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Chi è il collaboratore di giustizia

5 gennaio 2018 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 5 gennaio 2018



Il collaboratore di giustizia è il cosiddetto pentito che lascia l’organizzazione criminale e ne racconta i segreti.

Il collaboratore di giustizia è colui che, ad un certo punto del suo percorso criminoso (per le ragioni che andremo ad analizzare in questo articolo) decide di sciogliersi dall’associazione criminale di cui fa parte e raccontare i dettagli di quest’ultima agli inquirenti, consentendo in questo modo arresti e condanne; in cambio sarà protetto dallo stato e avrà degli sconti di pena.

Chi è il collaboratore di giustizia

Il collaboratore di giustizia [1], più comunemente conosciuto come pentito, è un appartenente ad un’organizzazione criminale che, ad un certo punto, decide di cambiare vita e di raccontare alla magistratura tutta la sua storia (e quella dell’associazione), rilasciando alle autorità inquirenti confessioni e informazioni utili alle indagini relative all’organizzazione stessa e ai crimini commessi. La collaborazione è consentita per tutti i reati per i quali è previsto l’arresto ed, in particolare, per [2]:

  • i delitti non colposi, per i quali la legge stabilisce la pena dell’ergastolo o della reclusione non inferiore nel minimo a cinque anni e nel massimo a venti;
  • i delitti contro la personalità dello stato per i quali è stabilita la pena della reclusione non inferiore nel minimo a cinque anni o nel massimo a dieci;
  • il delitto di devastazione e saccheggio [3];
  • i delitti contro l’incolumità pubblica, per i quali è stabilita la pena della reclusione non inferiore nel minimo a tre anni o nel massimo a dieci;
  • i delitti di riduzione in schiavitù, di prostituzione minorile, di pornografia minorile e di iniziative turistiche volte allo sfruttamento della prostituzione minorile [4];
  • il delitto di violenza sessuale e delitto di violenza sessuale di gruppo [5];
  • il delitto di atti sessuali con minorenne;[6]
  • il delitto di furto [7];
  • il delitto di rapina e di estorsione [8];
  • il delitto di ricettazione, nell’ipotesi aggravata [9];
  • i delitti di illegale fabbricazione, introduzione nello stato, messa in vendita, cessione, detenzione e porto in luogo pubblico o aperto al pubblico di armi da guerra o tipo guerra o parti di esse e di esplosivi, di armi clandestine nonché di più armi comuni da sparo;
  • i delitti concernenti sostanze stupefacenti o psicotrope [10];
  • i i i delitti commessi per finalità di terrorismo o di eversione dell’ordine costituzionale per i quali la legge stabilisce la pena della reclusione non inferiore nel minimo a quattro anni o nel massimo a dieci anni;
  • i delitti di promozione, costituzione, direzione e organizzazione delle associazioni segrete [11];
  • i delitti di partecipazione, promozione, direzione e organizzazione della associazione di tipo mafioso [12];
  • i delitti di maltrattamenti contro familiari e conviventi e di atti persecutori [13];
  • i delitti di promozione, direzione, costituzione e organizzazione della associazione per delinquere prevista [14].

Il pentito consente una lettura delle organizzazioni criminali dal loro interno e permette di scoprirne ogni segreto, ogni abitudine, ogni reato (o almeno così dovrebbe essere). In cambio della propria collaborazione, il pentito sarà protetto dallo stato ed inserito in speciali programmi di protezione, oltre ad avere una riduzione di pena per i reati da lui commessi.

Il collaboratore di giustizia deve sottoscrivere, nel termine di 180 giorni dall’inizio della propria collaborazione, un verbale illustrativo nel quale sono riportati i contenuti delle sue dichiarazioni collaborative. Le dichiarazioni rese oltre il termine indicato, ed inerenti a fatti diversi da quelli sui quali il pentito è stato interrogato, non sono utilizzabili.

Spesso ci si chiede cosa animi il collaboratore di giustizia. Ebbene, in materia di criminalità organizzata è raro che la collaborazione sia determinata da scelte di natura ideologica o morale; è più probabile e più comune che la scelta di collaborare nasca principalmente dal timore di ritorsioni, o dalla paura per la propria vita o per quella dei propri familiari, magari a causa di contrasti sorti all’interno delle consorterie criminali o ancora (in caso, per esempio, di arresto precedente all’inizio della collaborazione) o dalla possibilità di ottenere lo sconto di pena riconosciuto dalla legge.

 

Il programma di protezione

Il collaboratore di giustizia, in cambio della propria collaborazione (che lo espone a pericoli e ritorsioni da parte dei membri delle associazioni che denuncia), godrà di protezione da parte dello stato.

Mentre in passato la protezione consisteva nel cambio di identità e nel trasferimento in un luogo segreto, da diversi anni [16] non è più così in quanto si cerca di personalizzare le misure di protezione, individuandole caso per caso ed adeguandole al singolo protetto, con l’obbligo di garantirgli (ove possibile e dopo adeguata valutazione dell’idoneità) un’esistenza dignitosa e collegata al passato.

