Diritto e Fisco | Articoli

Sanzioni disciplinari frequenti: è mobbing?

16 gennaio 2018 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 16 gennaio 2018



Mobbing: il lavoratore deve dimostrare che le sanzioni disciplinari siano motivate da un intento persecutorio nei suoi confronti.

Il mobbing del datore di lavoro nei confronti del lavoratore può manifestarsi in diversi modi;  uno di questi è l’esercizio frequente del potere disciplinare, con l’irrogazione di sanzioni magari sproporzionate rispetto alla condotta del dipendente e finalizzate a vessarlo e perseguitarlo.

Affinché, tuttavia, le sole sanzioni disciplinari (o queste accompagnate da altri atteggiamenti prevaricatori) possano configurare il mobbing è necessario che sussistano alcuni requisiti, la cui prova è carico del dipendente.

Secondo la giurisprudenza, per “mobbing” si intendeuna condotta del datore di lavoro o del superiore gerarchico, sistematica e protratta nel tempo, tenuta nei confronti del lavoratore nell’ambiente di lavoro. Essa consiste in sistematici e reiterati comportamenti ostili che finiscono per assumere forme di prevaricazione o di persecuzione psicologica, da cui può conseguire la mortificazione morale e l’emarginazione del dipendente, con effetto lesivo del suo equilibrio fisiopsichico e del complesso della sua personalità.

Per la configurabilità del mobbing lavorativo devono ricorrere:

  1. una serie di comportamenti di carattere persecutorio – illeciti o anche leciti se considerati singolarmente – che, con intento vessatorio, siano posti in essere contro la vittima in modo miratamente sistematico e prolungato nel tempo, direttamente da parte del datore di lavoro o di un suo preposto o anche da parte di altri dipendenti, sottoposti al potere direttivo dei primi;
  2. l‘evento lesivo della salute, della personalità o della dignità del dipendente;
  3. il nesso causale tra le descritte condotte e il pregiudizio subito dalla vittima nella propria integrità psico-fisica e/o nella propria dignità;
  4. l’elemento soggettivo, cioè l’intento persecutorio unificante di tutti i comportamenti lesivi.

Dunque affinché le sanzioni disciplinari possa rientrare nel mobbing, è necessario che le stesse siano reiterate, adottate con sistematicità e siano collegate tra loro da un medesimo intento persecutorio del datore di lavoro, con conseguente lesione della salute, personalità o dignità del dipendente.

Per esempio, in una recente sentenza la Cassazione [1] ha escluso che le sanzioni irrogate al lavoratore configurassero mobbing poiché le stesse erano molto distanti nel tempo l’una dall’altra, il che esclude la loro sistematicità e l’inserimento nel disegno persecutorio.

Sanzioni disciplinari e mobbing: onere della prova

Il lavoratore che agisca per ottenere il risarcimento del danno da mobbing, deve provare la volontà del datore di lavoro di emarginarlo, in vista di una sua espulsione dal contesto lavorativo o, comunque, di un intento persecutorio.

Non è sufficiente la prova di comportamenti ostili e neppure la perizia medico legale che attesti la depressione o i turbamenti psicologici del dipendente: se manca la dimostrazione dell’intento persecutorio e del nesso causale tra gli atti persecutori e i danni alla salute/personalità, il giudice non può accogliere la richiesta di risarcimento.

Dunque, non basta indicare la frequenza dell’esercizio del potere disciplinare e neppure dimostrare la sua illegittimità. Occorre la prova che il datore di lavoro intendesse adottare sistematici e reiterati comportamenti ostili grazie al potere disciplinare.

note

[1] Cass. ord. n. 28098 del 24.11.17.

Per avere il pdf inserisci qui la tua email. Se non sei già iscritto, riceverai la nostra newsletter:

Informativa sulla privacy
DOWNLOAD

ARTICOLI CORRELATI

Lascia un commento

Usa il form per discutere sul tema. Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

 



NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI