisita consulenza medico-legale di parte, dimostrante come all’atto del sinistro la concentrazione di alcool nel sangue non avesse superato il valore soglia di 0,8 g/l. Il Gip assolveva l’imputato, ritenendo sussistente il ragionevole dubbio che durante la guida del mezzo il ricorrente, pur avendo assunto bevande alcoliche, non avesse nel sangue una concentrazione alcolica superiore a 0,8 g/l.
La Corte di appello, accogliendo i rilievi della pubblica accusa, ha ritenuto che il dubbio del primo giudice non può essere consentito alla luce del quadro normativo vigente che, da un lato, non consente di leggere gli accertamenti alcoltest con la lente delle variabili soggettive delle tempistiche di assorbimento dell’alcool, dall’altro impone di riferire comunque al momento della conduzione del veicolo i risultati ottenuti con l’alcoltest, a meno che si dimostri un’assunzione intermedia.
Il ricorrente deduce la erroneità e genericità di tale ragionamento, che da una parte è in contrasto con i principi del libero convincimento e dell’assenza di prove legali, dall’altro non offre alcuna motivazione in ordine alla ritenuta irrilevanza della consulenza medico-legale di parte acquisita agli atti, senza mai confrontarsi con il caso specifico. Rileva che la consulenza di parte ha accertato che al momento della misurazione ci si trovava ancora in fase ascendente di assorbimento dell’alcool e, pertanto, andando a ritroso al momento della guida, il valore alcolemico era sicuramente inferiore e al di sotto del valore soglia di 0,8 g/l. Su tale aspetto la Corte di appello non si è confrontata, di qui la carenza di motivazione sul punto.

Considerato in diritto

1. Il ricorso è infondato.
1.1. Questa Corte ha già avuto modo di affermare il principio per cui, in tema di guida in stato di ebbrezza, in presenza di un accertamento strumentale del tasso alcolemico conforme alla previsione normativa, grava sull’imputato l’onere di dare dimostrazione di circostanze in grado di privare quell’accertamento di valenza dimostrativa della sussistenza del reato, fermo restando che non integra circostanza utile a tal fine il solo intervallo temporale intercorrente tra l’ultimo atto di guida e l’espletamento dell’accertamento (Sez. 4, n. 24206 del 04/03/2015, Mo., Rv. 26372501).
1.2. In proposito si è argomentato che il decorso di un intervallo temporale tra la condotta di guida incriminata e l’esecuzione del test alcolimetrico è inevitabile e non incide sulla validità del rilevamento alcolemico (Sez. 4, n. 13999 del 11/03/2014, Pi., Rv. 259694); e tuttavia, il decorso di un intervallo temporale di alcune ore tra la condotta di guida incriminata e l’esecuzione del test alcolemico rende necessario verificare, ai fini della sussunzione del fatto in una delle due ipotesi di cui all’art. 186, comma 2, lett. b) e e) cod. strada, la presenza di altri elementi indiziari (Sez. 4, n. 47298 del 11/11/2014, Ci., Rv. 261573). Quest’ultima affermazione, peraltro, non va intesa come indicatrice di una sorta di aritmetica delle prove: come se, dato un accertamento strumentale a distanza di un tempo non breve dall’atto di guida (durata invero difficile da determinare una volta per tutte), fosse necessario aggiungere elementi indiziari per ottenere il risultato di “prova sufficiente” dell’accusa. Va infatti tenuto conto anche della distribuzione degli oneri probatori. Non v’è alcun dubbio che l’accusa sia tenuta a dare dimostrazione della avvenuta integrazione del reato, offrendo la prova di ciascuno e tutti gli elementi essenziali dell’illecito. Ma tale prova, per espressa indicazione normativa (e per radicata interpretazione giurisprudenziale), è già data dall’esito di un accertamento strumentale che replichi le cadenze e le modalità previste dal Codice della strada e dal relativo regolamento. La presenza di fattori in grado di compromettere la valenza dimostrativa di quell’accertamento non può che concretizzarsi ad opera dell’imputato, al quale compete di dare la dimostrazione dell’insussistenza dei presupposti del fatto tipico.
2. Nella indicata prospettiva va intesa la motivazione della sentenza impugnata, che, lungi dal porsi in contrasto con i principi del libero convincimento e dell’assenza di prove legali, ha semplicemente ribadito gli insegnamenti dianzi accennati in ordine alla impossibilità di fondare un giudizio di ragionevole dubbio in ordine alla configurabilità del reato di guida in stato di ebbrezza sul mero dato costituito dal lasso temporale (più o meno breve) decorso tra la conduzione del veicolo e l’effettuazione delle prove alcolimetriche.
3. A fronte della regolare esecuzione delle due prove mediante etilometro, la Corte territoriale, con motivazione logica e congrua, nonché corretta in punto di diritto, e pertanto immune da vizi di legittimità, ha indicato gli elementi di prova a carico del prevenuto e, nel contempo, ha sostanzialmente contrastato, sia pure succintamente, le argomentazioni del consulente tecnico di parte, nella parte in cui ha opinato che i risultati dell’alcooltest non possono essere letti con la lente delle variabili soggettive nelle tempistiche d’assorbimento dell’alcool. Si tratta della nota problematica della incidenza della cd. curva alcolimetrica che, prescindendo dalla valutazione dei suoi fondamenti scientifici, non può essere predicata in astratto o sulla base di meri indici di “verosimiglianza”, perché va puntualmente e concretamente dimostrato che il tasso esibito dalla misurazione strumentale eseguita a distanza di tempo non rappresenta la condizione organica del momento in cui si era ancora alla guida.
Più in generale, nella materia in riferimento non può essere accolta una prova a discarico basata soltanto su valutazioni teorico-scientifiche che costituiscono espressione della soggettiva dinamica metabolica della curva alcolemica rispetto al momento di assunzione della sostanza alcolica, tanto più in assenza di adeguati riferimenti al momento esatto di tale assunzione.
4. Ne consegue che le censure articolate dal ricorrente non colgono nel segno, posto che la sentenza impugnata ha fatto corretto uso dei principi che informano la distribuzione dell’onere probatorio rispetto all’applicazione della disciplina di cui all’art. 186 cod. strada, fornendo adeguata risposta alle problematiche sottese al caso concreto sottoposto al suo esame.
5. Al rigetto del ricorso consegue la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.


