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Nome sul citofono condominiale: l’inquilino può opporsi?

26 novembre 2017


Nome sul citofono condominiale: l’inquilino può opporsi?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 26 novembre 2017



Targhetta sul citofono con indicazione del nome e cognome dell’inquilino: quali sono i diritti dell’affittuario?

Hai da poco preso un appartamento in affitto in cui hai trasferito la tua residenza. Sul citofono c’è ancora il nome del vecchio inquilino. Se così rimangono le cose, nessuno potrà mai sapere che ora, nell’appartamento, ci abiti tu. Neanche il postino. Il che potrebbe tornarti utile in alcuni casi per difenderti dagli scocciatori ed, eventualmente, anche dalla notifica di qualche multa o delle famigerate cartelle esattoriali.

Mentre ragioni se ciò possa procurarti più inconvenienti o vantaggi, vuoi intanto conoscere quali sono i tuoi diritti in merito, cosa puoi chiedere al proprietario di casa e all’amministratore. In pratica, la tua domanda di partenza è questa: indicare il proprio nome e cognome sulla targhetta del citofono è un diritto o un dovere? L’inquilino può opporsi al nome sul citofono condominiale? Se l’amministratore volesse necessariamente indicarlo, questi potrebbe opporsi invocando il rispetto della legge sulla privacy? Vediamo a riguardo cosa dice la legge.

L’obbligo della residenza

Prima di stabilire quali sono i diritti dell’inquilino riguardo al citofono condominiale è bene premettere una cosa importante che spesso si dimentica. Chi ha abituale dimora in uno specifico posto ha l’obbligo anche di trasferirvi la residenza. La residenza non è infatti un “posto di comodo” che una persona può individuare nel luogo ove preferisce, anche se non vi abita. Non si può, in altri termini, scegliere come propria residenza una casa dove non si vive abitualmente (ad esempio quella dei genitori o la seconda casa). Dunque, l’inquilino che cambia appartamento in affitto deve anche mutare il luogo di residenza, indicandolo il Comune. Si tratta di un obbligo di reperibilità che ha ogni cittadino. Leggi sul punto Abitare in un posto diverso dalla residenza è legale?

La conseguenza di ciò è abbastanza intuitiva. Rendendo tutte le persone “reperibili” è anche possibile consegnare loro gli atti giudiziari, le multe, le cartelle esattoriali, le raccomandate che, per legge, devono essere recapitate all’effettivo destinatario. Risultato: se il postino non trova invece nessuno all’indirizzo di residenza (ad esempio perché l’interessato non ha fornito all’anagrafe l’indirizzo corretto di residenza o non ha indicato il proprio nome sul citofono) può limitarsi a depositare l’atto in Comune o all’ufficio postale. Tale adempimento, infatti, si considererà ugualmente valido ai fini della notifica e l’atto si riterrà conosciuto.

È chiaro che, da una tale regola, colui che non indica il proprio nome sulla targhetta del citofono del luogo di residenza, non ha che da ottenerne svantaggi poiché, pur non ricevendo le notifiche, le stesse si riterranno comunque eseguite e lui non potrà fare opposizione e difendersi.

L’inquilino ha diritto ad avere il nome sul citofono condominiale?

Immaginiamo ora che il proprietario dell’appartamento o l’amministratore non vogliano cambiare la targhetta sul citofono con il nome del nuovo inquilino, trincerandosi dietro svariate scuse (ad esempio la breve durata della locazione che non rende conveniente smontare tutto il citofono per un solo condomino). Se così fosse l’inquilino avrebbe la possibilità di opporsi e, addirittura, richiedere la risoluzione del contratto di affitto che non gli consente di sfruttare appieno l’appartamento secondo le proprie esigenze. È quindi diritto dell’inquilino avere il proprio nome sul citofono.

L’inquilino può opporsi al proprio nome sul citofono?

Vediamo ora il caso opposto: quello in cui l’inquilino non voglia che il proprio nome e cognome sia riportato sul citofono. Potrebbe l’amministratore farlo ugualmente in modo forzoso? La riposta è no: il nome e cognome rappresentano un «dato personale» della legge sulla privacy. Spetta, quindi, all’interessato scegliere se apporre o meno sul citofono i propri riferimenti. Questi potrebbe, ad esempio, decidere di lasciare la targhetta in bianco, ma non certo quella con il nome del vecchio inquilino o del padrone di casa, non avendo la disponibilità dei dati personali di altri soggetti.

