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Vessazioni e dispetti tra medici in ospedale: per i giudici è reato

20 novembre 2012


Vessazioni e dispetti tra medici in ospedale: per i giudici è reato

> Diritto e Fisco Pubblicato il 20 novembre 2012



Commette reato di abuso di ufficio il primario che adotta comportamenti vessatori tesi a emarginare i medici non graditi o che non condividono le sue scelte.

Il primario che emargina il medico sottoposto e gli impedisce arbitrariamente di svolgere le sue mansioni può rispondere del reato di abuso d’ufficio [1].

A stabilirlo è una sentenza della Cassazione [2] che mira a porre fine alla gestione personalistica e arbitraria delle strutture ospedaliere. Tali comportamenti pregiudicano – secondo la Corte – la salute dei pazienti e, più in generale, l’imparzialità e il buon andamento della Pubblica Amministrazione [3].

Il primario, infatti, non può adottare comportamenti vessatori tesi a emarginare, punire o allontanare i colleghi non graditi o che non condividono le sue scelte.

Nel caso di specie, un primario di urologia aveva impedito a due stimati professionisti del reparto che dirigeva di prestare l’attività chirurgica, sospendendoli dal servizio con motivazioni di carattere personale, scaturenti da antipatia e invidia nei loro confronti [4].

All’interno di una struttura ospedaliera – ribadisce la Corte – il rapporto tra i colleghi deve essere ispirato al principio di “assidua e solerte collaborazione”, per evitare che i dissidi tra camici bianchi possano pregiudicare la cura del paziente.

di BIAGIO FRANCESCO RIZZO

note

[1] Art. 323, co. 1 c.p. : Salvo che il fatto non costituisca un più grave reato, il pubblico ufficiale o l’incaricato di pubblico sevizio che, nello svolgimento delle funzioni o del servizio, in violazione di norme di legge o di regolamento, ovvero omettendo di astenersi in presenza di un interesse proprio o di un prossimo congiunto o negli altri casi prescritti, intenzionalmente procura a sé o ad altri un ingiusto vantaggio patrimoniale ovvero arreca ad altri un danno ingiusto è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni”.

[2] Cass. penale, sent. n. 41215/12.

[3] Che si traduce “nel divieto di favoritismi e quindi nell’obbligo per l’Amministrazione di trattare tutti i soggetti portatori di interessi tutelabili con la medesima misura”.

[4] Al primario veniva contestato anche il reato di cui all’art. 340 c.p. (interruzione di un ufficio o servizio pubblico o di un servizio di pubblica necessità) per avere “con la sua condotta turbato il regolare funzionamento del servizio chirurgico, determinando il ritardato intervento sui vari pazienti”, ma per questo capo d’imputazione veniva assolto dalla Corte d’Appello.

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