Corte di Cassazione, sez. IV Penale, sentenza 3 dicembre 2015 – 1 febbraio 2016, n. 4122
Presidente Romis – Relatore Menichetti

Ritenuto in fatto

1. Con sentenza in data 30.4.2014 la Corte d’Appello di Milano confermava la sentenza del Tribunale di Lecco del 13.10.2014 di condanna di B.D. alla pena di giustizia per il reato di guida in stato di ebbrezza alcolica con l’aggravante di aver provocato un sinistro stradale (art.186 comma 2 lett.c e comma 2 bis CdS).
2. A ragione della pronuncia di condanna la Corte territoriale valorizzava la rilevante misura del tasso alcolemico accertato (pari a 1,67 g/I) e gli elementi sintomatici (difficoltà nell’eloquio e nell’equilibrio) espressione di un forte stato di alterazione psicofisica; riteneva poi congrua la pena comminata in prime cure, a causa di un precedente specifico, che nonostante non fosse stata contestata la recidiva specifica e infraquinquennale impediva comunque la concessione delle circostanze attenuanti generiche.
3. Propone ricorso l’imputato, a mezzo del difensore di fiducia, prospettando vizio di motivazione in ordine all’accertamento del tasso alcolemico ed il medesimo vizio oltre violazione di legge per le negate circostanze attenuanti generiche e sospensione condizionale della pena.