In verità, per come abbiamo anticipato in precedenza, l’assenza del proprio nome dalla targhetta del citofono si risolve in uno svantaggio per l’inquilino perché può ostacolare la consegna delle raccomandate che, altrimenti, verrebbero comunque depositate in Comune o all’ufficio postale e si considererebbero comunque conosciute. Senza contare gli effetti in caso di malattia del dipendente e di accesso del medico fiscale per l’accertamento sullo stato di salute del lavoratore. Secondo la Cassazione [1], se il medico dell’Inps non trova il nome dell’interessato sul citofono del palazzo condominiale può limitarsi ad attestare che questi non si è reso reperibile, con la conseguente perdita del diritto al trattamento economico di malattia. In pratica, la Suprema Corte Corte non ha posto, né in capo all’amministratore, né in capo all’inquilino, alcun obbligo di inserire sul citofono il proprio nominativo.

Per sintetizzare: se anche l’affittuario ha diritto a non far indicare sul citofono il proprio nome e cognome, da ciò egli ne trarrebbe solo svantaggi.

note

[1] Cass. sent. n. 4233/2002.

Cassazione civile, sez. lav., 25/03/2002,  n. 4233 

Svolgimento del processo

Con ricorso depositato il 20 giugno 1996 la signora Ines Erdas conveniva in giudizio l’INPS innanzi al Pretore di Arezzo G.L., per ottenere il riconoscimento del diritto all’indennità di malattia per il periodo 15-23 novembre 1995.

Deduceva infatti che l’Istituto si era rifiutato di corrisponderle la prestazione assicurativa, ritenendo applicabile la sanzione prevista dall’art. 5 L. 638-83, sul presupposto che essa Erdas si fosse resa irreperibile alla visita di controllo effettuata il 17 novembre 1995 alle ore 17,30, quando invece il mancato controllo era dipeso proprio dalle sue precarie condizioni di salute, che non le avevano consentito di rispondere tempestivamente al medico e di aprirgli la porta di casa, ove si trovava sola.

Si costituiva l’INPS ed eccepiva che la Erdas non aveva soddisfatto all’onere di reperibilità impostole dalla legge e pertanto concludeva per il rigetto della domanda.

Con sentenza emessa in data 11 marzo 1997 il Pretore riteneva attendibili le giustificazioni addotte dalla ricorrente e pertanto accoglieva la domanda della medesima.

Avverso tale decisione proponeva appello l’INPS, che censurava la decisione del Pretore, al quale addebitava un macroscopico errore di interpretazione dell’art. 5 co. 14 della legge 11 novembre 1983 n.

638.

Questa disposizione – sosteneva l’appellante – pone a carico del lavoratore ammalato un vero e proprio “onere di reperibilità” e questo implica non solo la presenza fisica, ma “la effettiva ed attuale disponibilità alla visita di controllo”, e nel caso di specie, il mancato controllo era dipeso dal fatto che la Erdas non si era posta concretamente a disposizione del medico, recatosi al domicilio della stessa per la visita fiscale. Resisteva all’accoglimento dell’appello la Erdas.

Con sentenza in data 6 febbraio – 14 novembre 1998 il Tribunale di Arezzo rigettava l’appello.

Osservava il Tribunale che non poteva parlarsi di assenza ingiustificata a visita di controllo; che la relazione medica del dr.

Bilotta, che aveva eseguito l’accesso, anziché smentire le giustificazioni rese dalla Erdas, dava ragione dello svolgimento dei fatti così come riferiti dall’assicurata; che in sostanza risultava che il medico, non avendo trovato il nominativo della Erdas sul citofono, aveva chiesto sommarie informazioni ad una vicina e dopo aver “bussato a tutti i citofoni” si era allontanato; che tutto era frutto di un disguido.

Avverso detta sentenza, con atto notificato il 15 settembre 1999, l’INPS ha proposto ricorso per cassazione, affidato ad un unico motivo.

La Erdas non si è costituita in giudizio.

