HOME Articoli

Lo sai che? Tassa sulla casa: quando cade in prescrizione il pagamento?

Lo sai che? Pubblicato il 29 novembre 2017

Articolo di




> Lo sai che? Pubblicato il 29 novembre 2017

I termini per chiedere il pagamento di Imu, Tasi e Ici sia prima che dopo l’arrivo della cartella esattoriale.

Non hai pagato, negli scorsi anni, l’imposta sulla casa di un immobile ereditato da una tua lontana zia. Per fortuna il Comune non se n’è mai accorto perché, tra le pratiche di successione, qualcosa deve essere sfuggita anche all’amministrazione. Ora però, dopo diversi anni, ti è arrivato un avviso di pagamento. Tutto questo tempo dovrebbe giocare però a tuo favore perché – come per tutte le tasse – anche l’Imu e la Tasi (così come del resto la vecchia Ici) hanno dei termini di prescrizione. Ma quali sono questi termini? Dopo quanto il contribuente è finalmente libero dall’obbligo fiscale e, anche se dovesse arrivare una cartella esattoriale, non è tenuto a pagare. A chiarire quando cade in prescrizione il pagamento della tassa sulla casa è una sentenza della Cassazione di poche ore fa [1]. La Corte ha dato una ennesima spallata alla tesi che, da anni, sostiene l’Agente della Riscossione secondo cui tutte le imposte si prescrivono in dieci anni. Vediamo, più nel dettaglio, cosa hanno stabilito i giudici supremi.

Quali tasse sulla casa?

L’imposta sulla casa è un tributo locale, riscosso dai Comuni secondo aliquote che vengono determinate a livello locale sulla base di una cornice fissata dalla legge nazionale. Attualmente l’imposta sulla casa è composta dalla Tasi e dall’Imu.

Sull’abitazione principale non si pagano più né Imu,né Tasi, a eccezione delle case di lusso (A/1, A/8 e A/9).

Ai fini dell’esonero assume quindi particolare rilievo la definizione di abitazione principale, che la legge individua nell’immobile, iscritto o iscrivibile nel catasto come unica unità immobiliare, nel quale il possessore dimora abitualmente e risiede anagraficamente.

Sono esenti anche le pertinenze dell’abitazione principale, ma solo se classificate nelle categorie catastali C/2, C/6 e C/7, nella misura massima di un’unità pertinenziale per ciascuna delle categorie catastali indicate, anche se iscritte in catasto unitamente all’unità a uso abitativo.

L’Imu e la Tasi quindi si pagano sulla seconda casa.

Non si pagano l’Imu e la Tasi neanche nei seguenti casi:

  • le unità immobiliari delle cooperative edilizie a proprietà indivisa, adibite ad abitazione principale dei soci assegnatari (dal 2016 anche gli studenti universitari);
  • gli alloggi sociali come definiti dal Dm 22/04/2008;
  • la casa coniugale assegnata al coniuge, a seguito di provvedimento di separazione o divorzio;
  • l’immobile posseduto dal personale del comparto sicurezza (forze armate, polizia, vigili del fuoco, prefettizi);
  • l’unità immobiliare posseduta dai cittadini italiani residenti all’estero e iscritti all’Aire.

Un discorso a pagare vale per anziani e disabili. I Comuni possono considerare direttamente adibita ad abitazione principale l’unità immobiliare posseduta a titolo di proprietà o di usufrutto da anziani o disabili che acquisiscono la residenza in istituti di ricovero o sanitari a seguito di ricovero permanente, a condizione che la stessa non risulti locata. Si tratta di un’assimilazione facoltativa demandata alla decisione dei singoli comuni

Un’agevolazione è prevista per i casi di comodato. In particolare viene ridotto a metà l’imponibile delle case concesse in uso gratuito a genitori o figli. È necessario che il comodatario adibisca l’immobile a propria abitazione principale: vi deve cioè fissare la residenza anagrafica e dimorarvi abitualmente. Il comodante, da parte sua, deve risiedere nello stesso Comune e non deve possedere altra unità abitativa in tutto il territorio nazionale, fatta salva l’abitazione principale.

La richiesta di pagamento da parte del Comune

Se anche il Comune è, in quanto titolare del tributo, tenuto a richiedere il pagamento al contribuente, se questi non paga l’imposta viene “iscritta a ruolo” e comunicata all’Esattore per la riscossione ossia per l’avvio delle pratiche necessarie al pignoramento. Il pignoramento viene quindi gestito da Agenzia Entrate Riscossione salvo che il Comune abbia stipulato una convenzione con altro esattore.

In ogni caso il contribuente che non ha pagato l’imposta sulla casa si vedrà notificare una cartella di pagamento.

La prescrizione delle imposte sulla casa

La prescrizione di tutte le imposte locali, e quindi anche quelle sulla casa come Imu, Ici e Tasi (così anche la Tari, l’imposta sui rifiuti) è sempre di cinque anni. Questo significa che se la cartella di pagamento viene notificata dopo questo termine non va pagata (ma è necessario che prima sia impugnata davanti al giudice e che questi l’annulli, altrimenti diventa definitiva per quanto illegittima).