Considerato in diritto

4. Il ricorso è infondato.
4.1. Sotto un primo profilo il ricorrente deduce la mancanza assoluta di motivazione in punto di raggiungimento della prova del superamento della soglia di rilevanza penale e mancata valutazione della perizia tossicologica redatta dal consulente di parte, dott. Marina Calligara, la quale; verificata l’esecuzione delle due prove alcolemiche a distanza di minuti 70 e di minuti 81 dall’incidente stradale, aveva escluso con certezza che i relativi esiti potessero rappresentare lo stato tossicologico dell’agente al momento della guida del veicolo, atteso l’eccessivo ritardo rispetto alla condotta contestata e la circostanza che, in considerazione della farmocinetica dell’alcol etilico, non era stato ancora raggiunto il picco massimo; secondo la consulente quindi doveva ritenersi certo che 70 minuti prima del controllo con l’etilometro la concentrazione ematica fosse inferiore al valore accertato e dunque era plausibile ritenere che potesse essere inferiore anche al valore di soglia di rilevanza penale. Lamenta ancora che la modalità del sinistro non costituiva prova dello stato di ebbrezza e che gli scontrini dell’alcoltest non potevano essere utilizzati come prova perché incompleti, privi sia dei nome e della firma dell’operatore, sia delle generalità della persona sottoposta alle indagini.
4.2. Le censure non sono fondate.
Non sussiste il denunciato vizio di motivazione: “l’indagine di legittimità sul discorso giustificativo della decisione ha un orizzonte circoscritto, dovendo il sindacato demandato alla Corte di cassazione essere limitato – per espressa volontà dei legislato 597 – a riscontrare l’esistenza di un logico apparato argomentativo sui vari punti della decisione impugnata, senza possibilità di verificare l’adeguatezza delle argomentazioni di cui il giudice di merito si è avvalso per sostanziare il suo convincimento, o la loro rispondenza alle acquisizioni processuali. Esula, infatti, dai poteri della Corte di cassazione quello di una “rilettura” degli elementi di fatto posti a fondamento della decisione, la cui valutazione è, in via esclusiva, riservata al giudice di merito, senza che possa integrare il vizio di legittimità la mera prospettazione di una diversa, e per il ricorrente più adeguata, valutazione delle risultanze processuali” (Sez.Un., 2.7.1997, n.6402).
Con specifico riguardo poi alla consulenza tecnica, non spetta a questa Corte stabilire la maggiore o minore attendibilità scientifica delle acquisizioni esaminate dai giudici di merito e, quindi, l’esattezza della tesi accolta, ma solo se la spiegazione fornita sia razionale e logica, se sia stata cioè seguita una corretta metodologia nell’approccio al sapere tecnico-scientifico, che riguarda la preliminare, indispensabile verifica critica in ordine all’affidabilità delle informazioni utilizzate ai fini della spiegazione dei fatto.
Ne deriva che in questa sede di legittimità non è possibile aderire alla differente valutazione degli esiti dell’alcoltest, come proposta dalla consulente della difesa, trattandosi di un accertamento in fatto congruamente motivato – sia dal Tribunale di Lecco sia dalla Corte di Milano – e come tale insindacabile (Sez.V, 16.2.2015, n.6754).
In particolare il giudice di primo grado, alle cui motivazioni si è uniformata la pronuncia d’appello, per pervenire all’affermazione di penale responsabilità, ha richiamato la giurisprudenza di questa Corte secondo cui in tema di guida in stato di ebbrezza il decorso di un intervallo temporale tra la condotta di guida incriminata e l’esecuzione del test alcolimetrico è inevitabile e non incide sulla validità dei rilevamento; che tale stato, per tutte le ipotesi previste dall’art.186 CdS, può essere accertato con qualsiasi mezzo, anche su base sintomatica; che il B. era stato sottoposto all’alcoltest proprio per la presenza dei sintomi rivelatori dello stato di ebbrezza e per le modalità del sinistro, da lui provocato omettendo di frenare e tamponando un’auto ferma al semaforo rosso; quanto alla incompletezza degli scontrini del test alcolimetrico, il primo giudice ha dato conto della deposizione del verbalizzante, agente della Polizia Municipale, che aveva confermato che si trattava degli esiti degli esami cui era stato sottoposto il B..
4.3. Come ultimo motivo di impugnazione il ricorrente lamenta violazione di legge e vizio di motivazione con riferimento agli artt.62 bis e 164 c.p. per avere la Corte territoriale giustificato il diniego delle attenuanti generiche e della sospensione condizionale della pena per aver riportato il B. una condanna ex art.444 c.p.p. nel 2008 per un reato di guida in stato di ebbrezza commesso nel 2006, dichiarato estinto dal Giudice dell’Esecuzione del Tribunale di Lecco in data 3.6.2015, ai sensi dell’art.445 C.P.P.
Anche tale censura è infondata atteso che l’estinzione è stata pronunciata in un momento successivo rispetto alla decisione dei giudice d’appello, che nella motivazione non poteva quindi tenerne conto.
5. Al rigetto dei ricorso segue la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali.

P.Q.M.

La Corte Suprema di Cassazione rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.

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1 Commento

  1. Benché la Cassazione sentenzi ciò, nella realtà non è per nulla così. Il volume dell’alcool nel Sangue, ha una crescita nel tempo che è rappresentabile come una parabola con il vertice verso l’alto. Nella pratica vuol dire che, se vengo fermato e quindi sto guidando con valore x (sotto la soglia), e mi fanno il test dopo un’ora, quando il mio valore è arrivato al vertice (sopra la soglia), il test non ha verificato la realtà, perché durante la guida io ero perfettamente in regola.

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