Diritto

Motivi della decisione

Con l’unico motivo, denunziando violazione ed errata applicazione dell’art. 5 D.L. 11 settembre 1983 n. 463, convertito con L. 11 novembre 1983 n. 638; dell’art. 115 c.p.c. e 2967 c.c.,.nonché insufficiente e contraddittoria motivazione della sentenza su un punto decisivo della controversia in relazione all’art. 360, commi 3, 4 e 5 c.p.c., l’Istituto ricorrente deduce che è richiesto che il lavoratore, pur quando sia presente nel proprio domicilio, mantenga un comportamento tale da consentire al medico della struttura pubblica sia l’immediato accesso nell’abitazione, sia la possibilità della visita di controllo; che non ha rilievo che la mancata visita avvenga senza dolo da parte dell’interessato; che resta a carico del lavoratore l’onere di fornire la prova di aver adottato la sufficiente diligenza per essere comunque di fatto reperibile; che il dovere di cooperazione del lavoratore deve consistere, proprio a ragione dello stato di malattia, anche nella diligente predisposizione di una situazione tale da rendere possibile il controllo domiciliare, il che non è affatto avvenuto nella specie.

Aggiunge il ricorrente che la verbalizzazione del medico fiscale mette in luce un comportamento assolutamente ineccepibile dello stesso; che vi sono difetto di motivazione e comunque travisamento dei fatti come evidenziati dal medico fiscale, perché non si comprende quale avrebbe dovuto essere il comportamento di quest’ultimo; che la lavoratrice si è limitata soltanto ad esporre una sua versione allo scopo di giustificare il proprio comportamento, che però non è risultata affatto provata.

Il ricorso è fondato.

Invero l’ingiustificata assenza del lavoratore alla visita di controllo – per la quale l’art. 5, comma quattordicesimo, del D.L. 12 settembre 1983 n. 463 (convertito nella legge n. 638 del 1983) prevede la decadenza (in varia misura) del lavoratore medesimo dal diritto al trattamento economico di malattia – non coincide necessariamente con la materiale assenza di quest’ultimo dal domicilio nelle fasce orarie predeterminate, potendo essere integrata da qualsiasi condotta dello stesso lavoratore, pur presente in casa, che sia valsa ad impedire l’esecuzione del controllo sanitario per incuria, negligenza o altro motivo non apprezzabile sul piano giuridico e sociale. La prova dell’osservanza di tale dovere di diligenza incombe sul lavoratore (v. ex plurimis Cass. 22 maggio 1999 n. 5000).

Nè ha rilievo che la mancata visita avvenga senza dolo da parte dell’interessato, perché ciò che è sanzionato è il fatto obbiettivo in sè, indipendente dall’intenzione in concreto del lavoratore (Cass. 30 luglio 1993 n. 8484). Ciò detto, si osserva che è irrilevante la considerazione del Tribunale, secondo la quale deve escludersi che la Erdas si sia volontariamente sottratta alla visita di controllo.

Non risulta poi dalla sentenza impugnata adeguatamente motivato in ordine alla prova dell’osservanza del dovere di diligenza da parte della lavoratrice per essere di fatto reperibile alla visita di controllo.

Il Tribunale ha ritenuto che vi fu indugio della lavoratrice nell’aprire il portone per obiettive difficoltà, consistenti nella precarietà delle condizioni di salute della stessa. Ma lo stato di malattia non vale di per sè ad escludere la negligenza della Erdas, che doveva provare invece la diligente predisposizione di una situazione tale da rendere possibile il controllo domiciliare, tenuto anche conto del fatto che, come accertato dal Tribunale, sul campanello non era indicato il nome della donna, bensì quello del marito.

Nè può ritenersi accertato dai giudici di merito un comportamento negligente del medico, che doveva effettuare la visita di controllo, e che ebbe a suonare a tutti i campanelli.

Il ricorso deve essere pertanto accolto, con cassazione della sentenza impugnata e rinvio alla Corte di appello di Firenze, che provvederà anche in ordine alle spese del giudizio di cassazione.

PQM

La Corte accoglie il ricorso, cassa la sentenza impugnata e rinvia per il nuovo esame alla Corte di appello di Firenze, che provvederà anche in ordine alle spese del giudizio di cassazione.

Così deciso in Roma il 23 novembre 2001.

Note redazionali:

– In generale, sull’obbligo di cooperazione, cfr.: Cass. 23 novembre 1999 n. 13006; Cass. 23 luglio 1998 n. 7254.

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2 Commenti

  1. Che tristezza che di fronte ad una comprovata malattia (che il punto poi è quello, non il latinorum per risparmiare) l’INPS abbia la faccia di fare ricorso.

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