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Aborto potenziale e doveri del ginecologo

20 Gennaio 2018 | Autore:
Aborto potenziale e doveri del ginecologo

La donna deve essere consapevole dei pericoli ed adeguatamente informata delle conseguenze. I doveri del ginecologo e la sua responsabilità per i danni.

Come è noto, la legge [1] permette l’interruzione di gravidanza. In particolare il cosiddetto aborto, dopo i primi novanta giorni dal concepimento, è consentito soltanto in due casi [2]. Nel primo, l’interruzione è possibile, perché dal proseguimento della gravidanza può derivare una grave pericolo per la vita della donna. Nel secondo caso, invece, si può abortire poiché sono stati accertati dei processi patologici a carico del feto, tali da prospettare per il nascituro il rischio di rilevanti anomali o malformazioni che possano comportare un grave pericolo per la salute mentale e psichica della donna. Detto ciò, appare evidente che il ruolo del medico è molto delicato. In particolare, in questa pubblicazione, è intenzione spiegare quali sono i doveri d’informazione del ginecologo di fronte ad un potenziale aborto e se questo dovere d’informazione viene disatteso o mal gestito, quali sono le responsabilità del ginecologo: in altri termini, può prospettarsi un risarcimento danni a carico del medico?

Aborto potenziale: deve saperlo la donna incinta?

Quando una donna incinta si affida al medico specialista e, nello specifico, al ginecologo, evidentemente questi dovrà condurla e seguirla attraverso il periodo di gravidanza e sino al parto del nascituro. Durante questo periodo, il medico prescelto potrebbe accorgersi che il feto presenta qualche problema. In genere, queste cattive notizie, arrivano con l’esame del liquido amniotico, cioè quella sostanza all’interno della quale è immerso il feto. L’esame in questione si chiama amniocentesi e da questo potrebbero risultare alcune future e probabili complicazioni a carico del nascituro. Se le anomalie riscontrate sono riconducibili a quelle per le quali la legge prevede la possibilità di abortire oltre il novantesimo giorno, il ginecologo deve adeguatamente informare la donna incinta: questa deve essere messa in condizione di scegliere, consapevolmente, se proseguire o meno con la gravidanza. Se il dottore non lo fa è responsabile e dovrà risarcire la paziente.

Aborto potenziale: come informare la donna incinta?

Ricapitolando, dall’esame del liquido amniotico, lo specialista può rilevare dei probabili problemi a carico del bambino. Queste anomalie sono talmente gravi, almeno in chiave potenziale, da poter legittimare la scelta di abortire della donna. Evidentemente il ginecologo deve informare la paziente, ma non può assolutamente limitarsi a una semplice informativa. Questa conclusione è stata raggiunta anche dalla Cassazione [3], la quale a questo proposito ha precisato che …l’informazione dovuta deve essere … comprensiva di tutti gli elementi per consentire alla paziente una scelta informata e consapevole, sia che essa sia volta alla interruzione sia che essa sia volta alla prosecuzione di una gravidanza il cui esito potrà comportare delle problematicità da affrontare…

In termini più semplici, il ginecologo non può limitarsi ad informare la donna incinta della situazione, ma deve attivarsi affinché la stessa sia messa nelle condizioni di capire la situazione, di comprenderne i pericoli connessi alla futura salute del bambino, di prevedere le future difficoltà da affrontare, ivi comprese le cure alle quali il nascituro dovrà essere sottoposto e la tempestività nell’adottare le stesse. Per fare ciò il medico specialista non potrà limitarsi a mandare la paziente in un laboratorio di analisi genetica per approfondire la situazione, così come è avvenuto nel caso esaminato dalla Corte di Cassazione, ma dovrà semmai indirizzarla presso uno specialista dell’anomalia riscontrata. In ogni caso dovrà approfondire la problematica rilevata, valutare le probabilità di verificazione dell’evento negativo, prospettare le eventuali difficoltà derivanti al nascituro e alla paziente. In mancanza non potrà essere ritenuto assolto il dovere di informazione e il ginecologo potrà essere chiamato a risarcire i danni.


note

[1] L. 194/1978.

[2] Art. 6 L. 194/1978.

[3] Cass. civ. sent. n. 5004/2017.


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2 Commenti

  1. Laddove il paziente nulla dica circa le complicanze del precedente parto e nulla risulti dalla cartella clinica del ginecologo che aveva seguito la gravidanza dell’appellante, non si vede quali accertamenti clinici avrebbero potuto fare i sanitari. Si vuole dire che, in assenza di qualsivoglia elemento indiziario che potesse in qualche modo orientare i medici ospedalieri verso accertamenti ulteriori sulla madre, non era certamente pretensibile che essi ponessero in essere tutta la possibile gamma di verifiche mediche in relazione alle infinite problematiche che possono, in ipotesi, essere connesse a un parto. Inoltre, si consideri che in genere, all’attualità, le linee guida favoriscono il parto naturale allorché non vi siano controindicazioni.

  2. Non libera il professionista ginecologo della sua responsabilità per mancata formazione di un consenso informato il fatto che questi abbia individuato, tramite un particolare esame, la presenza di una alterazione cromosomica del feto ed abbia, così, indirizzato la paziente in gravidanza al centro di genetica per avere ulteriori informazioni sull’esito dell’esame, considerato che l’informazione dovuta deve essere comprensiva di tutti gli elementi per consentire alla paziente una scelta informata consapevole, sia volta alla interruzione, sia alla prosecuzione di una gravidanza il cui esito possa comportare delle problematicità da affrontare.

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