Mentre prima, infatti, il trasferimento in località protetta ed il cambio d’identità del collaboratore di giustizia (sottoposto al programma di protezione) erano la regola, adesso costituiscono ipotesi derogatorie ed eccezionali, applicabili solo quando le altre forme di tutela risultino assolutamente inadeguate rispetto alla gravità ed attualità del pericolo.

Il collaboratore di giustizia, in particolare:

  • gode di misure di sostegno economico (a meno che non sia in grado di conservare una propria autosufficienza economica);
  • ha diritto ad una sistemazione alloggiativa, al rimborso delle spese sostenute per i trasferimenti, per le spese sanitarie (quando non sia possibile avvalersi delle strutture pubbliche ordinarie) e per l’assistenza legale, oltre ad un assegno di mantenimento nel caso di impossibilità a svolgere attività lavorativa, affinché gli sia assicurata una condizione economica equivalente a quella preesistente;
  • gode, infine, di misure di reinserimento sociale e lavorativo quali, per esempio, la conservazione del posto di lavoro o il trasferimento presso altre amministrazioni o sedi (se si tratta di dipendenti pubblici o privati), la possibilità di svolgere subito una nuova attività lavorativa (anche non retribuita) scelta in base alle proprie inclinazioni, il diritto a beneficiare di specifiche forme di sostegno alla propria impresa, il diritto a un nuovo posto di lavoro, anche temporaneo, con mansioni e posizione equivalenti a quelle che il collaboratore di giustizia ha perso in conseguenza delle sue dichiarazioni.

Revoca o modifica delle misure di protezione

Il collaboratore di giustizia ammesso al programma di protezione, in sede processuale beneficia dello sconto di pena che consegue all’applicazione di circostanze attenuanti e di benefici penitenziari (in fase di esecuzione della pena). Chi, dunque, dopo aver commesso molti crimini (ed eventualmente essere stato parte di un sodalizio criminale e mafioso) decide di trasformarsi in un soggetto rispettoso della legge e raccontare tutte le nefandezze compiute da lui e dagli altri partecipi dell’associazione criminale, godrà dei diritti suelencati.

Se, però, commette nuovamente dei reati (o si accerta che ha goduto di attenuanti o benefici per l’effetto di false dichiarazioni) il suo comportamento è sanzionato con l’esclusione dal programma e con la revoca delle attenuanti e dei benefici ricevuti [17]. Vi sono, infatti, delle verifiche da fare nel corso del programma (entro il termine minimo di sei mesi e massimo di cinque anni), all’esito delle quali oltre alla revoca della misura si può procedere alla modifica della stessa.

note

[1] L. n. 82 del 15.3.1991.

[2] Art. 9, L. n. 82 del 15.3.1991.

[3] Art. 419 cod. pen.

[4] Artt. 600, 600 bis, 600 ter, 600 quarter, 600 quinquies cod. pen.

[5] Artt. 609 bis e 609 quater cod. pen.

[6] Art. 609 quater cod. pen.

[7] Art. 624 cod. pen.

[8] Artt. 628 e 629 cod. pen.

[9] Art. 648 cod. pen.

[10] Art. 73 Decreto del Presidente della Repubblica n. 309 del 9.10.1990.

[11] Art. 1 L. n.17 del 25.1.1982 n. 17, art. 1 L. 561 del 17.4.1956 n. 561, artt. 1 e 2 L. n. 645 del 20.6.1952.

[12] Art. 416 bis cod. pen.

[13] Artt. 572 e 612 bis cod. pen.

[14] Art. 416 cod. pen.

[15] L. n. 45 del 13.2.2001.

[16] Art. 13 quater L. n. 82 del 15.3.1991.


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1 Commento

  1. La posso assicurare che così non è,parlo per esperienza propria,reinserimento sociale ZERO!Si parla di un sistema che si conosce dal esterno,ma solo quando ne fai parte puoi realmente capire che non funziona davvero così come si fa credere.Ho provato a trovarmi un lavoro e fortunatamente ne ho trovati parecchi solo che devi prima avvisare il programma di voler lavorare presso la ditta X ,si devono far controlli alla ditta per accertamenti,tutto ciò dura minimo un mese ( se sei fortunato ),tempo in cui non puoi far un periodo di prova e devi solo sperare che il posto rimanga libero fino alla fine degli accertamenti.Reinserimento nullo!Si prendono la vita delle persone e poi ti lasciano allo sbando più totale,se hai un problema chiami e non trovi mai nessuno,ogni referente passa la palla ad altro,i compiti passano da uno al altro senza trovare mai soluzione,sono in una casa dove nel giro di 6 mesi mi hanno fatto rimanere senza luce 2 volte,senza acqua calda per 2 settimane,senza gas per 2 settimane,la caldaia si è rotta e l’hanno sostituita dopo 2 settimane,mi hanno tagliato la luce perché le bollette non arrivano mai perché non intestate a noi( arrivano sempre a loro poi dimenticano di portarle),insomma un sistema che fa acqua da tutte le parti,un sistema che fa uso e getta delle vite umane.Io avevo un posto di lavoro fisso contratto indeterminato,mi e stato promesso dal PM di potermi tenere il lavoro e cosi non è stato, mi hanno fatto perdere il posto e non hanno mantenuto una sola parola di ciò che mi è stato detto.

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