Salta la riforma della giustizia. Scure sull’equo compenso

28 novembre 2017


Salta la riforma della giustizia. Scure sull’equo compenso

> Diritto e Fisco Pubblicato il 28 novembre 2017



Ritirata la proposta “Taglia-Tempi” dei processi che avrebbe reso il rito sommario la regola. L’Antitrust si abbatte sull’equo compenso.

Non ci sarà più l’annunciata riforma della giustizia che avrebbe dovuto tagliare i tempi dei processi civili fino a portare la durata media delle cause da 840 giorni a 385. Dopo una serie di tensioni interne e le proteste di giudici (Anm) e avvocati (Cnf), il Governo ha fatto sapere di aver ritirato la proposta di modifica inserita nella legge di bilancio. Con la riforma, il rito sommario sarebbe diventato la regola mentre quello ordinario l’eccezione, confinato solo alle cause da decidere in forma collegiale (ne avevamo parlato già in Riforma giustizia: addio processo ordinario). A favorire il cambio di rotta potrebbe essere stata anche la constatazione del calo di gettito fiscale visto che, con il procedimento sommario, il contributo unificato da pagare viene ridotto alla metà.

Le critiche dell’Associazione Nazionale Magistrati sono state forti: «la riforma in cantiere non elimina e neanche favorisce l’efficienza del processo perché non opera sull’arretrato esistente. Le regole del processo non sono inutile orpello ma il modo con cui le parti concorrono, con ordine, alla decisione del giudice». Eliminare la predeterminazione di tali regole, rimettendone la scelta alla valutazione discrezionale caso per caso, «rischia – sottolineava ancora l’Anm – di generare prassi applicative diversificate con sicure ricadute negative in termini di garanzia dei diritti dei cittadini, di conflittualità tra le parti e aumento delle controversie interpretative, le quali andrebbero a ripercuotersi sulle Corti d’appello, già in affanno».

Secondo l’Anm il vero problema della giustizia non sono tanto i tempi dei processi quanto il “collo di bottiglia”, rappresentato dal momento della decisione, il cui spazio, spesse volte, per la complessità e delicatezza delle vicende processuali, non tollera di essere soffocato da tempi contingentati se non a scapito della qualità della risposta alla domanda di giustizia.

Sul fronte avvocati un’altra notizia che, questa volta, rischia di rimescolare tutte le carte: questa volta oggetto della contesa è l’equo compenso, ossia la normativa – in corso di approvazione – che ripristina le tariffe minime dei professionisti nei rapporti con le assicurazioni, le banche e le grandi società. Al di là della fin troppo ovvia considerazione che una tale disciplina finirà per ritorcersi contro i clienti, sui quali saranno spalmati gli aumenti di costo delle spese legali, secondo l’Antitrust l’equo compenso viola le regole sulla concorrenza e sulla libera trattativa. Con una nota pubblicata nel bollettino n. 45, l’Agcm fa sapere che, in questo modo, «viene sottratta alla libera contrattazione tra le parti la determinazione del compenso dei professionisti (ancorché solo con riferimento a determinate categorie di clienti)».

Nulla di nuovo sotto il sole: l’Agcm è sempre stata contro le tariffe prima e i parametri poi. Il punto però è che la sua posizione potrebbe rispecchiare anche quella dei giudici europei e, come è già successo in passato, anticiparne le sentenze. Tant’è: solo pochi giorni fa la Corte di Giustizia ha fatto sapere che viola le regole comunitarie la previsione di tariffe minime decise da uno Stato Membro (leggi Avvocato libero di praticare le tariffe che vuole). Anche qui, c’è da scommettere, ci sarà battaglia, se non oggi, di sicuro dopo che sarà approvata la norma.

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