La legge però non dice dopo quanto tempo si prescrive la cartella di pagamento per l’imposta sulla casa. Tuttavia secondo le Sezioni Unite della Cassazione [2], espressesi sul punto nello scorso novembre, il termine resta lo steso di quello fissato per il tributo. Così, anche dopo la notifica della cartella esattoriale e il decorso dei 60 giorni di tempo per impugnarla, il termine di prescrizione resta di cinque anni. In termini pratici, se l’Agenzia Entrate Riscossione non avvia gli atti di pignoramento entro tale forbice di tempo e né sollecita il pagamento con una intimazione, si verifica la prescrizione e il contribuente non deve versare alcuna somma al Comune.

Attenzione però: il termine di prescrizione è di 10 anni se, contro l’avviso di pagamento o la cartella, l’interessato fa ricorso e perde la causa; in tale ipotesi, infatti,   il titolo di pagamento è il provvedimento del giudice che, come tutti gli atti giudiziari, si prescrive in 10 anni.

note

[1] Cass. sent. n. 28576/17 del 29.11.2017.

[2] Cass. S.U. sent. n. 23397/06.

Corte di Cassazione, sez. Tributaria, ordinanza 21 giugno – 29 novembre 2017, n. 28574
Presidente Bruschetta – Relatore Caiazzo

Fatto e diritto

Rilevato che:
La Casavacanze Vesta s.r.l. propose ricorso avverso il provvedimento di diniego dell’istanza di rimborso del credito iva dell’anno 1997, presentata il 27.5.2004, motivato in base alla decadenza biennale del diritto, a norma del D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 21.
La Ctp accolse il ricorso, ritenendo applicabile il termine decennale di prescrizione, tenuto conto che la dichiarazione iva 1998 era stata regolarmente presentata.
L’Agenzia delle entrate propose appello, accolto dalla Ctr argomentando dal predetto art. 21.
La società ha proposto ricorso per cassazione, formulando due motivi.
Resiste l’Agenzia con controricorso, eccependo l’infondatezza dei due motivi; la società ha depositato memoria.
Il Pubblico Ministero ha espresso parere favorevole all’accoglimento del ricorso. Con il primo motivo, la parte ricorrente ha denunziato la violazione e falsa applicazione del suddetto art. 21, comma 2, in quanto la Ctr aveva ritenuto che la restituzione del credito iva fosse stata chiesta dopo la scadenza del termine di decadenza di due anni, di cui alla suddetta norma, con la conseguente estinzione del diritto fatto valere, argomentando che la tempestiva presentazione dell’istanza di rimborso costituiva imprescindibile presupposto per ottenere il rimborso del credito.
Con il secondo motivo, è stata lamentata l’omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione circa un fatto controverso e decisivo, afferente all’annullamento del provvedimento di diniego con contestuale mancata autorizzazione all’utilizzazione del credito iva, anche in compensazione.
Il primo motivo del ricorso è fondato.
Il Collegio ritiene di dare continuità all’orientamento consolidato secondo cui, in tema d’iva, ove il credito di imposta sia già desumibile dalle dichiarazioni del contribuente e non sia contestato dall’Amministrazione finanziaria, non è necessaria una specifica istanza di rimborso, che costituisce solo il presupposto di esigibilità per l’avvio del relativo procedimento, per cui non trova applicazione il termine biennale di decadenza previsto dal D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 21, comma 2, ultima parte, ma solo quello di prescrizione decennale ex art. 2946 c.c. (Cass., n. 4559/17; n. 20678/14).
Nel caso concreto, il contribuente richiese, in data 27.5.2004, il rimborso del credito iva, risultante dalla dichiarazione del 1997, sul presupposto di essere incorso in errore per non averlo riportato esattamente nel modello iva 1999.
L’istanza non fu accolta dall’ufficio, per la ritenuta decadenza biennale dal diritto al rimborso, sulla base del citato art. 21; tale opinione è stata recepita dalla Ctr nell’accogliere l’appello dell’Agenzia delle entrate.
Ora, in conformità del richiamato orientamento giurisprudenziale, va ritenuta erronea la decisione della Ctr, in quanto l’istanza del contribuente fu presentata nel 2004, nell’osservanza del termine decennale di prescrizione, in ordine al credito al rimborso iva, relativo alla dichiarazione del 1997.
Il secondo motivo, afferente al vizio motivazionale, è da considerare assorbito dall’accoglimento del primo.
Rilevato che non sono necessari ulteriori accertamenti, la causa va decisa nel merito, accogliendo il ricorso del contribuente, introduttivo del giudizio, avente ad oggetto il rimborso del credito d’imposta.
Considerato che il suddetto orientamento giurisprudenziale si è consolidato dal 2011, sussistono i presupposti per compensare le spese dei vari gradi di giudizio.

P.Q.M.

La Corte accoglie il primo motivo del ricorso, assorbito il secondo. Cassa la sentenza impugnata e, decidendo nel merito, accoglie il ricorso introduttivo della lite, compensando le spese dei gradi di merito e di legittimità.

Acquista un abbonamento annuale a tutte le sentenze di merito. Clicca qui


Per avere il pdf inserisci qui la tua email. Se non sei già iscritto, riceverai la nostra newsletter:
Informativa sulla privacy

ARTICOLI CORRELATI

Lascia un commento

Usa il form per discutere sul tema. Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

 


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI