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Ammissione del debito: le frasi che incastrano il debitore

29 Novembre 2017


Ammissione del debito: le frasi che incastrano il debitore

> Diritto e Fisco Pubblicato il 29 Novembre 2017



Il riconoscimento del debito e la promessa di pagamento: la richiesta di dilazione o di tempo per pagare interrompono la prescrizione. Non così la firma del preventivo.

Spesso, dietro una semplice richiesta di dilazione di un pagamento o di avere più tempo per racimolare i soldi per pagare si nascondono delle conseguenze imprevedibili per il debitore. Vere e proprie “zappate sui piedi” per usare un’espressione comune. Quando infatti si tratta di stabilire quali frasi costituiscono un’ammissione di debito, la giurisprudenza non va tanto per il sottile e ritiene che rilevino non sono le espressioni chiare e precise, ma anche quelle contenenti altre dichiarazioni incompatibili con un disconoscimento del debito. Tanto per fare un esempio: se il debitore, ricevuta la diffida del creditore, gli invia una risposta chiedendogli la possibilità di pagare a rate, non fa che ammettere indirettamente il proprio debito. Sarà quindi per lui più difficile, in un secondo momento, contestare l’esistenza dell’obbligazione. Allo stesso tempo il riconoscimento del debito ha anche l’effetto di interrompere i termini della prescrizione, favorendo ancora una volta il creditore.

Le frasi che incastrano il debitore quindi non sono solo quelle “tradizionali” come «Io sottoscritto mi riconosco debitore del sig. Mario Rossi della somma di euro mille», ma anche quelle come «Caro sig. Mario Rossi, le chiedo ancora un mese di pazienza al termine del quale provvederò a saldare il conto». Una dichiarazione del genere è quindi una tacita ammissione di debito, dagli effetti identici alla prima.

In presenza di un’ammissione del debito, peraltro, si verifica quello che la legge chiama «inversione dell’onere della prova»: al creditore basta dimostrare l’esistenza del riconoscimento del debito. Il codice civile [1] stabilisce infatti che la promessa di pagamento o l’ammissione di un debito esonera il creditore dal dover provare la fonte dell’obbligo di pagamento (un contratto, un risarcimento del danno da atto illecito, ecc.). Sarà il debitore a dover fornire la prova contraria alla sua stessa dichiarazione, chiarendo per quale ragione si sia espresso in quel determinato modo e a cosa si riferiva.

La conseguenza è anche sul piano processuale. Il riconoscimento del debito fatto per iscritto è una prova documentale che consente al creditore di agire direttamente con un «decreto ingiuntivo», procedimento più celere rispetto a una causa ordinaria. Al predetto creditore basterà infatti portare al giudice l’ammissione firmata dal debitore per ottenere, in sua assenza, un ordine di pagamento. Tale ordine (ingiunzione) gli dovrà essere comunque notificata affinché, nei 40 giorni successivi, si decida se pagare o fare opposizione.

È molto interessante, a riguardo, una sentenza della Cassazione dell’anno scorso [2] secondo cui la frase «sta bene provvederò» apposta dal cliente in calce alla parcella del proprio avvocato non costituisce un riconoscimento di debito. Pertanto spetterà al creditore dimostrare il fondamento della propria pretesa. Il suddetto principio assume una certa rilevanza, posto che appare suscettibile di applicazione in una molteplicità di casi analoghi in favore del cliente.

Sulla stessa lunghezza d’onda si potrebbe dire che la firma sul preventivo non è ammissione di debito, potendo semplicemente essere una dimostrazione di ricevimento della stessa. I successivi sviluppi dei rapporti tra le parti restano infatti tutti da dimostrare: se cioè la prestazione è stata eseguita e se tale prestazione è avvenuta in modo regolare e conforme ai patti; se, in un secondo momento, sono stati forniti acconti o se il debito è stato già pagato.

La richiesta di pagamento a rate è invece considerabile un’ammissione di debito perché prende già atto dell’esistenza dell’obbligazione e della pretesa del creditore.

La Cassazione ha detto, a riguardo, che il riconoscimento del debito, idoneo ad interrompere la prescrizione, non esige formule speciali. Pertanto può risultare da qualsiasi manifestazione di volontà, la quale, anche se non esplicita, implichi in modo univoco l’ammissione dell’altrui diritto. Tale è ad esempio la richiesta di dilazione del pagamento del debito, senza contestazione del relativo importo [3].

L’ammissione di debito per eccellenza è il rilascio dell’assegno. Con questo, infatti, il possessore non è tenuto a dimostrare le ragioni del proprio credito ma può limitarsi a esibire il titolo allo sportello della banca per ottenere il pagamento. In difetto, previo protesto, può portarlo all’ufficiale giudiziario per l’immediato pignoramento, senza bisogno di passare dal giudice.

note

[1] Articolo . 1988 cod. civ.

[2] Cass. sent. n. 6155 /2016.

[3] Cass. sent. n. 1405/1985.

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Cassazione civile, sez. II, 30/03/2016, (ud. 24/02/2016, dep.30/03/2016),  n. 6155 

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

1. Con sentenza 1152 /07 il Tribunale di Genova respingeva la opposizione proposta dalla società Immobiliare Pazienza di A. C. 6 C. s.a.s. avverso il decreto con cui le era stato ingiunto di pagare a favore dell’avv. S.A. la somma di Lire 36.720.000 a titolo di compenso per attività stragiudiziali;

dichiarava inammissibile la domanda riconvenzionale proposta dall’opposto per il pagamento di ulteriori somme per attività diverse da quelle oggetto del decreto monitorio.

Con sentenza dep. il 18 novembre 2010 la Corte di appello territoriale rigettava l’appello principale, proposto dal S. e quello incidentale di controparte.

Nel confermare la declaratoria di inammissibilità della riconvenzionale proposta dall’opposto, i Giudici disattendevano la deduzione di tardività della relativa eccezione, in quanto sollevata da controparte soltanto con la comparsa conclusionale, sul rilievo che si trattava di vizio rilevabile di ufficio; la domanda era da considerarsi inammissibile, perchè avente a oggetto rapporti diversi da quelli oggetto del monitorio e non poteva considerarsi reconventio reconventionis, atteso che l’opponente con le difese si era limitata a dedurre che il riconoscimento di debito posto a base dell’ingiuntivo si sarebbe riferito non soltanto all’attività indicata nel ricorso per decreto ma a tutte le attività svolte dal legale nel suo interesse.

Per quel riguardava la statuizione di rigetto dell’opposizione, la tesi della società, secondo cui non avrebbe potuto configurare un riconoscimento del debito la frase ” sta bene, provvederà” apposta in calce alla proposta di parcella in questione e che comunque dall’istruttoria sarebbe emersa l’inesistenza del rapporto fondamentale, i Giudici ritenevano che tale assunto era smentito dalla stessa ricostruzione del rapporto dedotta a fondamento dell’opposizione con cui la società affermava di avere a suo tempo concordato il sospeso di tutte le pratiche in questione con il versamento rateale della somma onnicomprensiva di Lire 30.000.000 indicata nella proposta in oggetto e che la sig.ra C. aveva apposto la sua sigla con la dizione “sta bene, provvederà”;

pertanto, essendo stata la debenza della somma di cui al decreto riconosciuta, ogni contestazione era ormai preclusa.

Per quel che riguardava la statuizione sulle spese pronunciata dal tribunale, la sentenza confermava sia la liquidazione di quelle poste a carico dell’opponente conseguente al rigetto dell’opposizione sia la compensazione di quelle spese relative alla riconvenzionale; le spese del grado erano compensate per un terzo e il residuo era posto a carico dell’avv. S..

2.- Avverso tale decisione propone ricorso per cassazione l’avv. S.. sulla base di due motivi.

Resiste con controricorso l’intimata proponendo ricorso incidentale affidato a due motivi.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

RICORSO PRINCIPALE. 1.1. – Il primo motivo censura la sentenza laddove aveva escluso l’ammissibilità della domanda riconvenzionale, nonostante che essa dovesse integrare una “reconventio reconventionis4, posto che era stata giustificata dall’ampliamento del thema decidendum determinato dalle difese dell’opponente la quale aveva comunque accettato il contraddittorio.

1.2. – Il motivo va disatteso.

Occorre premettere che nell’ordinario giudizio di cognizione, che si instaura a seguito dell’opposizione a decreto ingiuntivo, l’opposto, rivestendo la posizione sostanziale di attore, non può avanzare domande diverse da quelle fatte valere con l’ingiunzione, potendo a tale principio derogarsi solo quando, per effetto di una riconvenzionale formulata dall’opponente, la parte opposta si venga a trovare a sua volta in una posizione processuale di convenuto cui non può essere negato il diritto di difesa, rispetto alla nuova o più ampia pretesa della controparte, mediante la proposizione di una “reconventio reconventionis”, che però, per non essere tardiva, può essere introdotta solo nella domanda di risposta e non nel corso del giudizio di primo grado.

Ne consegue che è inammissibile la domanda riconvenzionale, proposta dall’opposto, e tale inammissibilità deve essere rilevata di ufficio. Nella specie, deve escludersi la “reconventio reconventionis”, invocata dall’opposto, nel senso che la domanda dei compensi pretesi in relazione ad attività professionali ulteriori e diversi non era giustificata dalla posizione processuale della controparte la quale si era limitata a formulare mere difese volte a contrastare la pretesa azionata con il ricorso per decreto, avendo sostenuto che il credito oggetto della ricognizione di debito non era riferibile al solo compenso dovuto per il rapporto dedotto in giudizio ma al complesso della attività svolte dal legale nel suo interesse.

D’altra parte, per i giudizi promossi dal 30 aprile 1995, come quello in esame, trovano applicazione le disposizioni degli artt. 183, 184 e 345 c.p.c., nel testo di cui alla “novella” di cui alla L. n. 353 del 1990, per cui la novità della domanda deve essere rilevata di ufficio dal giudice e non assume rilievo l’accettazione del contraddittorio della controparte.

2.1.- il secondo motivo censura la statuizione relativa alla regolamentazione delle spese del giudizio di appello.

2.2. L’esame del motivo va rinviato all’esito dell’esame del ricorso incidentale.

RICORSO INCIDENTALE. 1.1. L’unico motivo deduce che, come ritenuto dal tribunale, la frase “sta bene provvederò” non poteva configurare ricognizione di debito;

pertanto, sarebbe stato onere probatorio dell’attore dimostrare il conferimento dell’incarico di reperire acquirenti o conduttori relativamente all’immobile in Ventimiglia e, quindi, l’effettiva attività espletata in esecuzione dell’incarico: peraltro, in ogni caso, la istruttoria esperita aveva consentito di escludere la esistenza del rapporto fondamentale.

1.2. Il motivo è fondato.

Occorre premettere che: a) il thema decidendum del presente giudizio è circoscritto al diritto al compenso preteso dall’avv. S. limitatamente alle prestazioni professionali oggetto del ricorso per decreto ingiuntivo opposto; b) la sentenza ha respinto la opposizione proposta dalla società Immobiliare Pazienza di A.C. &

c. s.a.s. sul rilievo che vi sarebbe stata ricognizione di debito –

confermata dalla condotta processuale tenuta dall’opponente – che, pur facendo riferimento anche ad altri rapporti professionali intercorsi con l’opposto, sarebbe stata evidentemente comprensiva del credito azionato nel presente giudizio.

Orbene, i Giudici non hanno minimamente preso in esame le deduzioni formulate dall’opponente con riferimento alle risultanze probatorie dalle quali, secondo l’appellante incidentale, sarebbe stata superata la presunzione legale dettata dall’art. 1988 c.c., che produce la sola inversione dell’onere probatorio, essendo il debitore tenuto a dimostrare la inesistenza del debito. Ed invero, la motivazione della sentenza impugnata è del tutto carente laddove non ha compiuto alcuna verifica circa la inesistenza o meno del rapporto fondamentale, relativamente alle prestazioni professionali oggetto del presente giudizio, al quale peraltro sono, come accennato, del tutto estranee le questioni in merito ad altri rapporti professionali eventualmente intercorsi fra le parti.

Pertanto, la sentenza va cassata in relazione al primo motivo del ricorso con rinvio ad altra sezione della Corte di appello di Genova:

ne consegue che il secondo motivo del ricorso principale e dell’incidentale sono assorbiti.

P.Q.M.

Rigetta il primo motivo del ricorso principale, accoglie il primo motivo del ricorso incidentale, assorbiti il secondo motivo del principale e dell’incidentale cassa la sentenza impugnata in relazione al motivo accolto e rinvia, anche per le spese della presente fase, ad altra sezione della Corte di appello di Genova.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio, il 24 febbraio 2016.

Depositato in Cancelleria il 30 marzo 2016


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